Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, VI; Capitolo VIII Mito e Sogno, Par. I, Parte III

E con quanto visto abbiamo passato in rivista quasi tutte le pratiche magiche che concernono il guerriero prudente. Disgraziatamente gli incantesimi non sempre davano il risultato sperato, l’esperienza dimostrava che persino il soldato più prudente poteva essere ferito. Se una freccia o un’altra arma si rompeva nella ferita, si doveva usare una formula magica.

C’erano molte versioni, per quanto la Chiesa le proibì tutte, giacché altro non erano se non incantesimi pagani nei quali si era rimpiazzato il nome degli dei con quelli di Gesù o di qualche santo.

Un manoscritto ungherese del secolo decimo settimo consiglia la seguente formula: “una magnifica preghiera per estrarre una freccia: <<come Nicodemo, uomo pietoso e santo, estrasse i chiodi dalle mani e dai piedi di Nostro Signore, ed essi si sfilarono facilmente, che questa freccia scivoli via dal tuo corpo con la stessa facilità; che l’Uomo che morì per noi sulla Sacra Croce ti aiuti in questo principio>>, si ripeta per tre volte la preghiera, e alla terza si afferri la freccia con due dita e si estragga.”

Non dobbiamo ridere dell’ingenuo credente. Se la sua fede si mescolava a volte con pratiche pagane, la sua ingenuità stessa poteva servirgli da scusa. Ma come scusare, invece, la medicina del secolo XVII, che inventò la ricetta e l’applicazione dell’unguento bellico”?

Questo sorprendete impiastro richiedeva ingredienti davvero fantasiosi: “si prenda mezza libbra di grasso di cinghiale, mezza libbra di grasso di verro, e la stessa quantità di grasso di orso maschio. Si raccolga una buona quantità di lombrichi di terra, si dispongano in un recipiente caldo fino a che non siano ridotti in polvere. Si prendano tre mezzi gusci di uova pieni di tale cenere, si aggiunga un po’ di muffa di cranio, al quale deve darsi la forma di quattro noci, e che sia cresciuto sul cranio di un impiccato o di un uomo morto alla ruota. Si prendano due once di eliotropo, e tre once di sandalo rosso, ridotte in polvere fina; si mescoli il tutto col grasso, un po’ di vino, e si otterrà il nobile Unguentum Armarium, l’unguento della guerra.”

E questa terribile conoscenza si applicava davvero alle ferite? Che il lettore si tranquillizzi. Non veniva applicato alle ferite, ma alle armi… armi che poi causavano le ferite (sempre se il guerriero riusciva a preparare l’impasto!) Altrimenti, doveva accontentarsi di altre sostanze.

Era fondamentale determinare che proporzione dell’arma era penetrata all’ora di ferire. Proprio questa precisa porzione doveva essere coperta dall’unguento e la tecnica variava a seconda che si trattasse di un’arma di stocco o taglio. Nel primo caso l’impiastro doveva essere applicato sulla direttrice generale del bordo col filo, altrimenti la ferita si sarebbe chiusa ma sarebbe rimasta aperta dentro. Se si trattava di una arma da stocco, l’unguento doveva distribuirsi attorno alla punta, e sopra essa. La successiva tappa del trattamento consisteva nell’avvolgere l’arma (alla quale si era apposto l’unguento) in una tela pulita, e depositarla in un luogo appena tiepido e arieggiato.

Se l’arma era esposta al vento o a bruschi cambi di temperatura, la ferita soffriva immediatamente le conseguenze. Il bendaggio andava cambiato quotidianamente, come se si stesse lavorando sulla ferita stessa.

Gradualmente uno comincia a capire la ragione dietro tutta questa farsa scientifica. Lo strano procedimento non era altro che l’applicazione della così detta “terapia per simpatia”.  Secondo questa teoria, le reazioni degli uomini, gli animali, le piante, e di tutti i fattori costitutivi dell’universo, sono determinati da simpatia e antipatia.

Il sangue che macchiava l’arma aveva la stessa composizione del sangue della ferita; vale a dire, esisteva una “relazione di simpatia” tra di essi. Allo stesso misterioso modo in cui la calamita attrae il ferro, la ferita attraeva il misterioso potere curativo che esisteva negli ingredienti dell’”unguento di guerra”.

