Fame, Guerra, Mors Atra

Dante visse (da esule) gli anni della “Grande Carestia” in Europa, 1315-17. Nella sua opera sia all’inferno che in Purgatorio sono castigati i golosi. Chissà che una certa durezza nel trattamento di questi peccatori non abbia che vedere con la contemplazione diretta della fame, quella vera, attorno a lui e nella sua stessa vita.

D’altra parte il poeta stesso parla di “pane” e dell’amarezza che presuppone il dover chiedere, il salire le “altrui scale”, e quanto il suo sforzo poetico lo abbia fatto dimagrire. Seppure non è affatto detto che quelle frasi rappresentino una diretta allusione a fame fisica e a concrete difficoltà ad approvvigionarsi di alimenti, è anche vero che evocativamente per noi oggi la loro lettura ci conduce sinistramente a un tempo di effettiva e spaventosa scarsezza di cibo.

Ciacco, il goloso infernale, è ridotto a uno stadio bestiale, battuto da una monocorde pioggia di fango che puzza, squartato da un cane umanoide a tre teste. E seppure la sua colpa è tra le meno gravi (l’unica meno grave è la lussuria) nessuna, dice il poeta stesso, è più spiacevole, umiliante, degradante, anche nella punizione. Chi si abbrutisce in clamorosi eccessi alla tavola, mentre altri muoiono di fame, è un animale.

Da wikipedia si apprende che L’Inghilterra, il regno più prospero colpito dalla Grande Carestia, fu colpita da carestie nel 1315-1317, 1321, 1351, 1369, e oltre. Poiché la maggior parte della popolazione solitamente non aveva abbastanza da mangiare, sopravvivere era un affare brutale e relativamente breve, per cui ci si poteva considerare vecchi già a 30 anni. Secondo gli archivi ufficiali della famiglia reale britannica, la parte più agiata della società, l’aspettativa di vita media nel 1276 era di 35,28 anni. Tra il 1301 e il 1325, durante la Grande carestia, si era ridotta a 29,84, mentre tra il 1348 e il 1378, durante la Morte Nera scese a 17,33.

Le carestie andarono avanti in tutta Europa per secoli, seguendo le incertezze climatiche (specie le piccole glaciazioni) e le guerre. La Guerra dei Trent’anni (1618-48) costò un calo demografico del 15-20% in tutta Europa, tanto per dirne una (delle più tremende), tra carestie e epidemie.

Sempre Wikipedia riporta che: la prima area in Europa ad eliminare la carestia fu l’Olanda, che ne fu vittima per l’ultima volta agli inizi del XVII secolo, dopo di che divenne una grande potenza economica e costituì una elaborata organizzazione politica. Un economista eminente, il premio Nobel Amartya Sen, ha fatto notare che nessuna democrazia che funzioni ha mai sofferto una carestia. Il che già sarebbe una buona ragione per non optare per altre forme di governo.

Curiosi effetti positivi delle tragedie collettive, guerre o carestie che siano, si riflettono sui superstiti, anche se le economie e il recupero demografico tarda decenni in realizzarsi, il crollo di popolazione rende spesso possibile ad una percentuale significativa di essa la disponibilità di beni (e specie nel ‘300 terreni agricoli) e di posti di lavoro remunerativi. In momenti di significativo calo demografico le corporazioni o gli ordini professionali sono soliti ammettere nuovi membri, cui in condizioni normali si nega l’iscrizione. Oggi ci sono troppi avvocati, una guerra ne sfoltirebbe chissà quanti e risolverebbe in modo brutale questo problema e anche, come suole succedere, lo stallo economico.

Tra il 1347 e il 1353 si diffuse in tutta Europa la Peste Nera, anche detta “Mors Atra” (“morte nera”, ma anche “morte atroce”, visti i sintomi e il decorso solito della malattia). Un gruppo di Black Metal può aiutare a ricordare le date della diffusione del morbo, si chiamano “1349” anno in cui dalla Turchia, e poi attraverso i porti italiani il morbo si propagò, per mezzo delle pulci che infestavano i ratti, sino ad arrivare in Scandinavia.

