Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, I

Dal libro: “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, capitolo III: Dopo di Voi Messere; la Cerimonia Eleva Ogni Cosa (Selden), paragrafi 3° e 4°;  traduzione dall’edizione spagnola di Virio Guido Stipa.

Ovviamente l’archetipo di ogni cerimonia fu la famosa (o notoria) etichetta spagnola. Era così rigida, e provocava tante anomalie, da fornire ai cronisti e ai collezionisti di aneddoti materiale pressoché inesauribile.

Il comune mortale non poteva toccare la persona augusta di sua maestà spagnola. In una occasione il cavallo della regina imbizzarrì e disarcionò sua maestà, ma il piede di lei rimase nella staffa. Intervennero due ufficiali per liberarla salvandola da morte certa. Tuttavia i due valorosi guerrieri fuggirono immediatamente dal paese, come indemoniati, per evitare la pena capitale, che gli sarebbe stata comminata per aver messo le mani addosso al corpo sacrosanto della regina.

Filippo III soffrì bruciature mortali dinanzi al camino perché i suoi cortigiani non riuscirono a trovare in tempo il Grande di Spagna al quale spettava di spostare il trono del Re.

D’inverno la regina di Spagna doveva recarsi a letto alle nove. Se dimenticava la norma e si tratteneva a tavola, le sue dame di compagnia le si lanciavano addosso, la spogliavano e trascinavano a letto.

La promessa sposa di Filippo IV, Maria Anna d’Austria, fu ricevuta cerimoniosamente in ciascuna delle città che attraversò durante il suo viaggio a Madrid. In un determinato posto il sindaco cercò di regalarle un paio di calze di seta, opera maestra di artigianato locale. Tuttavia il maggiordomo appartò la cassetta con le calze e solennemente dichiarò: “è tempo che sappiate, signor sindaco, che la regina di Spagna non ha gambe”.

Secondo la leggenda, la promessa del re svenne raccapricciata perché pensò che appena arrivata a Madrid le avrebbero amputato le gambe per adempiere all’etichetta.

Il prossimo aneddoto è il più conosciuto. Ebbe un certo peso nella Rivoluzione Francese. Nel dibattito per la Costituzione, un membro dell’Assemblea Nazionale propose una petizione al re, che doveva cominciare con la frase: “la Nazione deposita i suoi omaggi a piedi di Sua Maestà!” ma Mirabeau si produsse nella sua famosa frase: “il Re non ha piedi!” ruggì con voce da leone.

Ma gli aneddoti, i racconti, le leggende tenaci hanno ali e piedi invece. Circolano per il mondo, e passano da un secolo all’altro. Se ci mettiamo a cercarne le origini ci perdiamo in una telaragna impenetrabile. Non ci sono prove degne di fede del fatto che questi ridicoli eccessi dell’etichetta spagnola siano realmente occorsi.

Lünig rimane molto prudente nelle sue allusioni, e rimette –per “maggiori dettagli”- alle memorie della contessa d’Aulnoy.

Marie Catherine Jumel de Berneville, contessa d’Aulnoy (o Aunoy) fu una delle prime intellettuali, e scrisse un gran numero di racconti fantastici e romanzi, oltre a libri di viaggio e memorie.

La maggior parte delle sue opere sono state dimenticate, ma L’oiseau bleu ispirò il bel Uccello Azzurro di Maeterlinck. Nel 1690 pubblicò le sue memorie della corte spagnola. Questo libro diventò la fonte di tutti i miti, le leggende e gli aneddoti posteriori; persino Isaac d’Israeli lo utilizzò per comporre il suo Curiosities of Literature; e ponderosi storici le attribuirono assoluta veridicità.

Tuttavia è molto probabile che la contessa applicasse alle sue memorie i metodi propri del fiabesco e del fantastico, e che presentasse come fatti reali vari affari o aneddoti di carattere satirico.

È comunque certo che i re di Spagna, avvelenati dal loro potere assoluto, divennero prigionieri di una etichetta assolutamente rigida e il cui formalismo fu sviluppato da loro stessi. Si legarono mani e piedi… per quanto i nodi fossero intrecciati da fili d’oro.

