Esempi di superstizione e fanatismo religioso, dall’opera dello storico inglese Edward Gibbon

Edward_Emily_GibbonPREMESSA. Parafrasando, chiosando (minimamente, solo riferimenti a Dante, date e poco altro) e, a tratti, condensando –omettendo citazioni e riferimenti bibliografici e scientifici, o incorporandoli al testo- il famoso Capitolo XXXVII dell’opera gigantesca pubblicata tra il 1776 e il 1788, “Storia della decadenza e rovina dell’Impero Romano” di Edward Gibbon, intitolato: Origine, progresso ed effetti della vita monastica. Conversione de’ Barbari al Cristianesimo, ed all’Arrianismo. Persecuzione de’ Vandali nell’Affrica. Estinzione dell’Arrianismo fra’ Barbari, esce un divertente compendio di fanatismo e stupidità religiosa del passato cristiano.

Al di là del valore scientifico odierno dello scritto eruditissimo che segue, dà comunque i brividi immaginare tutti i personaggi ivi menzionati, morti per una ormai inverosimile “felicità ultramondana” dopo una vita meschina, sporca e “infernale”, zeppa solo di rinunce e privazioni, e ancor più spavento fa l’immaginarli tutti esattamente nello stesso luogo di un personaggio libertino come potrebbe magari essere Lorenzo Medici: il nulla! Parimenti l’altra tipologia di figure di cui si tratta, quella degli ipocriti, sostenitori a chiacchiere della povertà, ma immersi nel lusso (più simili agli attuali cialtroni della Chiesa a cui siamo ancora –purtroppo- abituati) destano un profondo senso di schifo e irritazione. Si oscilla tra pazzi dementi lerci e fanatici e profittatori bugiardi e avidi!

NOTA. È curioso esser venuto a conoscenza proprio ora di un’idea di Aldo Busi che sostanzialmente avevo avuto modo di pensare autonomamente e a radice della quale propongo questo curioso articolo: alcune opere (specie quelle che dovremmo sforzarci di rendere “immortali” e non dimenticare della nostra letteratura) dovrebbero essere di tanto in tanto riscritte in un linguaggio corrente e meglio accessibile al curioso, ma inesperto, che potrebbe essere allontanato dalle asperità di un modo di scrivere troppo antiquato e ostico. L’edizione che ho usato e che conosco della presente opera è in un italiano ottocentesco che forse a volte avrebbe il paventato effetto sui meno solerti.

 

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Capitolo XXXVII parte I

Al tempo di Costantino, come si addice a coloro che sono eccitati da quel selvaggio entusiasmo che rappresenta l’uomo come un delinquente e Dio come un tiranno (l’espressione è dell’autore, ovviamente), la Tebaide si riempì di straccioni seriamente intenzionati a osservare i precetti del Vangelo nel modo più rigoroso e intransigente, non bastando loro l’adesione troppo tiepida e secolare di militari e mercanti.225px-Byzantinischer_Mosaizist_um_1000_002

Per dare seguito alle loro intenzioni autolesionistiche rifuggirono seriamente affari e piaceri mondani, castigando e mortificando le loro passioni, convinti di abbracciare una vita di miseria come un prezzo per la futura eterna felicità.

Essi acquistarono ben presto il rispetto del Mondo, che disprezzavano; e si fece il più alto applauso a questa Divina Filosofia, che sorpassava, senza l’aiuto della scienza o della ragione, le laboriose virtù delle scuole Greche.

Invero i Monaci potevano contendere con gli Stoici nel disprezzo della fortuna, del dolore, e della morte; si rinnovò, nella servile loro disciplina, il silenzio, e la sommissione dei Pitagorici; e sdegnarono con una fermezza uguale a quella dei Cinici stessi ogni formalità, e decenza della società civile.

Ma i seguaci di tal divina filosofia aspiravano ad imitare un modello ancor più puro, o più perfetto. Seguivano le vestigia dei Profeti che si erano ritirati nel deserto; e fecero risorgere la vita devota, e contemplativa, che si era introdotta dagli Esseni, nella Palestina e in Egitto.