Morirono atrocemente tra i 20 e i 25 milioni di persone. Boccaccio ambienterà il suo Decamerone proprio in quelle circostanze, nel 1349 dei giovani si ritirano in campagna per sfuggire al contagio etc. Non sfuggirà però il cronista fiorentino Giovanni Villani, che troncando una frase della sua opera a metà, si spense improvvisamente nel 1348.

La medicina era rimasta a Galeno, la scienza non aveva ancora preso il sopravvento sulla stupidità e la superstizione e la ciarlataneria. Il metodo era ancora sconosciuto! E così gli antibiotici. I medici inventarono qualunque stupida supposizione sull’origine e su come cautelarsi dal morbo, ma la maggior parte dei comportamenti delle persone, specie gli assembramenti per motivo religioso, processioni, preghiere, etc. non facevano che peggiorare le cose, per non parlare dei flagellanti, che sanguinavano. Una suggestiva rappresentazione dell’assoluto terrore in cui versava la popolazione all’epoca si può trovare nel film “Il Settimo Sigillo” di Bergman. Le circostanze influirono profondamente su società e immaginario, specie scandinavo, ecco le parole di un cronista svedese: “Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L’unica cosa che si faceva era aspettare la morte, chi, ormai pazzo, guardando fisso nel vuoto, chi sgranando il rosario, altri abbandonandosi ai vizi peggiori. Molti dicevano: ‘È la fine del mondo!'”

Nessuno sapeva che fare e gli eccessi di rabbia e frustrazione si indirizzarono verso streghe, e specie ebrei, anche se molti, semplicemente non idioti, anche prelati, evidenziassero come fosse assurdo incolpare tali soggetti del contagio.

Anche qui, dopo la Peste Nera i fitti agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente, un gran numero di persone godette di un benessere che in precedenza era irraggiungibile.

Nel 1485 un nuovo morbo si palesa, il così detto “Sudore Inglese”. I sintomi descritti da Caius e altri medici sono i seguenti: “La malattia comincia molto improvvisamente, con un senso di apprensione, seguito da brividi freddi, a volte molto violenti, capogiri, mal di testa e dolori al collo, spalle e agli arti, e spossatezza. Dopo la fase del freddo, che può durare da mezz’ora a tre ore, seguono la fase del caldo e del sudore. Il caratteristico sudore arriva all’improvviso, senza un sintomo preciso. Insieme ad esso, o dopo di questo, arrivano il mal di testa, delirio, tachicardia, e una forte sete. Anche le palpitazioni e il dolore al cuore sono sintomi frequenti. Non sono state osservate eruzioni cutanee. Nella fase finale, si sente un bisogno urgente di dormire e un’ulteriore stanchezza, ma la morte può pervenire dopo ore e ore di sofferenze”. Non se ne conoscono tutt’ora le cause.

Subito dopo la conclusione della prima guerra Mondiale che era costata oltre dieci milioni di morti, quasi esclusivamente militari e che aveva portato alla luce l’insorgere dei tremendi disturbi relativi allo stress post traumatico, visto che per la prima volta l’essere umano si era trovato in certe estreme circostanze (Verdun! In quella follia i francesi persero oltre 275.000 soldati e 6.563 ufficiali, circa 70.000 erano morti e 65.400 furono i prigionieri, ai tedeschi costò circa 250.000 uomini) in sei mesi, tra la fine dell’ottobre 1918 e l’aprile 1919, l’influenza spagnola colpì un miliardo di persone uccidendone circa 50 milioni di cui circa 375.000 (ma alcuni sostengono 650.000) soltanto in Italia (v. Wikipedia).

Molti intellettuali dell’epoca furono interventisti in Italia, favorevoli alla guerra e a una soluzione bellica dei conflitti e delle tensioni europee. Dopo aver vissuto in quel mattatoio, e aver percepito l’orrore e le conseguenze, nessuno di loro rimase della stessa opinione, e forse da lì in poi vi sarà una cesura tra intellettuale e ricorso alla guerra come strumento valido per risolvere i conflitti. Sempre, beninteso, che la guerra non era finita, e ne mancava il tassello più doloroso, la seconda parte, che ha rischiato di uccidere l’Europa definitivamente nel 1945.

 

 

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