LA LEGGENDA DEL BAR PERFETTO. FEGATI, POLMONE, FRATTAGLIE.

Ad Ascoli mai niente è pienamente soddisfacente. Meno che mai pub e bar! Nella maggior parte degli esercizi aperti al pubblico non ci metterei piede più di un paio di volte l’anno, o salvo situazioni di stretta emergenza, ma anche quelli più insistiti lasciano a desiderare, ciascuno per qualche ragione. C’è da dire che la condizione economica e la pressione fiscale non aiutano ad avere una situazione soddisfacente. Bisogna aggiungere anche che la tagliola della avversione al godimento, forgiata nelle fucine clericali, stringe sanguinosamente ogni decisione di politica nazionale e locale, ostacolando la creazione di uno spaziotempo veramente confortevole e piacevole, ma gli ascolani ci aggiungono sapientemente del loro. Lo stendardo della città dovrebbe recitare un motto tipo: bisogna soffrire! E cacasse lu cazz!

Alcuni locali, spesso più fuori mano, sono semplicemente frequentati da una quantità di tarpani di quartiere o della vallata che farebbero passare la voglia di uscire di casa a chiunque non sia del loro primitivo livello di abiezione culturale e mentale: rumorosi, ordinari, lagnosi, prepotenti, a volte imbottiti di cocaina sino al punto di arrivare alla violenza. Parlano di solito con quella odiosa cadenza picena miagolante e petulante che vorrebbe sottolineare l’appartenenza a un imprecisato stereotipo di duro locale, che, per lo più, ha dimostrato le sue temibili qualità facendosi le pere.

Peggio ancora sono i bar del centro, pieni delle nuove generazioni di studenti figli di papà: adulti del nuovo millennio, che, ignari di tutto a forza di canne, seguitano a fare le stesse deliranti scelte dei genitori contro ogni ragionevole logica deduzione dello stato delle cose, e si impegolano in anni di inutili studi universitari altrove, a costi esorbitanti. Il tutto solo per tornare qui a dire a quelli che ci rimangono da sempre, di aver vissuto in metropoli come Perugia, Macerata e Bologna e di essersi evoluti e formati là. Bella merda di posti pure quelli, visto che tornano più stupidi e chiusi di prima e altrettanto coglioni che i loro ancestri.

Una caratteristica tipica della città però è la scortesia! Quindi moltissimi bar hanno un proprietario o dipendenti che ricompensano il poderoso sacrificio economico dell’avventore trattandolo male. Quanto alle cameriere esse sono per definizione delle grandi stronze da queste parti, ma ciò perché è proprio la femminilità del posto ad aver assunto questo particolare andazzo, ed è molto difficile contemplare eccezioni. La cosa più normale è che il caffè la mattina te lo prepari una decerebrata che non risponde al saluto di chi entra, solo dopo aver mandato un sms con tutto comodo, o che, la sera, biascicando una gomma, una tipa con le chiappe infilate in jeans troppo stretti alzi gli occhi al cielo se per avventura ti viene in mente di cambiare idea tra due birre dopo aver già espresso una incauta preferenza.

Se esci una volta ogni tanto non noti con chiarezza questo stato di cose, ma quelli che come me e gli altri compagni di sbronza usciamo tutte le sere, dopo un po’, iniziamo a romperci i coglioni e a preferire le soluzioni spagnole: una cassa di birra per strada, o a casa! Si spende meno e si sta, paradossalmente, anche più comodi, visto che bisogna pagare per essere trattati così così e serviti peggio, o stare forzosamente in mezzo a dementi.

Da una parte la Guinness è tirata ad arte, ma il padrone è un deficiente, da un’altra i prezzi sono bassi, ma è pieno di coglioni con camicia, occhiali da sole, catena e la barba di una settimana che stanno attaccati al bancone a guardare le cameriere fiche, sentendosi dei seduttori. Altrettanto misteriosi e imprevedibili che voli di mosche dirette verso la merda. Da un’altra i proprietari sono tosti, ma è pieno di bimbiminkia che urlano o lanciano bottiglie, e in tutti gli altri posti o troppi fasci, o troppi antifa, o musica di merda, o tossici, o stronzetti e stronzoni dell’alta società con ciglia rifatte e lucidalabbra le mogli e le fidanzate clienti nostre.

