Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, III; Capitolo III: Dopo di Voi Messere; la Cerimonia Eleva Ogni Cosa (Selden), paragrafo VII

Sotto l’Impero bizantino erano rigidamente regolati non solo i titoli, e il cerimoniale di corte, ma anche le mode.

Solo l’imperatore aveva il diritto di usare scarpe rosse. Era uno dei segni esteriori del potere imperiale, come il diadema. Dopo la caduta di Costantinopoli, le scarpe rosse cominciarono un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, e infine apparvero a Parigi.

La traversata fu senza dubbio aspra, difatti le scarpe persero la suola e la tomaia, e rimase solo il tacco. Il tacco rosso –talon rouge– divenne parte integrante del vestire delle corti e distingueva il nobile appartenente alla corte dal comune mortale. Ogni corte divenne un mondo chiuso; un mondo piccolo o grande, sfavillante come Versailles, o tosco come El Escorial.

Ma pure erano un mondo a sé i castelli dei principi tedeschi, che si sforzavano con ogni risorsa a disposizione di emulare i grandi modelli. Questi mondi non erano sferici; sembravano piramidi a scalinata. Al vertice si trovava il re o l’imperatore; sulle gradinate, che lentamente si modellavano, si trovavano in piedi o inginocchiati, i cortigiani, ognuno a posto suo, secondo minuziose regole di gerarchia e precedenza.

Gerarchia, grado, posizione, livello… il sogno e l’ambizione di qualunque cortigiano! Precedere anche solo di un grado qualcuno, avvicinarsi di uno scalino all’idolo della vetta… per quanto il trono non fosse il cerimonioso scranno d’oro dove si prendevano le decisioni dello Stato, ma un mobilaccio assai più prosaico con un buco al centro.

Correndo il rischio di apparire triviali, dobbiamo dedicare uno spazio al cerimoniale e alla mistica di questo articolo domestico.

Francesco I re di Francia, aveva già introdotto l’incarico di portatore della sedia (porte-chaise d’affaires). I dignitari, onorati da tale titolo, svolgevano il loro compito azzimati in uniformi disegnate a bella posta, coperti di medaglie e con tanto di spada.

I compiti relativi alla chaise erano i più ambiti di corte, e se i risultati fossero stati soddisfacenti, Sua Maestà avrebbe dispensato i suoi favori con generosità. Una volta lo spettacolo aveva un carattere più o meno pubblico. Tuttavia, Luigi XIV, uomo di gran delicatezza e tatto, decise che un atto così intimo non doveva essere messo in opera dinanzi ad una moltitudine troppo numerosa.

Quando usava l’assai scarsamente attraente trono, per mezz’ora o poco più, o poco meno, permetteva la presenza dei soli principi e principesse di sangue, di Madame de Maintenon, dei ministri e dei principali dignitari di corte… vale a dire di un gruppo di appena cinquanta persone.

La così detta chaise percée meritava il rispetto che le si concedeva, veniva costruita con pompa e lusso appropriati. Catalina dei Medici ne aveva due: una di tappezzeria in velluto blu, e un’altra di velluto rosso. Dopo la morte di suo marito ne ordinò un’altra,di velluto nero, espressione di cordoglio.

Quando Fernando IV, il re di Napoli, andava a teatro, uno speciale distaccamento di guardie reali, diretto da un colonnello, lo accompagnava portando con sé il notabile artefatto. E ogni volta che un monarca visitava un teatro, si ripeteva l’interessante spettacolo: un distaccamento di guardie in uniforme di gala marciava con torce dal palazzo al teatro, e nel mezzo il trono privato.

Per dove passava la strana processione i soldati salutavano e gli ufficiali si mettevano sull’attenti, con la spada sguainata. I problemi, estremamente complicati, di precedenza e di gerarchia spesso esigevano la più minuziose distinzioni ed obbligavano persino i governanti ad intervenire.

Persino il più insignificante principe tedesco emanava decreti per regolare la precedenza a corte. Per esempio Carlo Teodoro, Elector di Pfalz, mise tutti gli impiegati e servitori delle stalle agli ordini del suo Lord Maggiordomo di scuderia… ma i tutori e gli istruttori dei nobili paggi pure rientravano nella categoria: Praeceptores et Professores Philosophiae, dice il testo, evidentemente Elector non si riferiva ai professori di equitazione.

