Esistere il meno possibile

Questo mio ultimo sforzo, giuro, di un mille parole appena, ognuna delle quali più inutile della precedente, non lo si prenda come un ennesimo esercizio di vanità, o spossante affermazione dell’ego; sono sincero, lo consacro all’inesistenza, unico concetto in qualche modo “sacro”; se avesse senso non firmarlo, se avesse più senso addirittura del non attendersi che sia letto affatto, non avrei problema alcuno a non riferirlo a me stesso.

Ecco, sì, “me stesso”, illusorio, con un nome tanto particolare quando paradossalmente generico: “uomo”, “un uomo”, e basta, senza altri attributi. Chiamatemi: “Eh! Tu!” O non chiamatemi affatto.
Parto avvantaggiato va detto, nella mia intera vita di resistenza all’esistenza ho avuto l’agio di ammirare almeno una decina di persone tra vive e morte, che saranno pure poche, ma pur sempre una decina di persone in più di quelle che la generalità degli esseri umani ammira durante la propria di vita.

La vita dovrebbe cominciare con un battesimo di patetiche ed ipocrite scuse: “nostro caro figlio, perdonaci per averti tratto al mondo, qui troverai tutti gli orrori possibili e il più grande di tutti, il più spaventoso: esistere. Nessuno sa se ci sia rimedio all’esistenza, ma nell’implorare il tuo perdono ignorato e inutile, noi, che siamo a nostra volta stati tratti nell’errore di esserci, faremo il possibile per renderlo il meno insopportabile.” Una farsa del genere.

Poi, dopo aver ricevuto un nome, ognuno dovrebbe lavorare sul proprio annullamento personale, rimuovere tutti i tratti di una volgarissima e repellente individualità, fino a scordarlo. L’identità ci frega e ha fregato gruppi interi, identità nazionali, identità culturali, il gruppo e l’individuo forgiati nell’identità sono deplorevoli, oltre che pericolosissimi. Semmai l’umanità avesse un percorso, lo realizzerà di sicuro rinunciando ad essa.

Finora ci si dirige, ognuno a modo suo, tutti verso lo stesso miraggio, con tanti nomi, quello più diffuso e stupido è quello della “felicità”. Si salpa imbarcati sulla stultifera navis gremita di sé, a vele in tela immacolata di ego spiegate sui venti della propria specificità, che si gonfiano al soffio pomposo della nuvola materna, ma nessuno arriva mai altrove che a morire.

Di tutti gli inganni quello della felicità è non solo il più grosso e volgare, ma anche il più irritante. Non solo tradisce l’inclinazione naturale e cristallina delle cose che sono, perverte in malo modo la realtà, trafuga l’essere, contrabbanda imbecillità, riverbera idiozia, ma è anche fiacco, inane, servile. Tra felici e forti, si sia forti, forti delle proprie sconfitte, unico modo. 

Si deve coltivare, al contrario, proprio l’infelicità, non darsi mai un fine, e invece rimuoverli tutti: il senso della vita è il suo assoluto e perentorio nonsenso. Bisogna arrivare a lucidare questa perla nera da stercorari, fino a trovare conforto e forza nella propria assoluta mancanza di ambizioni, senso, traguardi, e poi usarla per giocare spensieratamente a bowling.
Deve lasciarsi fiorire un’infelicità sottile, appena esistente, come tutto il resto, appena lì, anche noi, appena appena lì, con essa e quel distillato tiepido in bocca all’amarezza di autocoscienza, tra i colpetti di tosse del cancro del quotidiano. Ah! Il suo sapore invecchiato di vittoria in ritardo su ogni insuccesso! Ci attendeva da anni nel botticello della memoria esigua sul poco che s’è stretto.

Si deve esistere il meno possibile, non riprodursi, scusarsi se avviene, non celebrarsi, e di certo impegnarsi, impegnarsi il più possibile, ma senza obbiettivo personale o aspettative altre che l’insoddisfazione compiuta, si deve fare, agire, per il gusto di fare, viaggiare senza raccontarlo, amare senza confessarlo, copulare, se proprio si deve parlarne, senza inorgoglirsi, e fumare, bere, crepare.

