Estratto da “Storia della Stupidità Umana” di Paul Tabori, VII; Capitolo VIII Mito e Sogno, Par. II, Parte I

Il sogno dell’invulnerabilità e le varie ricette per l’equipaggiamento dell’eroe invincibile, sono cose modeste se comparate con un altro sogno dell’umanità, molto più privo di senso e universale: il sogno dell’eterna giovinezza, l’illusione che sia possibile usurpare le funzioni del proprio Dio creando la vita.

Qui dobbiamo cominciare a stabilire la differenza tra il “segreto” della longevità e  dell’eterna giovinezza.

Tra i longevi celebri, Juan Rovin e la sua consorte occupano un posto di rilievo. Rovin nacque a Karansebes, Transilvania. Visse fino alla matura età di 172 anni, e sua moglie Sara fino a 164. Di tal vita matusalemmica trascorsero 147 anni in felice e armonioso connubio. Secondo le cronache dell’epoca,  questo matrimonioo modello aveva una dieta molto semplice: latte e pane di mais. “A consegeunza di ciò” dice la cronaca del XVI secolo, “se si desidera vivere a lungo, si segua l’esempio di questi due esemplari: vivevano frugalmente, in modo semplice di pane e latte, o, se non se ne aveva, acqua”.

Per quanto possa apparire allettante l’idea di vivere per 147 anni con la stessa donna (mangiando pani di mais e bevendo latte) in genere l’umanità ha preferito una vita più breve a cambio delle soddisfazioni date della buona tavola.

Tuttavia il segreto di una vita lunga era stato rivelato dalla scuola medica di Salerno: Haec tria: mens hilaries, requies, moderata diaeta (questi tre: serenità mentale, dieta moderata e tranquilla) e nel corso degli ultimi duemila anni la scienza medica non ha mai smesso di reiterare la stessa formula, tanto ai ricchi quanto ai poveri. Ramazzini, rettore dell’Università di Padova, scrisse, nello specifico per i principi, una guida alla salute (de principium valetudine tuenda, Padova, 1710). In essa consigliava a tutti i governanti di non mangiare e bere in eccesso, astenersi da repentini eccessi di passione, e scegliere i divertimenti in modo consono alla loro nobile condizione. E se si fosse scatenata una pestilenza i principi avrebbero dovuto lasciare la capitale e dirigersi verso uno dei castelli.

È facile capire perché l’Università di Padova albergasse i campioni di tale regola aurea. Lì visse e morì il più grande rappresentante del concetto di vita moderata, ser Ludovico Cornaro.

Questo nobile veneziano aveva passato i primi quaranta anni della vita sfidando tutti i principi della scuola salernitana. I suoi eccessi lo spinsero al bordo della fossa sicché abbandonò l’amia via dei piaceri mondani e si risolse di seguire il retto e angusto sentiero della moderazione. Aveva ottantatre anni quando pubblicò le sue esperienze in un esteso saggio. Tre anni dopo presentò un altro volume e cinque ancora vide la luce il terzo. Ma considerò che ancora c’era abbastanza materiale per nuovi libri. Aspettò altri sette anni, e all’età di novantotto pubblicò il suo famoso studio Discorsi della vita sobria (Padova, 1558).

Godette per altri sei anni dei gentili piaceri di una anzianità serena, e morì nel sonno sulla sua sedia il 26 aprile del 1566 all’età di 104 anni.

Il libro è un inno alla moderazione, che Cornaro chiama Figlia delle Ragione, e Madre di Virtù, Sostanza della Vita; insegna ai ricchi a godere sobriamente dell’abbondanza: ai poveri a sopportare la loro sorte senza risentimento. Purifica i sensi, rafforza il corpo, illumina la mente, irrobustisce la memoria, abbellisce l’anima, affloscia i lacci che ci legano all’argilla, e ci eleva oltre noi stessi… e via discorrendo.

Ma questo libro conquistò la fama non solo di tali sentimenti indubbiamente discreti e delicati; sopravvisse al proprio redattore per secoli perché aveva la descrizione di una dieta che egli seguì con volontà di ferro. Centocinquanta anni fa era ancora un tema insegnato all’Università di Padova; Ramazzini scrisse un esteso saggio sulla questione e diede conferenze su aspetti connessi al tema.

Il segreto del modo di vivere di Cornaro consisteva nel mangiare e bere solo la quantità minima necessaria per mantenere il corpo. Costruì bilance molto precise, con le quali misurava la sua razione quotidiana: dodici once di alimenti e quattordici di bevanda. (l’oncia italiana era appena di più di quella inglese.)

Con tale dieta da carcerato visse fino all’età di ottant’anni, quando la famiglia iniziò a pensare che l’eccessiva parsimonia potesse pregiudicarlo. Riuscirono a persuaderlo che era necessario mangiare di più. Il vecchio cavaliere si lasciò convincere ed aumentò di due once la quantità di cibo. Ma questo modesto alimento gli sconvolse lo stomaco, si ammalò, e tutti temettero che la ghiottoneria che lo si era spinti a commettere ne avrebbe provocato la morte. Con grande difficoltà si riprese dal malanno e dichiarò che desiderava vivere secondo le sue idee, e che la famiglia si sarebbe dovuta tenere fuori dalla faccenda.

L’ostinato Matusalemme continuò a torturare la figlia della ragione e la madre delle virtù fino a che alla fine ottenne afflosciare i lacci che lo univano alla argilla. Riuscì a campare con due rossi d’uovo al giorno, e li consumava in parti, una per la colazione, e un’altra a cena.

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