Ogni ora della loro vita era regolata da un orario immutabile. Persino la vita amorosa del re di Spagna era retta dall’etichetta. Lünig, suddito reale del tutto privo del senso dell’umorismo, descrive il momento di esaltazione nel quale il re esce con l’intenzione di realizzare una visita notturna alla sua regina: “calza pantofole e un mantello di seta nera copre le sue spalle. Nella destra brandisce una spada sguainata, alla sinistra una lanterna. Dal braccio sinistro pende una bottiglia che non serve per bere, ma per altri propositi notturni (… nicht zum trincken, sondern sonst bey Nacht-Zeiten gebraucht wird).”

Invero la figura di tale amante doveva essere uno spettacolo orrendo.

 

I primi re francesi odiavano l’idea di soffocare la voce fresca e libera dell’ingegno gallico con la museruola dell’etichetta e del cerimoniale. Adottarono le tradizioni di corte borgognona, ma ebbero l’accortezza di preservare le opportunità che il contatto diretto col mondo ed i comuni mortali garantiva.

Enrico IV favorì l’uso di un linguaggio franco e diretto. Proibì ai suoi figli di chiamarlo “Monsieur” … voleva semplicemente essere “papà”. E neppure adottò le stupide istituzioni delle corti tedesche…  i “bimbi da sculacciata”.

Si trattava di figli di nobili, compagni di gioco dei giovani principi si sangue reale; quando questi ultimi si comportavano male i “bimbi da sculacciata” ricevevano il castigo al loro posto.

Enrico IV diede specifiche istruzioni al tutore di suo figlio affinché gli desse una bella sculacciata se si comportava male. In una lettera datata 14 novembre 1607 scrive quanto segue: “desidero ed ordino che il Delfino sia castigato quando si mostri ostinato o indisciplinato; per esperienza personale so che nulla beneficia tanto un bambino, quanto una bella sculacciata.”

Il cambio sopravvenne sotto il regno di Luigi XIV. Il monarca amava la vita di corte, e si compiaceva dell’eterno movimento attorno al caleidoscopio di colori di Versailles.

Detto movimento doveva però essere orbitale: Luigi XIV era il sole, attorno al quale girava tutto l’universo, e la sua persona era l’unica fonte di calore e luce. Riorganizzò e sviluppò l’etichetta spagnola a gusto suo. Mantenne il collo stretto, ma invece del rigido taglio spagnolo fece in modo di ottenere un tocco di bellezza con intarsi di Chantilly.

Ecco cosa dice Voltaire alla sua epoca di Luigi XVI: “desiderava che la gloria che emanava la sua persona si riverberasse su coloro che lo circondavano, in modo che tutti i nobili fossero onorati, ma nessuno potente, neppure suo fratello o il Principe”.

A tal fine decise a favore i pari sul lungo giudizio che questi avevano promosso contro i presidenti del parlamento. Questi ultimi reclamavano il privilegio di parlare prima dei pari, e di fatto lo avevano occupato il parlamento. Luigi decise, nel corso di un consiglio straordinario, che in presenza del re, e durante le sessioni della Camera Alta, in veste di corpo giurisdizionale, i pari parlassero prima dei presidenti, come se detta prerogativa si originasse direttamente dalla presenza del monarca; e in caso di assemblee che non avessero carattere giurisdizionale permise la vigenza del vecchio costume.

“Al fine di onorare i cortigiani più importanti si idearono delle casacche azzurre, bordate d’oro e argento. Gli uomini, dominati dalla vanità, consideravano un illustre favore il poter usare tali capi. Erano ambiti quasi quanto il collare dell’Ordine di San Luigi. Va detto, visto che si tratta di piccoli dettagli, che allora tali casacche si indossavano su giubbe ornate da nastri e che sopra alla casacca si applicava una bandoliera da cui pendeva la spada. Intorno al collo poi si usava una specie di nastro di merletto e un cappello con due file di piume.

Questa moda, che durò fino al 1684, prevalse in tutta Europa, con eccezione di Spagna e Portogallo. Quasi tutti i paesi erano orgogliosi di imitare la corte di Luigi XIV. “Introdusse a casa sua un sistema che ancora perdura (scriveva Voltaire nel 1752) regolò le gerarchie e le funzioni, e creò nuovi posti per il servizio della sua persona, tra essi quello di Gran Maestro del Guardaroba. Ristabilì i tavoli stabiliti da Francesco I e ne aumentò il numero. Dodici di essi li destinò agli ufficiali che cenavano alla presenza del re, ed erano serviti con lo stesso riguardo e profusione che può osservarsi alla tavola di molti sovrani.”

