Empatia-indifferenza …e paraculaggine

Egoismo e generosità, empatia e indifferenza, sono due –coppie di- elementi contrastanti, ma entrambi utili per la sopravvivenza dell’essere umano, e probabilmente è per questa ragione che nessuno dei due ha preso il sopravvento definitivo all’attuale stadio evolutivo del sapiens.

Il binomio che consideriamo più positivo –empatia, generosità- è fondamentale per creare società ben funzionanti, e un deficit di esso può rendere un particolare gruppo parecchio più inefficiente di altri e impedirne la prosperità e la sopravvivenza. Pensiamo allo stato dell’Italia e paragoniamolo con quello del Nord Europa: in Italia non si rispetta la coda, al nord sì, e tutto il resto, e ciò crea una società più caotica e stressante proprio per i suoi stessi abitanti. Il problema è proprio che nessuno qui è disposto tanto quanto uno scandinavo a sacrificare qualcosa di suo per ottenerne un beneficio comune o futuro. Non approfondiamo.

Ma anche egoismo e indifferenza, che consideriamo disvalori, sono utili alla sopravvivenza del sapiens; una generosità (che infatti esiste anche come forma patologica) che implichi il sacrificio personale –anche definitivo- per il bene di un soggetto altro ed estraneo, o anche un perenne e costante sentimento di angoscia che derivi dall’identificazione massima e assoluta di un soggetto con chi soffre, renderebbero impossibile sia la sopravvivenza del soggetto che le provi, sia la minima capacità di essere efficaci proprio verso quelle stesse sofferenze per la loro rimozione-lenimento: pensiamo a persone così disperate e sopraffatte da divenire del tutto incapaci di aiutare, operare, suturare, etc.

Probabilmente l’evoluzione privilegerà in futuro le une o le altre caratteristiche in virtù di quali siano quelle necessarie per un maggiore adattamento all’ambiente, così come può succedere per la violenza, che anche essa, pur non essendo piacevole, è utile alla sopravvivenza e in tale ottica va vista. Se abbiamo una maggiore adesione per la generosità, e la mitezza, dobbiamo fare in modo che le condizioni future possano privilegiare la diffusione di tali caratteristiche. Chiacchierare non serve a nulla.

La solidarietà e la generosità tra esseri umani, che tendano a fare in modo di eliminare indigenza estrema, e le sofferenze relative, possono avere un riscontro e una traduzione al concreto solo se si hanno risorse in surplus (abbondanza) e volontà di realizzare sforzi. A prescindere dalle lacrime e le buone intenzioni.

Come fare però a non cambiare assolutamente nulla, dando la falsa idea di attivarsi per farlo? Si deve riesumare il vello antico e polveroso del buon vecchio capro espiatorio e riattualizzarlo appena. Come nel medioevo si compivano deliranti processioni di flagellanti, di imbecilli inefficaci e cialtroni che pensavano di ingraziarsi forze fantasiose autopunendosi, e lesionandosi, così oggi dobbiamo di nuovo e una tantum (la sofferenza c’è sempre ma ci se ne accorge solo in sporadiche occasioni di festa per compiere il rituale) sentirci in colpa per la sofferenza altrui, poi per la nostra del tutto legittima indifferenza generica al dolore, ed infine fare un patetico e ridicolo spettacolo di intrattenimento su mezzi di comunicazione con mea culpa davvero ripugnanti. Tanto più ripugnanti quanto non sempre sono del tutto privi di una minima sincerità, ma anzi sono dettati da una adesione superficiale, emotiva, nauseante e passeggera.

Capiamoci, non c’è da vergognarsi ad essere “buoni”, come non c’è certo da sbandierare un cinismo, anche esso reattivo, esasperato o frutto di pochezza morale e mentale. C’è solo da mantenere il sangue freddo e cercare di essere onesti con sé stessi e con gli altri e non fingere di essere più buoni e generosi di quanto non si sia, né più adatti alla sopravvivenza nella giungla di quanto pure non si sia; lo scopo deve essere l’efficacia, il miglioramento del mondo e far scomparire la sofferenza e le sue manifestazioni più crudeli: indigenza, ignoranza.

E invece gettiamoci nella ridda di sensi di colpa e autoaccuse! Cosa dicono le nostre abominevoli guide?

