Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, V; Capitolo VIII Mito e Sogno, Par. I, Parte II

Ma se tutti questi amuleti e incantesimi non servivano a niente, c’erano anche altri mezzi per assicurarsi l’invulnerabilità dinanzi alle armi del nemico. Per esempio le armature.

Tutto quello che era stato scritto dai classici era accettato come una suprema verità. Era creduto come assolutamente certo che Vulcano avesse forgiato l’armatura di Achille, che non solo lo difendeva dai colpi dell’avversario, ma anche che alla sua vista il nemico era preso dal panico e si ritirava frettolosamente. (Un nuovo dettaglio della psicologia del grande eroe greco. Con un simile equipaggiamento non era certo difficile lottare contro i troiani.) Per molto tempo si cavillò sul segreto della meravigliosa armatura. Si sapeva solo che era stata fatta di un materiale chiamato Electrum; ma non si aveva la minima idea sugli ingredienti di questa straordinaria sostanza.

Alla fine Paracelso fornì la soluzione. Tutti i metalli, assicurò, sono sottoposti all’influenza di un determinato pianeta. Quindi, se si mescolano i metalli appropriati quando le costellazioni occupano punti determinati del cielo, si otterrà una nuova sostanza metallica, che possiederà la potenza segreta derivata dalla stella.

Paracelso battezzò il nuovo metallo col nome di Electrum Magicum. Era una amalgama di oro, argento, rame, acciaio, piombo, stagno e mercurio. La ricetta prescriveva grandi quantità d’oro e argento, sicché non era alla portata dei poveri. Ma non era così facile da ottenere nemmeno per il ricco.

I libri magici che spiegavano la preparazione dell’Electrum Magicum, affermavano che non era possibile avere successo, a meno che non si applicassero rigorosamente certe regole molto complicate. La prima affermava che tutti i processi devono essere, fino al più minuto dettaglio, di carattere marziale. Il cielo, l’aria, lo stato dell’atmosfera e del giorno, l’ora, il minuto, il posto, gli attrezzi, il fuoco –e ancora, l’anima, il morale e la voce degli artigiani- dovevano conformarsi allo spirito di Marte.

La forgia, il martello, le tenaglie e il mantice, dovevano essere fabbricati sotto costellazioni appropriate; a tal fine si doveva cercare consiglio da un astronomo blasonato. Marte, la stella del Dio della Guerra, giocava un ruolo fondamentale in tutti i dettagli astrologici.

Ma vediamo per esempio come assicurare “marzialità” al fuoco. Molto semplicemente. Il fuoco provocato dal fulmine era l’unico a meritare il qualificativo di “marziale”, infatti cadeva dal cielo con un tremendo potere distruggitore, accompagnato dal boato del tuono.

Pertanto era necessario aspettare fino a che un fulmine incendiasse un albero o un pezzo di legno, trasportarlo in casa, alimentarlo in un qualche recipiente e mantenerlo con attenzione fino a che non arrivava l’esatto periodo astrologico che doveva presidiare la forgiatura della corazza.

I sette metalli dovevano essere fusi in sette differenti costellazioni; di certo una dura prova di pazienza. Ma non bastava neppure questo. Anche l’armaiolo stesso, come detto, doveva trovarsi di umore marziale. Il suo lavoro doveva elevarsi oltre il tedio dei quotidiani compiti, ed era necessario che si sentisse infiammato da vigorosa passione e guerresca.

Cosa che non era di difficile conseguimento, se durante l’esecuzione dei lavori si recitavano versi eroici… a voce altisonante, quanto fosse possibile. Il ritmo vigoroso e marziale avrebbe trasformato le braci dell’emozione marziale in fiamma costante e durevole. Erano specialmente raccomandati questi esametri:

Ut luvus imbelles violentos territet agnos,

Ut timidos faevos exhorret Dama Molossos,

Sic haec incutiant mortalibus arma timorem.

Si assicurava un successo completo se sull’armatura si incideva qualche simbolo o motto suggestivo; naturalmente i cuoiami destinati ad assicurarla al corpo pure dovevano essere di magiche qualità. Si preferiva il cuoio di lupo o iena. Già dai tempi di Plinio gli si attribuivano qualità ipnotiche: se avessero guardato un uomo questo sarebbe rimasto muto e paralizzato.

La pelle di lupo era particolarmente efficace quando proveniva dai lombi dell’animale, tagliata via mentre era ancora vivo. Qui il concetto fondamentale era più o meno lo stesso che presiedeva le teorie della usnea humana. Quando l’essenza vitale di un animale spariva, sparivano anche le sue proprietà magiche; quindi era necessario estrarle mentre era ancora vivo. (La stessa teoria si applicò in un modo che potremmo definire interessante ed orrendo allo stesso tempo, in quelle ricette che, secondo si sosteneva, aiutavano a vincere vertenze giudiziarie. L’avvocato doveva strappare la lingua di un camaleonte vivo e collocarla sotto la propria mentre esponeva le sue allegazioni. Era certo che in tal modo avrebbe vinto. Come si sa i camaleonti cambiano di colore a seconda della necessità.)