“Creò nuovi posti per il servizio della sua persona” la frase pare inoffensiva e ragionevole. Ed in questo caso Voltaire si esprime con eccessiva moderazione… o forse con indispensabile prudenza. (Due capitoli del suo libro dovettero essere omessi per lungo tempo).

Vediamo un po’ che c’è dietro questa innocente frase. Assistiamo al momento in cui il re si sveglia, ed esaminiamo il caso dalla prospettiva del XX secolo. Era dovere del capo dei lacchè aprire le tende del letto reale, ad inizio mattina. Sua Molto Cristiana Maestà si degnava di aprire un occhio, e poi l’altro. I lacchè davano il passo ai dignitari autorizzati a presenziare la solenne cerimonia. Entravano i principi di sangue, seguiti dai ciambellani principali di corte, il Gran Maestro del Guardaroba menzionato da Voltaire, e quattro ciambellani comuni di corte. Si alza il sipario… e comincia la cerimonia della sveglia.

Il re scendeva dal famoso letto collocato al centro esatto del palazzo… il fulcro di Versailles, come il sole è al centro del sistema solare il re lo è della sua corte. Dopo una breve orazione, il capo dei lacchè spargeva sulle reali mani alcune gocce di eau de vie profumato, e queste erano le abluzioni.

Il primo ciambellano offriva le pantofole reali, dopo di che consegnava la vestaglia reale al Gran Maestro del Guardaroba, ed aiutava sua maestà a vestirla. Il re si sedeva sul trono. Il barbiere di corte toglieva il berretto da notte e pettinava i capelli del monarca, mentre il Primo Ciambellano reggeva uno specchio.

Non si tratta di dettagli molto interessanti, ma nella vita di Versailles possedevano un significato enorme, ed una grande importanza. Accomodare le pantofole ai piedi del re o aiutare sua maestà a porsi la vestaglia rappresentavano segnali di favori che i cortigiani invidiavano amaramente. Il preciso ordine che si seguiva durante la cerimonia fu stabilito dal re in persona, e andava rispettato senza la minima variazione.

Fino al giorno della morte, o di agonia del monarca, il primo ciambellano fu sempre l’incaricato di avvicinare le pantofole, ed il Gran Maestro del Guardaroba si occupò di porgere la vestaglia. Proporre un cambiamento al cerimoniale sarebbe stato inconcepibile, e sarebbe equivalso ad una rivoluzione.

Questa era la prima parte, l’aspetto intimo della sveglia. Seguiva un secondo atto, più solenne. I servitori appostati all’ingresso della sala aprivano le porte. Entrava la corte. Duchi, pari, ambasciatori, marescialli di Francia, ministri della Corona, presidenti dei parlamenti… dignitari di ogni tipo e pedigree.

Occupavano i posti accuratamente stabiliti anteriormente, dal lato esterno della barriera dorata che separava il dormitorio in due parti, e contemplavano lo spettacolo con silente ansia. Era di certo uno spettacolo di gran gala, nel quale e come sempre il re recitava la parte del protagonista, il maggior dignitario e primo attore di Francia.

Scena prima: il re si toglie la vestaglia il Gran Maestro del Guardaroba, lo aiuta a destra, il capo dei lacchè dalla sinistra. Senza dubbio la vestaglia era un capo meno importante della camicia.

Molto più complesso l’atto col quale il re si disfaceva della camicia da notte, e si infilava quella da giorno. Un cavaliere di camera la consegnava al primo ciambellano, che la passava la duca di Orleáns, il cui rango era inferiore solo a quello del re in persona.

Il re riceveva la camicia dalle mani del duca, se la metteva sulle spalle, e con l’aiuto di due ciambellani si toglieva la camicia da notte e indossava l’altra. La funzione di gala continuava.

I funzionari di corte aiutavano Sua Maestà a completare la vestizione, porsi le scarpe, chiudere le fibbie di diamante, collocare la spada e la cinta dell’ordine scelto dal monarca. Il Gran Maestro del Guardaroba (generalmente il duca più anziano) rivestiva un ruolo importantissimo. Teneva tra le mani i vestiti usati il giorno prima, mentre il re prendeva i piccoli oggetti di uso giornaliero e se li metteva nelle tasche dei vestiti che andava ad indossare. Inoltre presentava al monarca, in un vassoio d’oro, tre fazzoletti ricamati, affinché il re ne scegliesse uno; e consegnava a Sua Maestà il cappello, i guanti, il bastone.