Pertanto, era sufficiente che si trattasse il sangue che copriva l’arma… il ferito sarebbe guarito anche se fosse stato a quaranta miglia di distanza. Certo il fenomeno pare misterioso. Ma l’opinione ascientifica generale accettava totalmente la teoria dell’influsso simpatico; per esempio in caso di malattia, spesso si utilizzava un campione di sangue (esaminato separatamente) per diagnosticare la condizione del paziente.

Si prenda un campione di sangue, -dicevano le istruzioni- e lo si depositi in un recipiente di vetro che dovrà essere chiuso. In consonanza con le leggi della simpatia, il sangue nel recipiente di vetro rifletterà i cambiamenti che operano sul sangue del paziente; rimarrà limpido se lo stato del paziente migliora, ma diverrà torbido se il malato si aggraverà.

Se l’arma causa della ferita non poteva essere trovata, si doveva raschiare un po’ la ferita con un pezzo di legno e far uscire del sangue. E poi si poteva applicare l’unguento magico al pezzo di legno. Da parte sua il paziente doveva astenersi da ogni attività mentre il trattamento durava, e limitarsi a mantenere pulita la ferita, e a seguire una dieta.

La cosa più interessante della faccenda era che quasi tutte le persone trattate con tale metodo guarivano; mentre quelle che i medici cercavano di salvare con altri metodi perdevano la vita. La spiegazione dell’enigma è piuttosto semplice. Invece di sviluppare lunghi ragionamenti medici, vediamo una delle ricette del metodo terapeutico chiamato  Kopropharmacia: “se c’è una emorragia molto forte, si prepari una mistura di incenso, sangue di drago, aloe, aggiungere un po’ sterco secco di cavallo, e la si stenda sulla ferita. Possono ottenersi buoni risultati con lo sterco di capra, ridotto in polvere e mescolato coll’aceto. Può persino preparasi una applicazione con sterco d’oca mescolato ad aceto forte.”

E per rendere più efficace il trattamento il medico prescriveva pure una bevanda medicamentosa. Era necessario mescolare con birra un po’ di album graecum, distillare l’intruglio e dare al ferito una cucchiaiata della pozione ogni mattina. Per lo meno si trattava di una ricetta di facile preparazione, infatti l’apparentemente misterioso album graecum si trovava in tutte le case in cui ci fosse un cane…

È evidente pertanto che i pazienti trattati con l’”unguento bellico” guarivano perché nessun medico manipolava le ferite e la Natura poteva fare il suo corso di guarigione senza interferenze umane.

Forse la migliore e più universale di tutte le cure contro le ferite di pallottola fu inventata da Ferene, un medico transilvano. L’erudito galenico fu medico della corte di Sigmundo Bathory, principe di Transilvania.

Era molto rispettato dal suo principe, che non se ne separava mai. Nel 1595, Bathory condusse i suoi eserciti contro i turchi.

Il dottor Ferene dovette accompagnarlo. Era un saggio pacifico e amante della tranquillità; odiava l’idea di dover uscire con l’esercito in campagna, per quanto non poteva, naturalmente, esprimere i suoi sentimenti. Dopo alcune settimane di vita scomoda e pericolosa, il dottore lasciò intrasentire ad alcuni cortigiani di possedere una medicina meravigliosa, capace di salvare un uomo dall’azione di qualunque arma, persino di un cannone di grande calibro, o del più pericoloso moschetto. A tempo debito il pettegolezzo arrivò agli orecchi del principe.

Il dottor Ferene era uomo di straordinaria erudizione, e pertanto ben poteva avere scoperto qualcosa di importante. Bathory ordinò che il medico di corte preparasse la miracolosa pozione e il dottor Ferene si mise allegramente all’opera. Ma dichiarò che sarebbe dovuto tornare a Brasov, la capitale, perché era lì che aveva le medicine e gli ingredienti indispensabili. Il principe ordinò che una forte scorta accompagnasse il medico nel suo viaggio a Brasov ed attese il risultato. Lo ricevette con straordinaria rapidità, dato che il dottore si limitò a scrivergli una lettera: “ho trovato questa panacea nel mio scrigno di medicamenti: a chi voglia salvarsi dalle ferite di spada, assalti di lancia, e dal terrore delle palle di cannone… gli consenta di vivere in pace a Brasov. E siccome considero che questa sia la mia sicura medicina, mi fermerò qui e aspetterò la fine delle ostilità; e consiglio a Sua Altezza e a tutti quelli che desiderano sfuggire ai pericoli della battaglia di seguire il mio umile esempio.” Non si conosce la risposta del principe.

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