Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, IV; Capitolo VIII Mito e Sogno, Par. I, Parte I

Un autore occultatosi sotto lo pseudonimo di Johannes Staricius pubblicò nel 1615 un libro dal suggestivo titolo di “il misterioso tesoro degli eroi” (Geheimnissvoller Heldenschatz). L’opera si basava sui principi della “scienza magica”.

Era epoca nella quale persino gli uomini di scienza assennati erano trasportati dalla seduzione di questa profonda branca del sapere. I profani ne erano ancora più attratti, difatti la superstizione si mascherava da scienza, e coloro che la applicavano non avevano ragione per temere che li si accusasse di stregoneria.

Ho estratto alcuni passaggi caratteristici di quell’edizione che fu pubblicata a Colonia nel 1750. Ecco alcuni esempi eccellenti sul modo di evitare le ferite. “Cercate e trovate il cranio di un impiccato, o di qualcuno che sia morto alla ruota, e sul quale già sia cresciuta della muffa. Deve segnarsi bene il luogo e lasciarsi intatto il cranio. Tornate il giorno dopo e preparate il cranio affinché sia facile estrarre la muffa. Il venerdì successivo, prima del sorgere del sole, recatevi di nuovo sul posto, raspate la muffa, mettetela in un pezzetto di panno, e cucitelo al rivestimento della giacca, sotto l’ascella sinistra. Finché userete la giacca sarete al sicuro da pallottole, filo di lama o stoccata.”

Secondo un’altra variante della ricetta, è meglio inghiottire un po’ di questa muffa prima della battaglia.

L’autore aveva un amico, un valoroso capitano che testimoniò solennemente l’effetto di tale magia: per ventiquattro ore rendeva il soggetto inviolabile. Questa “muffa” non era ridicola magia da vecchie zingare, ma una vera panacea fondata su quelle varie teorie scientifiche dell’epoca che si riferivano alla così detta muffa del cranio.

Tale particolare sostanza era molto efficace nella medicina della antica farmacopea. Il suo nome ufficiale in latino era usnea humana. Secondo l’opinione contemporanea, dato che era prodotta dal cranio umano, doveva essere un eccellente rimedio contro ogni tipo di disordine celebrale. La sua struttura muffosa, aveva anche il potere di detenere le emorragie…

Non era nemmeno necessario applicarla sulle ferite; bastava che il guerriero ferito la tenesse nel pugno chiuso. Sappiamo che dopo un certo tempo appare nel cranio umano una sostanza più o meno muffosa. Ma perché il “misterioso tesoro degli eroi” insiste affinché si utilizzi il cranio di un impiccato o di un decapitato? Secondo la medicina magica non avrebbe funzionato nessun altro cranio; dunque, in circostanze normali la morte era preceduta da malattia ed il corpo di un malato era macchiato, di modo che era inappropriato per poter fornire la panacea. Logicamente solo un uomo che fosse morto in buona salute possedeva le qualità indispensabili; pertanto, era necessario trovare cadaveri di giustiziati. Il cranio trovato su un campo di battaglia pure era appropriato; ma non era facile ottenere tale tipo di teschio, difatti i campi di battaglia non erano sempre a disposizione del soldato in cerca della preziosa muffa.

Nelle mie ricerche inciampai con un quotidiano che annunciava un’occasione unica: la vendita di teste umane offerte al mercato libero. Il numero 7 dell’Ordentliche Wöchentliche Post Zeitungen, Munich, 1684, riporta di una fiera dell’Anno Nuovo a Leipzig. Menziona come tratto distintivo della fiera il fatto che alcuni commerciati imprenditori stavano vendendo teste di turchi, perfettamente conservate in barrique. Poche settimane prima s’era tenuta presso le porte di Vienna una gran battaglia tra l’esercito turco e quello cristiano, e gli orrendi trofei erano sicuramente stati raccolti colà. All’inizio con ci fu minima richiesta, nonostante le teste fossero a buon prezzo (un tallero imperiale a pezzo). Ma più tardi i soldati scoprirono l’esistenza di tal originale mercanzia, e si formarono code, il prezzo si elevò sino alla cifra inflazionaria di otto talleri imperiali.

Anche il mondo animale poteva fornire validi mezzi di protezione. Staricius sposta l’attenzione del lettore sul camoscio. È ben saputo, redige lui, che in determinate epoche le pallottole non feriscono tali animali. Ciò si deve al fatto che il camoscio conosce le erbe che gli conferiscono inviolabilità e, mentre dura l’approvvigionamento, possono pascolare tranquillamente senza il minimo timore, consapevoli del fatto che è impossibile far loro del male. La questione era molto accessibile, era semplicemente necessario raccogliere le erbe del caso. Ma dove si trovavano, e come raggiungerle? Non era possibile aspettarsi che il camoscio fornisse lui le informazioni. La natura, invece, era disposta a farlo. Nello stomaco del camoscio, le erbe mal digerite, mescolate col pelo dell’animale, a volte formavano residui duri, che avevano forma di palline. Nelle vecchie farmacie questo prodotto era noto col nome di “pietra-camoscio”. Era un parente povero della pietra bezoario, estratta dallo stomaco delle antilopi, e di altri animali asiatici cornuti, un materiale che fu tema di infinite leggende come presunto antidoto infallibile al veleno.