Nei giorni nuvolosi, se si abbisognava di luce, si dava una opportunità anche a qualche membro del pubblico. Il ciambellano chiedeva sottovoce al re chi avrebbe dovuto reggere il candelabro. Sua Maestà nominava uno o altro dignitario, che col petto traboccante d’orgoglio si incaricava di sostenere il doppiere per tutto il tempo.

Si osservi: candelabro a due bracci… Luigi aveva regolamentato persino l’uso di candele e candelieri nel complicato sistema dell’etichetta di corte. Solo il re aveva diritto a un candelabro a due bracci, e gli altri dovevano contentarsi di un braccio.

Tale principio fu applicato a tutti gli aspetti della vita. A Luigi piacevano le giacche ricamate in oro… dunque era inconcepibile che il comune mortale usasse qualcosa di simile. Eppure come raro favore permetteva che alcuni individui meritori ricamassero d’oro le loro giubbe con un permesso scritto e firmato da Sua Maestà e poi dal suo primo ministro. Tali giubbe avevano un nome specifico: justaucorps á brevet, “giacche certificate”.

Quando lo spettacolo quotidiano concludeva, il re abbandonava la camera e i cortigiani lo seguivano. E dunque nella sala reale si dipanava una breve “cerimonia secondaria”. Era necessario rifare il letto reale. Non certo di fretta, come occorre ai comuni letti. Anche questo procedimento aveva le sue regole scritte. Un lacchè si posizionata alla testata e un altro ai piedi del letto, il tappezziere di palazzo rifaceva l’augusto letto. Doveva esserci uno dei ciambellani, al fine di vigilare il compimento delle regole dell’operazione.

Il giaciglio, e così l’altro mobilio e gli articoli di uso quotidiano, dovevano essere trattati con il dovuto rispetto. Chi passava la barriera che divideva la camera doveva realizzare una genuflessione dinanzi al letto.

Il costume della sveglia reale fu adottato da molte corti europee. Johann Küchelbecher descrive nel 1732 una cerimonia simile all’Hofburg di Vienna. La differenza principale qui era che il re realizzava la cerimonia in una stanza vicina alla camera, nella quale entrava coperto da una vestaglia. Lì i suoi ciambellani lo vestivano lavavano e pettinavano. Il livello degli Asburgo era più esclusivo di quello di Versailles; non si ammetteva nessuno senza un esame rigoroso dei suoi antenati e della purezza del sangue.

E ancora più complicato era il cerimoniale della tavola. Quando arrivava il momento del pranzo di Luigi XIV, l’usciere principale colpiva col suo bastone la porta delle Guardie Reali, e declamava a voce alta: “Cavalieri, coperto per il Re!” cada uno degli ufficiali della Guardia Reale prendeva con sé una stoviglia o posata che gli era stata assegnata, e la processione si incamminava verso il gran salone da pranzo; in testa l’usciere principale, a seguire gli ufficiali e ad ambedue i lati le guardie.

Depositavano il fardello sul tavolo di servizio, e per il momento le loro funzioni erano concluse; apparecchiare la tavola era un incarico che spettava ad altri funzionari di corte. Una volta che avevano compiuto la loro missione, il ciambellano di servizio tagliava il pane e ispezionava le porcellane. Dopo aver comprovato che tutto era in ordine, l’usciere principale latrava nuovamente: “Cavalieri, carne per il Re!” le guardie si mettevano sull’attenti e un certo numero di dignitari di corte marchiava verso la stanza vicina dove si sarebbero esaminati attentamente il piatti destinati alla tavola reale.

Il ciambellano di corte li disponeva in ordine; e poi prendeva due fette di pane e le intingeva leggermente nella salsa o nel sugo delle vivande. Ne provava una e offriva l’altra al maggiordomo principale. Se codesti alti dignitari consideravano che le pietanze erano di sapore gradevole, si formava una nuova processione; alla testa si collocava di nuovo l’usciere principale col suo bastone, dietro il ciambellano con un piatto, il maggiordomo principale con il secondo, l’ispettore delle cucine con il terzo, e dietro vari dignitari di differenti categorie.

I piatti erano scortati da guardie armate di carabina… probabilmente per evitare che qualcuno rubasse gli alimenti. Una volta che le preziose cibarie erano giunte in sala da pranzo, si annunciava al re come da formalità rigidamente prescritta, che pranzo o cena erano serviti.