NaturalishistoriaGli ascetici rifuggivano un mondo profano e degenerato per donarsi a una eremitica e anacoretica solitudine, o formare comunità di cenobiti e divenire monaci; tali comunità erano già state ubicate per lo più, e come osservava pure Plinio (Como, 23 d.C. – Stabia, 25 agosto 79 d.C.), fra le palme vicine al Mar Morto, dove risiedeva un popolo solitario, che sussisteva senza danaro, si propagava senza donne, e traeva dal disgusto e dal pentimento dell’umano genere, un perpetuo rinforzo di volontari associati.

300px-Saint-antony-beaten-by-the-devils--_Sassetta--Siena_PinacotecaPrimo esempio di nuova superstizione, di cui l’Egitto è da sempre padre fecondo, fu Antonio (Qumans, 251 circa – deserto della Tebaide, 17 gennaio 357; si prega di notare le date) il quale, ben presto seguito da discepoli, si disfece del suo patrimonio terriero (corrispondente a tre quarti di acro inglese), abbandono casa e famiglia, e cominciò la sua penitenza monastica con originale ed intrepido fanatismo, sino a divenire venerabile e ultracentenario Patriarca.

Essendo molto seguito dalla devozione cristiana, e così longevo, ebbe modo di ammirare la foltissima progenie che si era formata dal suo esempio nelle arene della Libia, sui massi della Tebaide, e nelle città del Nilo; a sud di Alessandria la montagna ed il vicino deserto di Nitria erano popolati da cinquemila anacoreti e da oltre cinquanta monasteri.

PacomioPacomio (Tebe, 292 – Pbow, 9 maggio 348), dal canto suo, si stabilì nella Tebaide Superiore, sulla vacante isola di Tabenna, con millecinquecento confratelli. Il Santo fondò nove monasteri di uomini e uno di donne ed a Pasqua riuniva cinquantamila ferventi persone.

Ebbene tanto si diffuse la professione monastica che gli egizi dell’epoca si vantavano di avere un numero uguale tra monaci e resto della popolazione, tanto che la posterità poté di nuovo ripetere quel detto che fu anticamente applicato agli animali sacri dello stesso paese e cioè che in Egitto è meno difficile trovare un Dio che un uomo.

A Roma, i discepoli di Antonio che accompagnarono il loro Primate alla sacra soglia del Vaticano, suscitarono, col loro aspetto strano e selvaggio, dapprima orrore e disprezzo, ma poi plauso e imitazione. I senatori e specie le matrone trasformarono i palazzi e le ville loro in case religiose, ed il ristretto istituto di sei Vestali restò eclissato da frequenti monasteri, che si edificarono sulle rovine degli antichi Templi, ed in mezzo al Foro Romano.

san-girolamoFu Girolamo ad introdurre in Italia il monachesimo. S. Girolamo (Sofronio Eusebio Girolamolatino, in latino Sofronius Eusebius Hieronymus; Portole, 347 – Betlemme, 30 settembre 419/420) scrittore, teologo e santo romano, nonché padre e dottore della Chiesa, tradusse la Bibbia dal greco e dall’ebraico al latino, fu colui che redasse la vita d’Ilarione,  e le storie di Paolo, d’Ilarione, e di Malco son raccontate mirabilmente; l’unico difetto, sottolinea il Gibbon, di questi piacevoli componimenti è la mancanza di verità, e di senso comune.

Ebbene il giovane Ilarione di Gaza (Tabata, 291 – Pafo, 371), infiammato dall’esempio d’Antonio, fissò l’orrida sua dimora in un arenoso lido, fra il mare ed una palude, circa sette miglia distante da Gaza, protraendo l’austera penitenza per quarantotto anni. Sparse un tale entusiasmo negli altri che allorché il sant’uomo visitava gli innumerevoli Monasteri della Palestina, aveva un seguito di due o tremila anacoreti.

225px-Basil_of_CaesareaTra gli altri, Basilio (Cesarea in Cappadocia, 329 – Cesarea in Cappadocia, 1º gennaio 378) si ritiro in una deserta solitudine del Ponto: e si degnò, per un tempo, di prescrivere le leggi alle spirituali colonie che egli sparse in abbondanza lungo la costa del Mar Nero.