I gentili filosofi probabilmente accettarono con rassegnazione che il loro rango a corte fosse lo stesso dei palafrenieri, e dei cocchieri; dopotutto era evidente che i cavalli ducali avevano la precedenza su dei volgari ronzini. Ma di sicuro si saranno lamentati della riduzione salariale… e a ragione. Si pagava un cocchiere ducale trecento guldens l’anno, e duecentocinquanta l’aiutante. I dodici trombettieri di corte pure ricevevano duecentocinquanta guldens; ma i professores philosophiae si dovevano contentare di duecento guldens. (Di sicuro non li si rispettava tanto quanto “Papà Haydn”, il quale il principe Esterazy contrattò per dirigere l’orchestra ducale, cosa che di sicuro gli permise di vivere meglio; anche se dovette portare la livrea e il contratto di lavoro conteneva una clausola secondo la quale doveva essere pulito e sobrio “durante le ore di lavoro”. Forse il titolo onorario che gli concedette Oxford lo aiutò a dissolvere il gusto amaro che tale trattamento gli avrà provocato.)

La complessa trama della precedenza a corte necessita di uno studio obiettivo. Il taglio più efficace è quello di esaminare il sistema della corte di Versalles.  Studieremo la circolazione sanguigna di questo complesso organismo, è qui che la febbre gerarcomana raggiunse il suo punto più alto.

Allo scalino più alto della piramide si trovavano i principi di sangue, e altri principi e i pari, immersi in una nube di gloria. I pari erano i nobili ereditari e i magnati di Francia e partecipavano al parlamento e al Consiglio di Stato. Questo gruppo, il più elevato di tutti, aveva i più incliti privilegi e la suprema gerarchia.

Il resto della nobiltà veniva dopo, a gran distanza da costoro. Dobbiamo sottolineare che esisteva una forte differenza tra gerarchia e potere. Un uomo poteva essere un ministro onnipotente, un generale vittorioso, un governatore coloniale, o il presidente di un parlamento di gran autorità; nella vita di corte il suo rango era di molto inferiore a quello di un giovane principe appena uscito dalla adolescenza.

In campagna i marescialli di Francia avevano la precedenza sui principi e i pari, ma nella vita di corte non avevano rango, e le loro consorti non avevano diritto al tanto bramato e invidiato tabouret. Il “divino tabouret”, come lo chiama Mlle. De Sévigné in una delle sue lettere,  era un mobile senza bracci né schienale, più simile a una sedia pieghevole che a una poltrona. Tuttavia, nonostante la sua insignificanza, svolse un ruolo straordinario nella vita di corte francese.

Quando il re o la regina si sedevano nel circolo della corte, tutti i cavalieri avevano diritto a sedersi… non in una poltrona, ma solo su di uno di questi famosi sgabelli. Ad ogni modo le dame condannate a rimanere in piedi, potevano nutrire qualche speranza. Le si concedeva di condividere il privilegio dello sgabello… quando il re o la regina non erano presenti.  La possibilità di tale eventualità fu accuratamente studiata dall’etichetta di corte, e le sue regole si combinarono in un sistema. Si sviluppò una legge dello sgabello, così come nel corso della storia si crearono le tradizioni legali.

Cerchiamo di essere più specifici: i figli della famiglia reale si sedevano sullo sgabello, in presenza dei genitori; in altre occasioni potevano occupare le poltrone. I nipoti reali potevano chiedere uno sgabello solo quando i figli del re erano presenti; nelle altre occasioni anche loro potevano accomodarsi in poltrona. Le principesse di sangue dovevano accontentarsi dello sgabello in presenza della coppia reale e dei di essa; ma in presenza dei nipoti del re godevano di uno speciale privilegio: una poltrona senza braccioli, ma che per lo meno aveva lo schienale a cui appoggiarsi. Non venivano private neppure della gloria implicita nella poltrona… ma in presenza di dame di rango inferiore.