Chi non vuole andare di qua, chi non vuole andare di là, a conti fatti ci si può muovere per un ristretto numero di locali, e si va sempre lì, perché di prendere l’auto e rischiare la patente per dare soldi a dei tamarri della marina che non sanno pescare, ma hanno sacrificato i degnissimi lenza e arpione per somigliare al cliché dell’italiano di merda dei film di natale, non se ne parla proprio. Queste scelte da sottosviluppati coglionauti connotano la personalità dell’ascolano medio, che ha trascorso già due decenni foraggiando il tunz tunz delle discoteche e gli chalet sambenedettesi e è ancora fieramente incamminato a sacrificare anche il terzo allo stesso modo, ma noi altri ci si alza un po’ dalla masnada mentecatta, per fortuna, almeno nei gusti musicali.

Dallo scontento è nata una leggenda tra i più forti bevitori del posto, la leggenda del bar perfetto. Ognuno lo immagina in un modo, ciascuno ritiene che sia in un determinato posto: chi dice Irlanda, chi Scozia, chi Germania, chi Australia. Tutti lo cercano da una vita, e seppure ci sono notizie di posti che potrebbero candidarsi per aggiudicarsi la palma, fino ad ora non solo non c’è accordo, ma nessuno ha neppure mai trovato quello davvero perfetto per se stesso, pienamente soddisfacente, figuriamoci quello universale, perfetto per chiunque.

Il bar perfetto non è un luogo leggendario o simbolico, non è la proiezione delle aspettative irrealizzabili di ciascuno, e tantomeno qualcosa dell’altro mondo, un surrogato del Valhalla. La sua ricerca non è come quella del Graal, un viaggio interiore o il raggiungimento della città di Tanelorn, né idiozie del genere, ma un luogo concreto, nel quale ciascun bevitore si sentirebbe così soddisfatto già con una sola occhiata da capire immediatamente di averlo trovato.

Si dà per assodato che esso non possa ubicarsi in Italia, e tutti lo descrivono con meticolosa precisione specie a tarda ora, quando la stanchezza e i fumi dell’alcool avvicinano la mente al sogno e il desiderio e la realtà accostano le loro superfici di cera calda e le mescolano.

Per ogni bevitore di fondo il pub è la sua vera casa, al suo interno si sente molto più confortevolmente e a suo agio che a casa propria. Là se è solo avrà i fastidi inerenti alla manutenzione del posto, e alla solitudine, alzarsi per prendere le birre, dover preparare i combinati e il ghiaccio, fare spesa e riassettare. Se ha la famiglia sta messo ancora peggio, posto che non esiste luogo peggiore che una casa abitata genitori o una estranea che per qualche errore si è deciso di far entrare a tempo indeterminato nella propria intimità.

Ma un pub, per esempio di quelli irlandesi, col caminetto, una estensione sufficiente a non far formare mai la calca, luci soffuse, baristi attenti e simpatici che sappiano tacere o dare la giusta conversazione capendo i momenti con fine psicologia, è un lusso impagabile, ed è lì che passerai la maggior parte della tua vita.

Il mio bar perfetto potrebbe essere negli USA, o in Germania, ma stile rock bar di quelli che si vedono in video tipo Bon Jovy o southern, di grandi dimensioni, frequentato da motociclisti, birra gelata, bionda leggera e scura guinness, musica dal vivo, due piani, cesso immenso, bancone chilometrico, biliardo, un proprietario affezionato alla mia presenza e col quale entrare in confidenza subito e uno staff di persone in gamba. Non chiedo poi molto, ma nessuno del gruppo chiede o immagina nulla di trascendentale, è solo Ascoli a farci sognare come ideale qualcosa che potrebbe persino esistere.

 

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