Servire a tavola era compito di sei nobili ciambellani. Uno tagliava la carne, un altro la serviva, il terzo la porgeva e così di seguito. Quando il re gradiva bere, il coppiere di corte esclamava: “da bere per il re!” piegato il ginocchio dinanzi a Sua Maestà, si dirigeva verso la credenza e riceveva dal cantiniere di corte un vassoio con due brocche di cristallo. Una conteneva vino e l’altra acqua.

Un’altra genuflessione e consegnava il vassoio al ciambellano incaricato del servizio. Quest’ultimo mescolava un po’ di vino ed acqua nel suo bicchiere provava il liquido, e poi restituiva il vassoio al coppiere. Dopo tale procedimento solenne e cerimonioso, il re poteva, infine, bere. Ad ogni piatto si ripeteva la medesima cerimonia.

Quando il giorno, così minuziosamente regolato, volgeva al termine, il re si ritirava, e si riproducevano le cerimonie del mattino però all’inverso, come un in film visto al contrario. Basti solo dire che le abluzioni notturne erano un tantino più abbondanti delle poche gocce di eau de vie del mattino. Si disponeva un asciugamano su due vassoi d’oro, un estremo era umido, l’altro asciutto. Il re utilizzava la parte umida per strofinare viso e mani e si asciugava dall’umidità con l’altra.

Non serve dire che il porgere l’asciugamano era un gran onore, ed era riservato ai principi di sangue. L’etichetta di corte differenziava due aspetti di questo semplice atto con delicatezza minuziosa. Se erano anche presenti i figli o i nipoti del monarca, l’asciugamano passava dalle mani del ciambellano principale al principe di maggior gerarchia. Se attorno al re c’erano altri principi di sangue, si consegnava l’asciugamano a uno dei lacchè.

Tal minimo dettaglio ci indica che il Re Sole si lavava nella gloria, nell’umile adorazione dei suoi sudditi, e in molto altro, ma non in acqua.

Questa quotidiana idolatria occupava un branco di dignitari e funzionari di corte, dai complicati e molto estesi titoli. Le reali cucine impiegavano non meno di novantasei nobili supervisori, tra i quali trentasei maggiordomi, diciassette ispettori, dodici ciambellani, e un ciambellano principale. Il personale di cucina assommava quattrocentoquarantotto persone, senza contare i servitori colà impiegati ed i servitori dei servitori.

Tale gigantesca superfetazione di gerarchie cortigiane aveva un certo fondamento reale. Nell’accecante bagliore della corte di tale monarca di suprema vanità, viveva un uomo equilibrato e comprensivo, Colbert, il ministro delle finanze. Colbert escogitò che se era necessario che il paese si vedesse schiacciato da imposte, poteva pure stabilirsi una tassa sulla vanità. Colbert vendeva i titoli e le gerarchie di corte. Il meno costoso era il titolo di maestro di cucina: solo ottomila franchi. In proporzione col grado di importanza, cresceva il costo: il maggiordomo principale per esempio pagava un milione e mezzo di franchi. Per il suo magnifico ruolo.

Colbert conferì a tale dubbia transazione una certa aria di rispettabilità promettendo di pagare un interesse annuale sul capitale che si depositava. Senza dubbio l’interesse si pagava, ma i compratori ben sapevano che non avrebbero mai rivisto i capitali e cercavano di rifarsi in altro modo. Secondo i calcoli degli storici rubarono per cinque volte gli interessi della transazione realizzata.

Tutto ciò sarebbe potuto essere un fenomeno senza importanza, un capitolo ridicolo ma secondario della storia della stupidità umana. Tuttavia il suo costo fu enorme, non solo per la Francia, ma per tutta Europa.  Ovunque apparvero piccole (e a volte non così piccole) riproduzioni della corte di Versailles. I piccoli principi tedeschi, e pure i grandi duchi e nobili, vollero imitare il Re Sole.

Innumerevoli regni e principati si rovinarono grazie a questo stupido vezzo di emulare Luigi XIV. I soldati di Hesse furono venduti e terminarono i loro giorni in terra straniera, le innumerevoli e sporche “imprese commerciali” di padroni continentali si originarono principalmente a causa di tale sentimento di vanità. Il Re Sole poteva sentirsi orgoglioso; non era solo il centro della corte e della Francia, ma del mondo civile.

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