Queste norme non esaurivano i problemi e le possibilità; era necessario considerare la situazione degli alti dignitari dello Stato e di corte. I cardinali dovevano stare in piedi alla presenza del re; ma in compagnia della regina e degli infanti reali gli si forniva uno sgabello; quando erano presenti solo principi e principesse di sangue, potevano reclamare una poltrona. I principi stranieri e i grandi di Spagna dovevano rimanere in piedi dinanzi alla coppia reale e i suoi figli; dinanzi ai nipoti reali potevano occupare uno sgabello; in presenza dei principi e delle principesse di sangue avevano diritto a sedersi su una poltrona. (senza dubbio esistevano considerevoli spostamenti di mobilio nella corte francese, a tempo con l’andirivieni della famiglia reale.)

La legge dello sgabello include molti altri aspetti, e non ci si può occupare di tutti. Forse è il luogo appropriato per citare il libro di Marzio Galeotto sulla casa di re Matthias Corvinus d’Ungheria. Beatrice, la moglie italiana del re, introdusse una pratica peculiare: se lei si sedeva potevano fare lo stesso le dame di compagnia; ed erano autorizzate a farlo su qualunque tipo di sedia, senza necessità di speciali permessi. Un cortigiano molto scrupoloso menzionò a re Matthias il fatto, criticando la mancanza di formalità; senza dubbio sarebbe stato molto meglio far stare in piedi le dame. –Oh, no, che si siedano- rispose sua maestà, sono così terribilmente brutte, che offenderebbero assai peggio la vista dello spettatore se rimanessero in piedi.

La legge dello sgabello è solo un piccolo esempio della terribile varietà di privilegi e di diritti dei quali godeva l’alta nobiltà. Era una dieta raffinata e sottile con la quale si alimentava la vanità, e il godimento era più intenso giacché tutto era fatto pubblicamente.

Ai ricevimenti delle corti le dame di rango inferiore baciavano l’orlo della tunica della regina. Anche le principesse e le spose dei pari avevano diritto a rendere tale omaggio, ma il privilegio era chiaramente determinato: si permetteva che baciassero la tela oltre il bordo.

La coda dei vestiti anche era rigidamente regolata, da come spiega Saint-Simon: la regina undici ane di stoffa. Figlie della coppia reale – nove ane. Nipoti femmine della coppia reale – sette ane. Principesse di sangue – cinque ane. Altre principesse – tre ane. E siccome una ana equivale a una yarda o poco più, anche le più semplici principesse disponevano di tela sufficiente per dare ai loro vestiti una coda maestosa.

Le dame di compagnia bevevano da una piccola coppa. Il privilegio delle principesse era che, inoltre, le veniva consegnato un piattino in vetro. In alcune occasioni, Mlle. De Valois, principessa di sangue, ebbe come compagna di viaggio la duchessa di Villars, una semplice principessa che non era di sangue reale.

In realtà ambedue avevano diritto al piatto di vetro. La lotta cominciò al primo pranzo.  Mademoiselle de Valois esigette che NON si offrisse il piatto alla sua compagna; difatti altrimenti come avrebbe potuto far risaltare la sua precedenza su una principessa di sangue? A sua volta madame de Villars dichiarò che aveva diritto a ricevere il piatto in virtù del suo rango di principessa.

Questa grave discussione finì in una totale rottura. Siccome era impossibile risolvere il problema, mancando la tradizione pratica rispetto ai piatti di vetro, decisero di astenersi dal bere durante i pranzi, preferendo la tortura della sete piuttosto che cedere di un millimetro.

In ogni caso queste litigiose dame mangiavano assieme. Non era il caso di quel conte tedesco di cui riferisce C. Meiners nel suo Geschichte des weiblichen Geschlechtes (Storia del sesso femminile, Hannover 1788) che si sposò con una arciduchessa austriaca. Era un matrimonio di amore, ma il povero conte si lamentava amaramente: “possiamo dormire nello stesso letto, ma non ci si permette mangiare allo stesso tavolo”.

Minima non curat praetor, afferma il proverbio latino. “le piccole cose poco importano”. Forse è così, se non si è affetti dal virus della vanità. E a Versailles persino le cose più futili assumevano una prodigiosa importanza. Era privilegio delle principesse mettere un tendalino scarlatto sul tetto della carrozza. Ma i figli e nipoti della coppia reale avevano bisogno di distinguersi in qualche maniera. E difatti godevano del privilegio di portare uno speciale tendalino scarlatto inchiodato al tetto della carrozza.

