Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, II – Cap. IV: “L’albero Genealogico”, Paragrafo IV

Le università tedesche dei secoli XVI e XVII produssero baccellieri e dottori come se fosse già stata inventata la produzione in serie. Si sviluppò una nuova classe sociale: l’aristocrazia dei saggi.

Gli uomini di scienza erano molto rispettati (quasi quanto gli scienziati dell’era atomica); i principi onoravano i saggi, il popolo li temeva ed ammirava. Non deve destar meraviglia, quindi, che si gonfiassero di orgoglio; e tale sentimento si sviluppò a un ritmo sconosciuto fino ad allora.

Ma c’era un inconveniente: la nuova aristocrazia era priva di nomi raffinati ed altisonanti, patinati di vetustà come la nobiltà di nascita. Dovettero conquistare l’immortalità con i nomi semplici e persino volgari dei loro genitori, e questi nomi risaltavano in modo ingrato nonostante la montagna di fine prosa latina con la quale provavano a coprirli.

Schurtzfleisch (Grembiule da carne) o Lammerschwanz (Coda d’agnello) non erano nomi molto appropriati per ascendere all’Olimpo. Si sarebbe potuto temere che le Muse avrebbero cacciato a calci simili candidati alla fama. Era necessario trovare il modo di rifinirli, di rendere gradevoli nomi tanto foschi e volgari.

Uno dei metodi fu un po’ primitivo. Consisteva nell’aggiungere solo il suffisso latino “us” al nome tedesco.

Dunque, Conrad Samuel Schurtzfleisehius, l’erudito professore dell’Università di Wittenberg si vide liberato del vergognoso promemoria sulla sua nascita umile, l’“us” (come il francese “de” e il tedesco “von”) lo trasformò in meritorio membro dell’ordine dei saggi.

Gli autori di libri importanti usarono per secoli tale “us”, e alla fine raggiunsero certa nobiltà e distinzione; se qualcuno poteva ostentare questo “us”, lo si considerava uomo dalle profonde conoscenze; invece i comuni mortali non avevano il diritto di usarlo.

Sulle copertine dei libri e nelle citazioni, era possibile distinguere un saggio grazie all’aristocratico “us” che non solo aveva un suono gradevole, ma era anche pratico… perché poteva essere declinato.

Se qualcuno per esempio si chiamava semplicemente “Bullinger”, il testo latino lo condannava a eterna rigidità, nella forma di ostinato ed inflessibile nominativo. Però “Bullingerus” aveva tutta l’eleganza e flessibilità di una parola latina; era possibile declinare tutti i casi, e dire Bullingerum, Bullingeri, Bullingero. E, se vari membri della stessa famiglia figuravano nel mondo delle lettere, li si poteva enumerare grazie alle forme “Bullingeros, Bullingerorum…” etc.

Tuttavia, apparentemente nessuno comprese quanto fosse stupido e barbaro aggregare la particela latina “us” a un nome tedesco; i mostri così concepiti passavano di contrabbando ai testi classici, e distruggevano l’armonia dell’insieme… per quanto alcune opere fossero scritte in un latino maccheronico.

Le cose non avevano un aspetto così tremendo quando si trattava di nomi semplici, per esempio Hallerus, Gesnerus, Mollerus, Happebus, Morhoflus, Gerhardus, Forsterus; e inoltre centinaia di nomi tedeschi latinizzati si resero popolari dopo secoli di uso; il lettore dimenticava gradualmente la loro grottesca incongruenza.

Ma nomi come Buxtorfius, Nierembergius, Ravenspergius, Schwenckfeldius, y Pufendorfius, finivano per essere un tanto strani, e nel caso di Schreckefuchsius, l’erudito professore di matematica dell’Università di Friburgo, la latinizzazione non migliorava certo la situazione.

I proprietari di questi nomi tedeschi duri e gutturali arrivarono alla conclusione che l’”us” non li rendeva né melodiosi, né classici, sicché optarono per un altro mezzo: tradussero i loro poco eleganti nomi in latino o in greco, e la pelosa crisalide teutonica si trasformò in una farfalla classica dai bei colori.

L’eccellente Lammerschwanz (coda d’agnello) divenne Casparus Arnurus, e con tale nome cominciò ad insegnare logica ed etica all’Università di Jena; l’erudito dottor Rindfleisch (Carne di vacca) divenne Bucretius; il pomerano Brodkorb (Cesta di pane) firmò i suoi scritti col magnifico nome di Artocophinus.

Ed ecco una piccola collezione di tali magiche trasformazioni con traduzione approssimativa dei nomi tedeschi:

Oecolampadius era: Hausschein (Sfavillio della casa).

Melanchton era: Schwarzfeld (Campo nero).

Apianus era: Bienewitz (Ingegno d’ape).

Copernicus era: Köppernik.

Angelocrator era: Engelhart (Angelo duro).

Archimagrius era: Küchenmaster (Maestro di cucina).

Lycosthenes era: Wolfhart (Lupo duro).

Opsopoeus era: Koch (Cuciniere).

Osiander era: Hosenenderle (Punta dei pantaloni).

Pelargus era: Storch (Cicogna)

Siderocratas era: Eisenmenger (Mescolatore di ferro).

Avenarius era: Habermann.

Camerarius era: Kammermeister (Ciambellano).

Parsimonius era: Karg (Scarso, parco).

Pierius era: Birnfeld (Orto di peri).

Ursisalius era: Beersprung (Salto dell’orso).

Malleolus era: Hemmerlin (Martelletto).

Pepericornus era: Pfefferkorn (Granello di pepe).

Altre nazioni adottarono questa stupida moda. Lo svizzero Chauvin latinizzò il suo onesto nome e lo fece diventare Calvinus. E il belga Weier divenne Wierus, il polacco Stojinszky fu Statorius, il francese Ouvrier, Operarius, l’inglese Bridgewater, Aquapontanus.

Potremmo aggiungere migliaia di nomi alla lista. Neppure la sanguinolenta satira delle Epistolas Obscurorum Virorum riuscì a curare dalla mania della “classicizzazione”, nonostante le famose lettere si utilizzavano nomi come Mammotrectus, Buntemantellus, Pultronius, Cultrifex, Pardormannus, Fornacifisis, etc. fu opera della sorte se l’inventore della stampa, Hans Gensfleisch, nacque troppo presto per divenire sostenitore di tali pazzie. Se fosse vissuto cento anni dopo parleremmo di Ansericarnosus invece di riferirci alle Bibbie di Gutemberg.

Devo confessare che la mania moderna degli pseudonimi mi sembra molto strettamente connessa al costume dei secoli XVI e XVII.

Posso  intendere perfettamente perché Samuel Spewack scriva romanzi polizieschi sotto il falso nome di “A. A. Abbot” (che tra l’altro lo pone subito all’inizio di qualunque lista alfabetica) o perché Euphrasia Emeline Cox preferisca chiamarsi Lewis Cox. Ma per che accidente  J. C. Squire s’è cambiato in Solomon Eagle o Robert William Alexander si è mai mascherato da Joan Butler? Forse Clement Dane è più eufonico di Winifred Ashton? O Kirk Deming è meglio di Harry Sinclair Drago? Preferisco pure Cecil William Mercer a Dornford Yates, o Grace Zaring Stoile a Ethel Vance… ma forse queste dame e cavalieri ci azzeccano solo quando preferiscono Peter Trent a Lawrence Nelson, o Anya Seton al posto di Hamilton Chase.

(Visited 75 times, 1 visits today)