In Occidente, Martino di Tours (Sabaria, 316 o 317 – Candes-Saint-Martin, 8 novembre 397), soldato -quello del mantello-, eremita, Vescovo e Santo, fondò i Monasteri della Gallia. E insomma il progresso dei Monaci non fu meno rapido, o universale, di quello del Cristianesimo stesso. 225px-Simone_Martini_033

I Cristiani Latini abbracciarono gli istituti religiosi di Roma. I discepoli di Antonio si sparsero di là dal Tropico, sotto l’Impero Cristiano dell’Etiopia. Il monastero di Banchor in Flintshire, conteneva più di duemila Monaci e diffuse una numerosa colonia fra i Barbari dell’Irlanda; e Jona, una delle Ebridi, che fu coltivata dai Monaci Irlandesi, sparse nelle regioni settentrionali un dubbioso raggio di scienza e di superstizione.

Il genio della superstizione, riferisce l’autore, imperversava, e la scelta dell’infelicità di esuli della vita sociale era abbracciata da tanti proprio a causa della moltitudine di genti che la avevano già abbracciata. Ciò ricorda quel “più grande miracolo” di cui parla Dante quando è esaminato sulla dottrina e la fede da San Pietro in persona in Paradiso (Canto XXIV) e che dovrebbe convincere chiunque che quella cristiana è la vera fede. Essa è infatti supportata e testimoniata sì dai vari miracoli riportati da scritture sacre, la cui autenticità non è mai stata dimostrata, ma comunque, e specie, indiscutibilmente suffragata dal maggiore di essi: vale a dire la diffusione universale del cristianesimo, estesosi appunto miracolosamente da un così piccolo e misero seme (la predicazione di dodici scalcagnati apostoli).

Chi entrava in un Monastero, era persuaso di camminare per l’aspro e spinoso sentiero dell’eterna felicità, e Il Crisostomo, spendendo tre libri in lode e difesa della vita monastica, è indotto dall’esempio dell’arca a presumere, con assurda e fanatica intransigenza, che a parte gli eletti (cioè dei Monaci) nessuno forse potrà salvarsi.

Altrove, per fortuna, si dimostra più umano ed ammette diversi gradi di gloria simili a quelli del Sole, della Luna, e delle Stelle. Nella sua vivace comparazione d’un Re con un Monaco egli suppone, però, che il Re sarà più scarsamente premiato, e più rigorosamente punito.Icon_02036_Svyatiteli_

I motivi religiosi dei nuovi adepti operavano in varie maniere, a seconda del carattere, e la situazione delle persone, e più vigorosamente su spiriti deboli di fanciulli, e di donne; e specie si avvalevano di segreti rimorsi, o di accidentali disgrazie; e potevano trarre qualche vantaggio da temporanei riflessi di vanità, o d’interesse personale. Ad esempio, nel 402 quando Giovanni Crisostomo, che venne deposto ed esiliato dall’imperatore nella disputa contro Teofilo a Costantinopoli, l’imperatrice, avendo abortito in concomitanza con l’esilio, di Giovanni, ella lo fece richiamare.

Col tempo la figura dell’eremita ripugnante finì per essere adottata nella gerarchia ecclesiastica e i Monasteri dell’Egitto, della Gallia, e d’Oriente somministrarono una regolare successione di Santi e di Vescovi; e l’ambizione tosto scoprì la segreta strada che conduceva al possesso delle ricchezze, e degli onori. I Monaci popolari, la reputazione dei quali era connessa con la fama e la prosperità dell’Ordine, cercavano continuamente di moltiplicare il numero degli schiavi loro compagni.

Lo sdegnato padre piangeva la perdita d’un figlio forse unico; la credula fanciulla era indotta dalla vanità a violare le leggi della natura; e la Matrona aspirava ad un’immaginaria perfezione, rinunziando alle virtù della vita domestica. Aggiungerei sommessamente: rimanevano tutti fregati!

Paola  (Roma, 5 maggio 347 – Betlemme, 26 gennaio 406, nobile matrona romana di fede cristiana, discepola di Sofronio Eusebio Girolamo) cedette alla persuasiva eloquenza di Girolamo, che non era proprio un gran ché eloquente se l’incipit turgidamente ridicolo (sempre Gibbon) del panegirico che realizza nell’opera chiamata “Epitaffio” fa: ≪se tutte le membra del mio corpo si mutassero in lingue, e se tutte risuonassero di voce umana, io ciò nonostante sarei incapace, etc.≫ La poesia non è per tutti, anche Dante usa l’accumulazione (Cfr. Inferno XXVIII, S’el s’aunasse ancor tutta la gente/ che già, in su la fortunata terra/ di Puglia, fu del suo sangue dolente …) con ben altri risultati. 225px-Francisco_de_Zurbarán_043

Il titolo profano e pure esso ridicolo di “Suocera di Dio” -Ruffino scandalizzato chiese quale pagano avesse mai coniato un’espressione tanto empia ed assurda- spinse quell’illustre vedova a consacrare la verginità d’Eustochia, sua figlia.