Questa situazione provocò gravi problemi, infatti il principe Condé (principe di sangue) esigette lo stesso privilegio per le principesse di sangue. Ma gli intrighi di corte impedirono l’audace innovazione, di modo che indignato il Condé strappò via completamente il tendalino scarlatto della carrozza della consorte e (con grande costernazione generale) entrò senza di esso a palazzo reale.

Entrò a palazzo… ecco una importante osservazione. Le carrozze dei nobili di rango inferiore a quello di principe non potevano passare al cortile interno, una volta arrivate alla porte-cochere dovevano fermarsi, e i loro occupanti camminavano fino all’entrata.

Se il re visitava uno dei suoi castelli in provincia, tutta la corte lo seguiva. Nei castelli si riservava a cada uno la corrispondente abitazione. Paggi in livrea azzurra scrivevano col gesso sulla porta il nome del personaggio di corte Monsiuer X o Madame Y. Ma neppure questa semplice operazione si liberava della precedenza.

L’assurdo della precedenza tiranneggiava tra i corridoi di  Marly o di Fontainebleau. Le dame e i cavalieri di rango eccezionale avevano diritto a una parola supplementare: pour, o per, Monsiuer X o Madame Y. Le quattro lettere della parola pour tracciate con gesso erano una preziosa distinzione. Solo ai principi di sangue, ai cardinali, e alla nobiltà forestiera era concesso ciò, sicché questa delicata distinzione faceva divenire il re un anfitrione personale dei suoi ospiti privilegiati.

Gli ambasciatori stranieri espressero la più profonda indignazione dinanzi all’assenza del pour sulle loro rispettive porte. Ma tutti gli sforzi furono vani Luigi XIV ostinatamente si rifiutò di cambiare di decisione. Il giorno in cui la principessa D’Ursins conquistò il privilegio si propagò un tremendo subbuglio. La dama riuscì a provare di essere membra di una antica famiglia straniera… e poco dopo il paggio, vestito di azzurro, apparve dinanzi alla sua porta aggiungendo solerte le quattro lettere.

“L’intera Francia”, scriveva felice madame D’Ursins al suo sposo, “si affrettò a congratularsi poiché avevo raggiunto questo pour desiderato con passione. Tutti mi dimostrarono uno straordinario rispetto, il caso ha provocato un gran clamore a Parigi”. (Henri Brochet: Le rang et Vétiquette sous Vancien régime, Paris, 1934.)

Ancora maggiore fu il clamore (quasi un terremoto o una eruzione vulcanica) quando i due figli di Luigi XIV e di Mlle. De Montespan attraversarono la Camera del Parlamento di Parigi. Sì, la attraversarono, e in mezzo.

Perché tale clamore? Si deve ricordare che Louis voleva più bene ai figli illegittimi che a quelli legittimi. Li seppellì di titoli e di onori. Uno di loro, il duca di Maine, fu colonnello alla matura età di quattro anni, e quando compì dodici fu nominato governatore di Linguadoca. L’altro, il conte di Tolosa, aveva undici anni quando fu nominato governatore… ma quando aveva compiuto cinque anni suo padre lo aveva fatto Gran Ammiraglio di Francia.

Entrambi fecero una splendida carriera, ma dal punto di vista delle precedenze i progressi non furono così notevoli. I legittimi principi di sangue avevano un rango superiore. Era necessario trovare una soluzione al problema. Il 29 luglio del 1714 apparve un editto reale che regolamentò la funzione dei bambini nel Parlamento di Parigi e gli concesse gli stessi diritti avuti dai principi di sangue.

Sotto l’ancien régime, il Parlamento di Parigi era invero una Suprema Corte di Francia. I suoi membri erano i pari, i principi e le principesse di sangue. Questi ultimi godevano di considerevoli privilegi. Quando si leggeva la nomina, il presidente non menzionava i nomi dei principi, si limitava a guardarli. Quando si dirigeva a loro, si scopriva il capo.

All’arrivo e alla partenza, due portieri li scortavano. Ma questo era solo in principio. Il vero privilegio consisteva nella maniera di occupare i loro seggi. I pari ed i semplici principi non potevano attraversare la sala per giungere ai posti e dovevano camminare costeggiando le pareti. Solo il presidente ed i principi di sangue potevano attraversare il salone per il centro.

Saint-Simon descrive dettagliatamente il memorabile giorno nel quale i due bastardi reali ottennero tale glorioso privilegio. Fu senza dubbio una gran occasione.

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