Adesso il nostro guerriero era invulnerabile e vestiva l’invincibile armatura… Poteva  entrare in battaglia. Ma non bastava godere di protezione. Era pure necessario distruggere il nemico. E qui entravano in azione le spade magiche. Le leggende del Medioevo abbondano di tali spade miracolose.

Quasi non c’era eroe che non ne possedesse una… irresistibile e indistruttibile. La maggior parte di esse aveva nomi specifici: la Balmung, di Sigfrido; la Durlindana, di Rolando; Excalibur, di Artù,  Courtin, di Ogier; Haute Clere, di Oliviero… e via discorrendo.

E coloro che si facevano eco di codeste leggende non si mettevano certo a pensare al fatto che le virtù marziali e il coraggio guerresco degli eroi perdeva per lo meno il cinquanta percento del suo valore… dato che i trionfi erano per lo più merito delle loro spade.

Al fine di forgiare una spada di tal guisa era necessario combinare certi elementi variamente orribili. Era necessario che la lama fosse servita a uccidere un uomo. Il fodero doveva essere riempito con tela impregnata di sanguis menstruus primus virginis… In generale e senza considerare, e senza necessità di fornire ulteriori dettagli, il lettore avvertirà come la ricetta sembrava l’opera di uno squilibrato.

Potrebbe credersi che con simile equipaggiamento il guerriero era in grado di uscire allo scoperto in modo spavaldo, contro il nemico. Affatto! Aveva bisogno di qualcos’altro per eliminare ogni possibilità di scoraggiamento: l’elisir del coraggio.

Durante la Guerra dei Trenta Anni, era rubricato sotto il nome di Aqua Magnanimitatis. Il nobile beveraggio si preparava secondo la ricetta che segue: “a metà estate, si prenda la frusta e si castighi vigorosamente un formicaio, affinché le formiche spaventate secernano la loro secrezione acida e aromatica. Si prenda una quantità sufficiente di formiche e si dispongano in un alambicco. Si versi cognac forte e puro su di esse, si chiuda il recipiente e si esponga al sole. Si lasci lì per quattordici giorni, si filtri e si metta nel liquore mezza oncia di cannella.”

La pozione doveva essere bevuta prima della battaglia, mescolando mezzo cucchiaio in un bicchiere di buon vino. Immediatamente il soldato si sentiva impossessato dal più eroico coraggio. Non si trattava di una passione selvaggia e sanguinaria, ma di un entusiasmo che spingeva a realizzare trascendenti e suggestive imprese. Si consigliava pure di mescolare la pozione con olio di zizzania, e sfregarsi le mani con tale mescola ed applicarla al filo della spada.

Così preparato l’avversario poteva affrontare dieci o dodici avversari, e questi si sarebbero disanimati subito. La natura marziale delle formiche spiegava il miracoloso effetto della pozione. Dopotutto è ben noto che le formiche sono insetti guerrieri.

Ma non finivano neppure qui gli artifici eroici. Anche il cavallo di battaglia doveva realizzare prodigi di coraggio. Le ferrature e il freno dovevano essere forgiate con ferro che era servito ad uccidere. Le ferrature rendevano l’animale valoroso e rapido, intelligente ed agile. E d’altra parte il freno rendeva la più selvaggia monta in docile e obbediente.

Esistevano pure metodi destinati ad evitare la fatica del cavallo. Se dalle briglie pendevano denti di lupo, il cavallo poteva galoppare per giorni interi senza stancarsi; per lo meno questo affermava la magia del XVII secolo.

Eppure non era sufficiente che il soldato fosse inviolabile, la sua spada invincibile, né che il suo animo fosse spinto da una passione marziale. Durante una campagna era inevitabile soffrire molto: freddo, fame, sete. Si conoscevano vari incantesimi contro il freddo. “Avvolgere i piedi in carta, infilarci sopra le calze, e prima di metterli versare un po’ di cognac negli stivali”.

Invero non era un brutto consiglio; come non lo era quello che suggeriva di versare il cognac nella gola del soldato, invece che negli stivali. Il terzo metodo era un po’ più complicato: prendere una cazzeruola di sterco di piccione, ridurlo in cenere bruciandolo, distillare la cenere nella varichina, e lavarci mani e piedi. Se si intingono camicia e vestiti nella stessa varichina si sopporterà più facilmente il freddo più intenso per quattordici giorni.

Contro la sete: prendere la pietra trasparente, delle dimensioni di un pisello, che si forma nel fegato di un cappone di quattro anni, posizionarla sotto la lingua per non sentire la sete.

Contro la fame era nota una antica panacea. Aulus Gellicus riporta che quando un guerriero scita non aveva alimenti, si limitava a tirare la cinghia. Secondo gli sciti, la pressione riduceva lo spazio occupato dallo stomaco e dagli intestini, ed in tal modo non potevano assorbire nulla; e se non potevano ricevere alimento, nemmeno aveva senso cercare di riempirli. La cosa potrebbe sembrare verosimile. L’idea opposta pure sembra valida, in epoche successive, a molti è venuto in mente che la maniera migliore per sopportare una mangiata molto abbondante era quella di slacciarsi la cinta.

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