Faecesbook

Una persona a cui voglio bene, ma che avendo oltre settanta anni non vede con occhio agile e benevolo la contemporaneità, pur senza avere un suo profilo, quindi non sapendo esattamente di che parla, paragona Facebook al “muro dei cessi pubblici” della sua epoca, dove ciascuno scriveva la propria “opinione” (cazzata) nel modo più volgare, incideva col temperino o il cacciavite una frase disgustosa, il numero di telefono di un amico per farlo chiamare ad ore intempestive da pervertiti arrapati.

Si sa che siamo tutti “duri” perché abbiamo tutti paura!

Io non sono affatto d’accordo con lui. Riduce il social network a una bazzecola, disprezza uno strumento complesso, con una riflessione un tanto sciatta e arbitraria. Ma non è l’unico, e non di settantenni si parla!

Facebook è un grande strumento, davvero geniale (infatti chi lo ha inventato è milionario ora), può essere utilissimo, è divertente, piuttosto immediato. Dietro l’apparente semplicità c’è tanto, tanto lavoro, le sue potenzialità pur sotto gli occhi di tutti, paiono però nascoste. Ma chi riconosce mai il lavoro degli altri? Qua è tutto dovuto!

Ad ogni modo è difficile dare torto al settantenne, a volte!

Il fatto che, seppur lasciato interamente in mano nostra, e pur se noi siamo quelli che selezioniamo le nostre amicizie, la frase del “cesso” non ci paia del tutto inverosimile e assurda, fuori luogo, è solo “colpa” nostra. È dovuto a noi. Fecebook non è la tv, dove qualche imbecille preferisce dare spazio a quella troia mentecatta della D’Urso invece che a Bruce Dickinson e non possiamo fare altro che spegnere.

Facendo vari esperimenti, dato che mi dedico alla scrittura, ho notato ripetutamente quanto forte sia l’attrazione generale verso la coprolalia. Dalla quale, beninteso, sono attratto anche io, che infatti la pratico (un 10% delle volte circa).

In ciò non c’è ovviamente niente di male, si rischia però, esagerando, di vedere solo un aspetto di una questione assai più vasta. Vedendo solo esso, si arriva a dare giudizi non solo affrettati o parziali, ma proprio erronei, oltre che ingiusti nei confronti di chi l’impegno ce lo mette.

Facebook ha la tendenza e inclinazione ad accontentare i nostri gusti e quindi a farti percepire il mondo in “sostanziale sintonia” con le nostre aspettative. Se credi ai rettiliani probabilmente sarai incline a pensare che molta più gente di quella che effettivamente è interessata, parla di questo argomento. E così via: se sei negativo e spandi negatività, essa ti tornerà indietro.

Si rischia di misurare il mondo solo a seconda di quello, non che si ha davanti, ma che si vuol vedere di ciò che si ha davanti, si sceglie. Dando per scontato e addirittura lamentandosi, poi, di tanto sforzo positivo e per nulla volgare o sciatto, che garantisce a tutti noi un mondo migliore oltre che più divertente.

Per una volta è più coerente chi, pur non conoscendo bene qualcosa ne parla, il settantenne, che chi, pur usandola e apparentemente conoscendola, non ne percepisce il valore, la maltratta e finisce poi per lagnarsene e disprezzarla. Come se fosse obbligato a usarla quella tal cosa, o a usarla nel modo in cui la usa.

Siamo noi che facciamo di quello che abbiamo vicino (il mondo) la fossa settica che, talvolta, è!

Stavolta non abbiamo scuse e capri espiatori a cui affidarci. Oggi c’è la libertà! E la partecipazione! Non c’è il “vescovo” o il soldato col mitra o la spada ad obbligarci a fare o non fare nulla. E questa è una delle grandezze dell’entusiasmante epoca che stiamo vivendo, l’epoca più libera e attiva di ogni altra delle storia.

E veniamo al secondo punto, un po’ erratico rispetto a quanto detto.

In tutto il mondo la gente si lamenta! È comportamento comune alla specie. Negli USA ci si lamenta del prezzo della benzina esattamente come in Italia, anche se i due sono piuttosto differenti.

L’italiano però, e specie l’italiano delle mie parti è uno specialista nel lamentarsi. Caratteristica che è stata percepita anche in America, dove infatti ci sono interessanti caricature e sketch dell’italoamericano che si lagna di tutto.

Altrove ho detto che l’essere negativi, per esempio il rispondere alla semplice domanda: “come va?” praticamente mai con “bene”, ma con ampie perifrasi esorcistiche, dipende dalla superstizione.

Ma il lamentarsi, che oggi diviene assai ridicolo, dato che (come su FB) ci si lagna di sovente di qualcosa che si sceglie volontariamente, secondo me ha un’origine storica.

I comportamenti forse dipendono da stratificazioni e stratificazioni, sedimenti di atteggiamenti assunti dai padri nei secoli, ereditati. E chi erano i padri nei secoli? Tanti, tanti secoli? Contadini!

Contadini e fattori che si dovevano fare furbi per non essere rapinati da clero e nobiltà dei frutti del loro lavoro. Millenni di decime!

“L’annata è sempre fiacca” a dir poco. Se proprio non si può negare che sia andata bene, “la moglie è malata”, “io zoppo”, “mio figlio s’è fatto male e non può lavorare”, “mi si sono rotti i vomeri”, “un porco ha preso la scarlattina”, “non è detta, minaccia di grandinare”, etc.

Oggi non serve più lamentarsi, pur di conservare quello che ci appartiene. Oggi si devono fare altre operazioni, se si vuole migliorare il mondo, o più modestamente e pensando alla panza, se non si vuole essere rapinati da Equitalia, dallo Stato, o taglieggiati dalla delinquenza.

Insistere con le “lamentele campestri” in un mondo virtuale lasciato alla piena autonomia (con una policy, per fortuna) è ridicolo.

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