Famiglia ed Esistenza, due note

Ci si sposa per amore, e per di più con un soggetto consensualmente scelto da entrambe le parti direttamente implicate (moglie e marito), solo assai di recente, nella nostra storia; prima il matrimonio veniva combinato dalle famiglie, e su questo non ci piove, che spessissimo non richiedevano neppure il consenso maschile.
Oggi è scomparso persino quel simbolico residuo che era il “chiedere la mano” al padre della sposa.

Allo stesso modo la razionalità umana, sì, ma posta ad un più stretto contatto con la Natura, aveva ben chiaro che quello della procreazione era un dovere e una necessità per la società, ma in sé un male, un fardello. Che molti non desideravano affatto, ma che dovevano accettare, e che metteva altri in una condizione misera e indesiderabile: l’esistenza!

Non solo era necessario avere una famiglia numerosa e potente, in grado di formare una piccola società completa, per poter lavorare e sostentarsi, ma anche –specie nel Medioevo- respingere e lottare contro varie minacce, avversità e calamità, c’era anche bisogno di mano d’opera, e molte civiltà espansive e fortemente aggressive, come la romana, avevano bisogno di numero.
La propria civiltà e la sua potenza sono tutto!
Non c’è salvezza dell’individuo, dopo la morte, per gli antichi –precristiani- c’è una sorta di ebete semicoscienza incorporea in un tetro regno sotterraneo. Quello che rimane è la stirpe che va avanti nella storia!

Allo stesso modo il dovere di essere virili andava al di là del pregiudizio sessuale e della condotta sessuale moralisticamente intesa, era un dovere verso la comunità tutta. Un romano non può essere sottomesso! E, invece, deve sottomettere. Tutto ciò che è compatibile con questo principio è lecito, sempre che si sia dato alla società quello che le spetta: altri romani.

Che la paternità, fino alla contemporaneità, è più un dovere che un volere, non è solo evidente nel fatto che biologicamente i maschi siano sempre restii a volere figli -ma sempre pronti a fare sesso- ma serpeggia pure nel mito di Edipo. Nascere non è un dono, è una maledizione, orchestrata a danno del nato, da un padre egoista e malvagio, con spettatori “Dei divertiti”.
Sogno di ogni nato è quello non solo di sostituire il padre, che è quello che prima o poi deve accadere per natura, ma di vendicarsi della propria nascita, uccidendolo.
Ma questo non è tratto esclusivo della paternità edipea, numerosissimi sono gli Dei antichi che evirano ed uccidono il loro Dio padre. E in chiave ribaltata “coloro che sacrificano” (a morte) il loro figlio (o sé stessi). Versione che oggi si ripete senza assolutamente relazionarla con la condizione dell’esistenza, ma abbellendola di miti e chiavi di lettura consolatorie. “La resurrezione” etc., insomma… Cristo muore come muoiono tutti, per la maledizione di essere nato e per una vicenda “familiare”.

Parimenti, come il padre antico è un egoista procreatore di potenza, che poi gestisce e domina tirannico come lo è la Natura, fino a che non è spodestato, da un figlio che a sua volta si atteggerà come lui, è anche “stupratore” della donna, ne è padrone e la sottomette. Ruolo che anche il figlio vuole per sé, vendicandosi della nascita, rispetto alla madre, complice sottomessa del fattaccio, stuprandola a sua volta e non uccidendola. In quanto meno responsabile anche perché sottomessa.   

Questo ovviamente non significa affatto che non esistesse l’affetto, l’amore, le relazioni affettive tra membri di una famiglia -che anzi era sicuramente più coesa, nel suo insieme, di quella frammentatissima odierna- e dove il “buon padre” è figura quasi sacra che resiste sino ai codici attuali.
Significa solo che alla base del mito, e dell’impostazione sociale, dei costumi che lo riflettono, c’è una consapevolezza assoluta della durezza della condizione naturale e umana, della necessità di lotta e esercizio della violenza, per andare avanti; una visione pessimistica su nascita ed esistenza, che io francamente, in parte e nell’essenza, condivido (perché essere razionale, ma privo della necessità di mito). Visti i cambiamenti storici, oltre al pessimismo di base, non ho bisogno di adottare anche quelle che un tempo erano le necessarie conseguenze: procreare, allargarsi, dominare, non perdere tempo in corteggiamenti, amore, scelte interminabili del partner, virilità e conquista.
Rispetto all’essere “privo di mito”, forse il residuo c’è, ma è: la conoscenza. L’unico vero ed ammissibile mito moderno.

Non fu mai possibile una visione della Natura, “alla Disney”, allegra, complice, mite, etc. E così pure del mero esistere. Certo esiste l’amore, la gioia, il piacere, ma la base della vita, il suo più ultimo fondamento, è una strana maledizione dolorosa.
Questa visione è ovviamente raccolta, ma del tutto sfigurata dal mito cristiano che attribuisce direttamente all’uomo la colpa di esistere (peccato originale), e fonda i suoi deliranti principi sessuofobi, omofobi, misogini (anche gli altri potevano in molti e vari modi esserlo), non più su delle necessità di sopravvivenza, ma su leggi divine che se rispettate, porteranno a una delirante e in aggiudicabile felicità eterna.
La totale perdita di contatto con la necessità e il pragmatismo rende i precetti un puro delirio, che specie nei primi secoli si manifesta in una folle rincorsa alla maggiore intransigenza. Rincorsa che oggi rimane negli sfortunati paesi del Medio Oriente (a comune radice religiosa), dove ogni frangia cerca di farsi notare ancora proponendo una versione sempre più aspra di un credo che potrebbe bene (ed è per lo più) interpretarsi in altro modo.  

Ma qui da noi, oggi, le persone tardano 40 anni a formare una famiglia; un tempo, la stragrande maggioranza di esse sarebbe già morto. Ci si sposava a 13 anni, anche meno. Si sarebbe stati biasimati se non si fosse fatto qualcosa che oggi, sarebbe un reato fare. Questo la dice lunga anche sull’etica.  

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