Oggi quelle sensibili e così generose larve di potere hanno l’occasione di metter su facce addolorate e contrite. Si potrebbe mai mettere in dubbio la profondità e lo spessore morale di personaggi magnifici e illuminanti come Cicchitto? Alfano, Letta (zio o nipote), Napolitano? Incapaci di sentire un minimo di senso di comunione pure con la popolazione nel cui interesse hanno giurato di lavorare e da cui vengono pagati! Traditori, parassiti, sanguisughe, attaccate alla consorteria del potere da decenni, pavidi, stronzi, spocchiosi, fingono (sì, perché fingono!) ed è evidente, di sentire chissà che per dei perfetti sconosciuti morti in un giorno come tanti, in una disgrazia frutto della follia dell’irrazionale, come ce ne sono a decine ogni giorno.

Molte delle vittime probabilmente sarebbero state molto distanti da una minima base culturale per poter vivere da noi senza creare tensioni e problemi, e loro sono chiamati a difendere e lavorare per gli italianini e non, come invece è comodo e nazionalpopolare far vedere –tra deboli isterici e emotivi- per versare teatrali lacrime dopo aver contribuito a creare sia il problema degli sbarchi, che tutti i problemi conseguenti ad essi per una popolazione italiana già vessata e stremata. Politici e clero! Bugiardi, falsi, ipocriti, cialtroni, banali, sciatti, cinici, opportunisti di merda!

E la gente che vuole? Quello che vuole la gente: cinque minuti di insulti, in cui sentirsi tristi tristi tristi tristi, per piangere e far sfoggio o dare sfogo a una superficiale e del tutto infruttifera emozionale adesione amorevole al resto dell’umanità, e per poter, subito dopo, continuare a vivere esattamente come hanno sempre vissuto prima, come tutti si vive, senza cambiare assolutamente nulla e facendosi i fatti propri.

Sentirsi dire: vergognatevi! È una vergogna! Che siate così! Schifosi! Pentitevi! Pentiamoci tutti! Siamo colpevoli! Insultiamoci! Anzi uno insulti tutti, e gli altri commossi, contriti! Contenti! Guardiamoci dentro e sputiamo, sentiamoci insoddisfatti di quei meccanismi che una natura che schizofrenicamente una volta lodiamo e un’altra lordiamo, ci ha messo lì per renderci atti alla sopravvivenza, a un mondo fatto di caccia, sbranamenti e fame.

Vergogniamoci di come siamo nati, senza aver scelto un beneamato cavolo di niente, vergogniamoci di quello che non dominiamo e che in effetti non proviamo, e delle pulsioni che invece sentiamo, a seconda dei casi, purché rimanga chiara una cosa: che dobbiamo sentirci in colpa di quello che siamo, che ci sentiamo inadeguati, insufficienti, insoddisfatti. Statue, scontente!

Quando si sporcherà di salsedine chi parla? Quando metterà una famiglia di sapiens musulmani ignoranti e magari anche prepotenti (o no, ma il rischio esiste) a casa propria? Vedo tutta gente che campa meglio di me fare lezioni, puntare il dito, nel 2013 non lo tollero più! Questo teatro è un insulto alla storia, all’intelligenza, al decoro. All’intelligenza e al decoro che il popolo italiota non ha, visto che desidera essere insultato.

L’importante è riconoscere di essere in errore e sentircelo dire e sentirci bene (forse considerati) quando veniamo rimproverati e accusati da una bianca stola del tutto algida e immobile. Sbagliare, essere accusati, sentirsi in colpa; sbagliare di nuovo, essere accusati, sentirsi in colpa; continuare a sbagliare, essere accusati, sentirsi in colpa, e così via. Piangere: il modo perfetto per poter continuare ad andare avanti senza cambiare mai nulla.

 

P.S. Conferma a quanto sopra. Domani lutto nazionale per le vittime di Lampedusa.

Il lutto nazionale per degli stranieri non ha senso. Non ha senso l’istituto del lutto nazionale (per me) e nemmeno quello del lutto, ma, già che c’è, quello nazionale deve essere riservato formalmente e strettamente a vittime appartenenti alla nazione. Se muoiono minatori italiani in Belgio, o tifosi italiani in Francia, allora si deve indire, ma non viceversa. Domani devono essere in lutto i paesi di provenienza di quei disgraziati, non noi.
D’altra parte il testo di http://www.governo.it/Presidenza/ufficio_cerimoniale/cerimoniale/esequie.html
recita: Le “esequie di Stato” spettano ai Presidenti degli organi costituzionali, anche dopo la cessazione del loro mandato, e ai ministri deceduti durante la permanenza in carica. Possono inoltre essere rese, su delibera del Consiglio dei Ministri, a personalità che abbiano offerto particolari servizi alla Patria o cittadini che abbiano illustrato la Nazione, o cittadini caduti nell’adempimento del dovere o vittime di azioni terroristiche o di criminalità organizzata.

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