Spinto dalla sua guida, Paola abbandonò Roma, ed il suo piccolo figlio; si ritirò al santo villaggio di Betlemme: fondò un ospedale, e quattro Monasteri; ed acquistò, mediante la sua penitenza ed elemosine, un eminente e cospicuo posto nella Chiesa Cattolica.

Frattanto però i Monasteri si riempivano pure di una folla di oscuri ed abietti plebei, che nel chiostro guadagnavano molto più di quel che avessero sacrificato nel Mondo. Altro che rinunce, i contadini, i servi e gli artigiani potevano passare dalla povertà e dal disprezzo ad una sicura ed onorevole professione.

Se la vita monastica appariva dapprima come dura e travagliata, è pur vero che il costume la mitigava e i sudditi di Roma, gravati da diseguali ed esorbitanti tributi, vi si ritiravano a riparo dall’oppressione del Governo Imperiale, trovandovi rifugio e sussistenza, e così faceva il giovane pusillanime che preferiva la penitenza della vita Monastica ai pericoli della milizia, e gli atterriti provinciali di ogni ceto, che fuggivano dai Barbari.

Si riporta che un Frate Domenicano che alloggiò a Cadice in un Convento di suoi confratelli, tosto potette constatare che lì le preghiere notturne non interrompevano mai il loro riposo. Ma così facendo, mentre si sollevava l’angustia dei singoli individui, diminuiva la forza ed il vigore dell’Impero.

Gli esempi di scandalo, ed il progresso della superstizione, suggerirono la convenienza di più forti legami. Dopo una sufficiente prova, si assicurava la fedeltà del novizio mediante un solenne e perpetuo voto, e veniva ratificato  il suo vincolo irrevocabile alle Leggi della Chiesa, e dello Stato.

220px-Benedikt_von_AnianeLe azioni, le parole e fino i pensieri di un Monaco erano dirette da una inflessibile regola, (o da un Superiore capriccioso). L’antico Codex Regularum, compilato da Benedetto Aniano (Villeneuve-lès-Maguelone, 750 circa – Aquisgrana, 12 febbraio 821) monaco visigoto, venerato come santo, riformatore dei Monaci, nel principio del nono secolo, e pubblicato nel diciassettesimo da Luca Holstenio (lingua tedesca: Lukas Holste, latinizzato in Lucas Holstenius; Amburgo, 1592 – 2 febbraio 1662 umanista, geografo e storico cattolico tedesco), contiene trenta regole diverse per gli uomini, e per le donne. Sette di queste furono composte in Egitto, una in Oriente, una in Cappadocia, una in Italia, una in Africa, quattro in Spagna, otto nella Gallia o Francia, ed una in Inghilterra.

Nella vita cenobitica le mancanze più tenui si correggevano con la vergogna, con la prigionia, con digiuni straordinari, o con sanguinose flagellazioni, e la disubbidienza, il lamento, o l’indugio si trattavano come i più odiosi delitti. La regola di Colombano (in gaelico: Colum Bán, «colomba bianca»; latino: Columbanus Bobiensis; Navan, 542 circa – Bobbio, 23 novembre 615, monaco missionario irlandese), che  tanto prevalse in Occidente, assegna cento sferzate per mancanze molto leggere. Prima  del tempo di Carlo Magno, gli Abati si divertivano a mutilare i loro Monaci, o a cavar loro gli occhi, pena molto meno crudele del tremendo vade in pace (prigione sotterranea, o sepolcro), che fu inventato in seguito.SaintColumbanus