Basta arti, turismo, folle, io, io, io, basta decorazioni, erudizione, e tanta spenta allegria invece! Allegria senza sorrisi e decadente, ubriaca.
Se guardi a lungo dentro di te si aprirà di certo un abisso, ma tranquillo, è solo l’abisso di esistere, è nero e buio, non si vede nulla di quello che credi ci si dovrebbe trovare, o che credi di aver fatto, lì, non c’è più nulla. Ma se guarderai a lungo in quell’abisso, non solo ti accorgerai che anche lui ti sta guardando a sua volta, ma ti chiederà pure che cavolo ci hai da fissare tanto!?

Il tuo abisso non è diverso da un cliente del bar, ostile e che fa discorsi scemi a gran voce, un tipo parecchio scontroso e irritabile; per di più è alto oltre due metri e più forte di te, se ti accosti te le darà di santa ragione, e sai che ben ti sta.

Lasciamoli lì, questi piccoli abissi di immane solitudine, dove non si vede a un palmo dal naso, alti due metri e pieni di muscoli, lasciamo tutto lì senza toccarlo a meno che non sia strettamente indispensabile; il letame non va mesticato, o ogni volta il suo puzzo tremendo ti metterà addosso parecchia nostalgia per l’immobilismo. Che pure è male, l’immobilismo; al solito, non c’è mica modo di vincere.
Nel gioco a cellule si vince solo accettando, anzi esigendo, di non vincere, ritirandosi dal sé. Lasciatelo in pace il cliente del bar, e il mondo, ma se per caso non vi vedete brutti, stupidi, inutili, chiedete a me, sarò ben felice di aiutarvi a costo di rinunciare per un attimo al mio bel coma beato.

La solitudine più noiosa è quella sociale, devi accettare la tua noia, prima di potertene disfare, perché anche essa, non da spaventarsene, esiste poco alla fine, se ci si lavora su.

Studiati bene la tua infelicità! Sii un filo orgoglioso di essa; insomma, hai speso tanto di quel tempo a rimuovere ogni orpello, a smettere di girare in lungo e in largo come un coglione, ormai sei così meravigliosamente privo di te, da esserne pieno e non puoi rinunciare di buon grado a tutto questo bel nulla! Ma non ti inorgoglire troppo, o ci risiamo!
Ci ho messo una vita ad arrivare a questa bella conclusione, nessuno e dico nessuno riuscirà a farmi tornare ad essere ed esistere più di così, o a convincermi di avere di nuovo torto, come è già evidente che è e come è sempre stato e sempre sarebbe.

Eh, ma bisogna prendere posizione; a casa mia, per esempio, si è usi bere sia per celebrare un lieto evento, che per rimediare al disappunto, per questo concludo che è da odiarsi l’indifferenza.
L’essere indifferenti è meno vicino al non essere di come appaia, il Nirvana, queste menate… porta a uno stile di vita più sano, di ostentata sobrietà, di puntigliosa saggezza fanatica. Orrore! Si prenda posizione, ma solo per bere! E senza celebrare l’autodistruzione; autodistruzione di chi? S’è già dimenticato di chi si parla, non interessa a nessuno, un soggetto che annoia pure chi lo impersona. Chi ci farebbe mai un film su?

Insomma, basta! Si smetta di insistere! Si smetta di esistere! Non ritratterò e non ammetterò di avere tutto il torto che posso ben permettermi di avere dopo tanto tribolare. Essere arroganti non è affermazione di sé, al contrario è generosa concessione al deperimento dell’essere, oltre che l’ottima strategia per allontanare le persone, per di più col pedagogico effetto di far loro capire, in modo implicito quanto sgargiante, che esistere è male: è male il tuo di esistere, così pedante, e il loro, così rabbioso; ma non c’è segno, parola, esperienza che non vada detestato e non sia assolutamente superfluo.

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