Pertanto, il cacciatore doveva solo aspettare che, con la scomparsa delle erbe miracolose, il camoscio fosse di nuovo vulnerabile; una volta ucciso l’animale, estraeva dallo stomaco la pietra-camoscio, e si trovava in possesso della virtù magica di tutte le erbe riunite. Ecco le istruzioni per l’uso della meravigliosa sostanza: “quando la Terra si trova sotto il segno di Marte, si riduca la pietra-camoscio in polvere, si prenda un po’ di vino malvasia, e poi si cominci a correre, fino a quando il corpo non sia completamente coperto di sudore. Si ripeta l’operazione per tre volte e tutto il corpo sarà invulnerabile.

Se tutto ciò non era sufficiente, c’erano altri tipi di magia. Nel 1611, Kaspar Neithart, boia di Passau (Austria) ebbe una brillante idea. Offrì ai mercenari, uomini certamente molto intelligenti, vari pezzi di pergamena coperti di strani segni e formule.  E li convinse che se appendevano i frammenti intorno al collo (o meglio ancora se li inghiottivano) sarebbero stati immuni all’acciaio nemico. I segni magici e gli incantesimi non avevano il minimo significato. Alcuni includevano le parole: Arios, Beji, Glaigi, Ulpke, nalat nasaa, eri lupie- o gruppi di lettere scelte a caso: puro delirio.

Però le strane combinazioni, e il mistero che circondava sempre un boia eccitavano l’immaginazione di semplici soldati, tanto che cadevano in una trappola pur tanto primitiva. I pezzi di pergamena erano pagati a peso d’oro, e per lo meno avevano un certo effetto: infondevano un coraggio straordinario ai soldati, che erano sicuri che le ermi nemiche non potevano nuocergli. E se qualcuno cadeva, non era probabile che avrebbe potuto lagnarsi dell’inutilità dell’amuleto. Se un soldato era ferito, esisteva una spiegazione semplicissima: il nemico aveva utilizzato formule magiche ancora più poderose. Ma l’amuleto aveva comunque dimostrato il suo valore, dato che la ferita non era stata mortale. Questa semplice ma astuta trappola fece ricco Neithart. Il racconto del trucco, famoso, sopravvisse per anni; e su di esso si basarono la Passauer Kunst (Arte di Passau) e molte altre leggende.

Successivamente sorse un rivale che promise un successo ancora maggiore: il così detto tallero di Mansfeld, coniato in onore di Hoier Mansfeld ed i suoi discendenti, i conti di Mansfeld. Questo avo dell’antica famiglia, era un uomo importante. Nacque per parto cesareo; vale a dire non come un qualunque mortale, ma come Macduff, il conquistatore di Macbeth. Fu fortunato in guerra e non perse mai una battaglia. Riassunse la gloria in questo motto:  Ich, Graf Hoier, ungebohren, Hab noch keine Schlacht verloren (Io, il conte di Hoier che non sono nato, non ho perso ancora una sola battaglia). I talleri, coniati durante la Guerra dei Trent’anni, su un verso avevano impresso il motto e sul rovescio l’immagine di San Giorgio. Erano molto ambiti; i sodati erano felici di pagare dieci o dodici volte il loro valore. I mercenari di una certa educazione esigevano magia protettrice più dei soldati analfabeti. Generalmente usavano amuleti preparati da alchimisti e astrologhi con l’aiuto delle scienze occulte.

È oggi impossibile interpretare gli incantesimi magici inseriti negli amuleti. Nessuno ha saputo spiegare perché persino principi e generali abbiano avuto tanta fede nella parola Ananisapta. Forse era un acrostico formato dalle lettere iniziali di un certo poderoso incantesimo. E neppure è stato mai decifrato l’enigma della così detta formula Sator; forse non ha mai avuto un senso. Si usavano pure quadrati magici, la cifra dei quali, in su, in giù da destra a sinistra o sinistra a destra, e diagonalmente era sempre la stessa: trentaquattro. E se si sommavano tre e quattro il risultato era sette… cifra che come tutti sanno è quella con maggiore potere magico.

Follie inoffensive come quella della mascotte che oggi è in uso portare con sé tra gli allenatori, o le tante superstizioni della vita quotidiana. Invece la magia della vita familiare rivestiva forme particolarmente maligne. I tedeschi la denominavano Festmachen (assicurare). Chi la praticava stringeva un patto col Diavolo. Le pubblicazioni d’epoca menzionano molti casi, e lo fanno con timore superstizioso. Un soldato svedese non inghiottì l’ostia della Comunione, e dopo essersela tolta dalla bocca, la utilizzò come amuleto per invocare le potenze infernali. Pare che l’incantesimo non fosse dei più potenti, ma quando si scoprì il crimine gli strapparono la lingua e lo fecero a pezzi sulla ruota.

La Società Tedesca di Medicina e Storia Naturale pubblicava un importante bollettino ufficiale, scritto in latino. Il suo lungo titolo si era soliti abbreviarlo e si conosceva come Ephemerides. Tale pomposa e autorizzata pubblicazione non dubitò mai della possibilità di realizzare Festmachen attraverso un patto col Diavolo. E suggeriva persino un rimedio efficace. Il testo latino è un tanto spudorato e volgare; mi limiterò a darne un’idea generale. Per esempio un uomo che si apprestasse a combattere contro qualcuno sospetto di alleanza satanica, doveva intingere la punta della spada nello sterco di porco. Riguardo alla pallottole, prima di introdurle nel moschetto, doveva metterle in bocca. Beh, non esattamente in bocca, in un altro orifizio. Ambedue gli atteggiamenti “intimidivano fortemente” il diavolo, e poi lo facevano infuriare e lo spingevano a ritirarsi lasciando da solo il suo alleato… che così era vulnerabile come qualunque altro mortale. Questo è quanto per avere un’idea dell’atteggiamento scientifico del 1691.

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