Una cieca sommissione agli ordini dell’Abate, per quanto potessero sembrare assurdi, o tendenti al delitto, era il principio fondamentale e la prima virtù dei Monaci Egiziani; e spesso la loro pazienza veniva esercitata coi più stravaganti stratagemmi. Veniva ordinato loro di muovere un masso enorme, o di annaffiare continuamente un bastone secco piantato nel suolo, fino a quando, al termine di tre anni, vegetasse e germogliasse come un albero, oppure gli si ordinava di entrare in una fornace ardente, o di gettare i loro figlioletti in un profondo stagno: e molti santi, o pazzi, hanno acquistato nella storia monastica una fama immortale per la loro inconsiderata e pronta ubbidienza. Il Gesuita Rosweyde (Utrecht, 2 gennaio 1569 – Anversa, 5 ottobre 1629), ha raccolto nei due suoi copiosi indici tutti i passi attinenti a tali “imprese” e sparsi nella sua opera destinata ai conventi.

La libertà dello spirito, sorgente di ogni generoso e ragionevole sentimento, era distrutta dall’abitudine della credulità e della sommissione; ed il Monaco, assuefacendosi ai vizi dello schiavo, seguiva devotamente la fede e le passioni del suo ecclesiastico tiranno. Risultato fu che la pace della Chiesa orientale fu attaccata da uno sciame di fanatici, incapaci di timore, di ragione, o d’umanità, tanto che le truppe imperiali confessavano senza vergogna, che temevano meno l’incontro dei più fieri Barbari.

Spesso la superstizione ha formato, e consacrato i capricciosi costumi dei Monaci, ma talvolta la loro apparente singolarità nasce anche dall’uniforme attaccamento, che hanno ad una semplice o primitiva maniera di vestire, che le rivoluzioni della moda hanno poi resa ridicola agli occhi degli uomini.

Il Padre dei Benedettini (fondazione, attorno al 529, del cenobio di Montecassino a opera di san Benedetto da Norcia) espressamente disapprova qualunque idea di particolarità, o distinzione, e sobriamente esortava i suoi discepoli ad abbracciare l’abito comune e proprio dei luoghi dove si trovano. Le vesti monastiche degli antichi variavano col clima, e con la loro maniera di vivere; e prendevano con la stessa indifferenza la pelle di pecora dei contadini Egizi, o il pallio dei Filosofi greci. In Egitto, dove esso si lavorava comunemente, e si reperiva a poco prezzo, facevano uso del lino, laddove in Occidente rigettavano questo capo dispendioso di lusso forestiero.432621551

I Monaci avevano il costume di tagliarsi, o di radersi i capelli, nascondevano il capo in un cappuccio, per evitare la vista degli oggetti profani, andavano a gambe e piedi nudi, eccettuato il tempo dell’estremo freddo dell’inverno; ed i loro lenti e deboli passi erano sostenuti da un lungo bastone.

L’aspetto di un vero anacoreta era orrido e disgustoso: ogni sensazione spiacevole all’uomo si credeva sgradita a Dio e l’angelica regola di Tabenna condannava il salutare costume di bagnarsi le membra nell’acqua, o d’ungerle con olio. Una eccezione era prevista solo per mani e piedi.

Gli austeri Monaci dormivano sulla terra sopra una dura stuoia, o su rozzi panni; e uno stesso fascio di foglie di palma gli serviva per sedere di giorno, e da capezzale di notte. Le prime celle erano basse ed anguste capanne formate dei più tenui materiali che, mediante una regolare distribuzione di strade, facevano un grosso e popolato villaggio, il quale nel comune recinto conteneva una Chiesa, un ospedale, talvolta una libreria, alcune manifatture necessarie, un giardino ed una fontana, o deposito d’acqua fresca.

Trenta, o quaranta fratelli componevano una famiglia, nel vitto e nella disciplina separata dalle altre, ed i grandi Monasteri d’Egitto erano composti di trenta, o quaranta famiglie.

Nel linguaggio dei Monaci, piacere e delitto erano sinonimi, ed essi avevano conosciuto per esperienza, che i rigorosi digiuni e l’astinenza nel cibo sono i più efficaci preservativi contro i desideri impuri della carne.

Le regole d’astinenza, che essi stabilirono o praticarono, non erano uniformi, o perpetue; la lieta solennità della Pentecoste veniva bilanciata dalla straordinaria mortificazione della Quaresima; il fervore dei nuovi monasteri poco a poco si andò rilassando, ed il vorace appetito dei Galli non poteva imitare la paziente e temperata virtù degli Egizi.

225px-Cassianus_portretCassiano (240 circa – 303/305) chiaramente confessa, che non si può imitare nella Gallia la perfetta norma dell’astinenza, a causa dell’aerum temperies, e qualitas nostrae fragilitatis. Fra le regole occidentali, quella di Colombano era la più austera; egli era stato educato in mezzo alla povertà dell’Irlanda, forse tanto rigida ed inflessibile, quanto l’astinente virtù dell’Egitto. La regola d’Isidoro di Siviglia (in latino Isidorus Hispalensis; Cartagena, 560 circa – Siviglia, 4 aprile 636) fu la più dolce: nelle feste concedeva l’uso della carne.

I discepoli di Antonio, e di Pacomio erano contenti della loro porzione giornaliera di dodici once di pane, (ventiquattro per coloro, che bevono solamente acqua, e non hanno liquore nutritivo) o piuttosto di un biscotto chiamato Paximacia, che dividevano tra i due frugali pasti del mezzogiorno, e della sera. Pacomio però concesse ai suoi Monaci qualche estensione nella quantità di cibo; ma li faceva lavorare in proporzione di quello che mangiavano.

Si considerava un merito, e quasi un dovere, l’astenersi dal consumo di vegetali cotti, che si davano al refettorio, ma la straordinaria bontà dell’Abate alle volte accordava loro il lusso del formaggio, di frutta, insalata, e di piccoli pesci secchi del Nilo.

Più in là si concesse o si ottenne una maggior porzione di pesce di mare e di fiume: ma l’uso della carne fu per lungo tempo ristretto agli ammalati, ed ai viaggiatori. Successivamente, nei Monasteri meno rigorosi d’Europa, si introdusse una singolare distinzione tra carni, come se gli uccelli, salvatici o domestici, fossero stati meno profani dei grossi animali dei campi.

L’acqua era la pura ed innocente bevanda dei primitivi Monaci; ed il fondatore dei Benedettini disapprovava la quotidiana porzione di mezza pinta di vino, che l’intemperanza del mondo l’aveva costretto a permettere. Le vigne d’Italia potevano facilmente somministrare tal misura ed i suoi vittoriosi discepoli, che passarono le Alpi, il Reno, ed il Baltico, richiesero, in luogo del vino, un’adeguata compensazione di birra, o di sidro.

Il candidato, che aspirava alla virtù della povertà Evangelica, si spogliava, nel primo suo ingresso in una comunità regolare, dell’idea e perfino del nome di ogni esclusivo o separato possesso. Espressioni, come “il mio libro”, “la mia veste”, “le mie scarpe” erano proibite fra Monaci occidentali, e con severità non minore, che fra gli orientali e la Regola di Colombano le puniva con sei frustate.

I fratelli si sostentavano per mezzo del lavoro delle proprie mani, ed il dovere di lavorare veniva caldamente raccomandato come una penitenza, come un esercizio, e come il mezzo più lodevole di procurarsi la quotidiana sussistenza.

Venivano diligentemente coltivati giardini e campi, che la loro industriosità spesse volte aveva tratto dalle foreste e dalle paludi. Essi facevano, senza ripugnanza, i più bassi uffizi di schiavi e di domestici; e si esercitavano dentro i recinti dei grandi monasteri le varie arti che erano necessarie a provvederli di abiti, di utensili e di abitazioni.

Gli studi monastici, per la maggior parte, son serviti ad accrescere, piuttosto che a dissipare, la caligine della superstizione. Ciononostante la curiosità, o lo zelo di alcuni eruditi solitari ha coltivato le scienze ecclesiastiche ed anche le profane e la posterità deve riconoscer con gratitudine, che le loro instancabili penne, ci hanno conservato e moltiplicato i monumenti della letteratura Greca e Romana.

Ma la più umile industria dei Monaci, specialmente d’Egitto, si contentava della tacita e sedentaria occupazione di fare sandali di legno, o d’intrecciare foglie di palme per farne stuoie e panieri.

Il lavoro superfluo, che non si impiegava nell’uso domestico, serviva, mediante il commercio, a supplire ai bisogni della Comunità: i barchetti di Tabenna e degli altri monasteri della Tebaide, discendevano dal Nilo fino ad Alessandria; ed in un mercato cristiano, era la “santità degli artefici” a dare un pregio maggiore all’intrinseco valore di quei manufatti.

 

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