Felicità

Che radice ha la parola “felicità”?
Da un bellissimo articolo sul Giappone proposto sul sito di Dimensione Fumetto, con cui saltuariamente collaboro, ho avuto modo di riflettere sul fatto che la parola “felicità” indica un concetto che è comune e intendibile in modo pressoché omogeneo da tutti gli esseri umani, ma che è espresso con parole di diversa origine in differenti lingue. Forse c’è minor uniformità di quella più volte riscontrata in questi articoli con altri lemmi, e c’è anche gran varietà di sinonimi, con sottili differenze.

Inoltre, di recente e per caso, sono stato anche “investito” da una frase, per me sconcertante e antitetica al mio pensiero, proprio su questo concetto: “la scienza ci allontana dalla felicità”, mi è stato detto, quando, con tutte le cautele che l’uso di un vocabolo tanto “radicale” impone, io affermerei semmai il contrario: la scienza è l’unica in grado di poterci concretamente avvicinare a una felicità alla portata di tutti, principalmente perché ci permette un’abbondanza sconosciuta in passato sia di beni, che di accesso alla conoscenza.
La felicità non è questione di abbondanza e materia, si suole replicare, è una condizione intima dell’individuo. Va bene! Sia!
Ho il sospetto che questa visione spiritualista, “saggia”, sia assai spesso il frutto del capriccio di chi non apprezza il valore di ciò che ha ed insegue scioccamente il miraggio di una soddisfazione piena sempre ulteriore, ineffabile e irraggiungibile perché riposta in qualcosa che per definizione deve sfuggirgli.
Oppure si ha ragione entrambi: si può essere infelici con tutto, felici con poco. Rimane il fatto che essere felici nella miseria più nera appare più il frutto di una malattia mentale che un’espressione encomiabile e caratteristica dello spirito umano.
Basta! Non sono fatto per la filosofia! Come al solito ognuno la pensa (e la pensi) a modo suo! Ma anche questa… è una manifestazione della “felicità” che il nostro tempo ci permette di avere.

Per dirla pianamente e in modo un tanto “scolastico”, la felicità è uno stato positivo di soddisfazione personale (in italiano più profondo e prolungato di altri analoghi quali “la gioia” o l’”allegria” o la “contentezza”) caratterizzato dal raggiungimento di obbiettivi personali, in primo luogo materiali, ma anche spirituali.
A un’analisi serrata, tale ultima distinzione regge “fino a un certo punto”, se non per nulla, ma accontentiamoci.
Tale concetto ha una gran rilevanza nella nostra cultura odierna, e appunto avrei voluto sapere quanta ne ha in una cultura diversa dalla nostra, come quella giapponese.

Di certo il “perseguimento della felicità” come fine ultimo o principale dell’esistenza ha avuto una storia sua propria, e se oggi non ci vergogniamo affatto di dire che essa è il nostro obbiettivo in vita, in passato tale affermazione non sarebbe stata affatto scontata, o non lo è stata sempre e per tutti. L’eudemonismo è anzi stato ampiamente criticato in varie dottrine e culture.
In vari momenti storici, il sacrificio, per esempio, o l’accettazione del dovere o della responsabilità, con conseguenti sofferenze e dolore, erano richiesti necessariamente, e sono stati anche visti come unico modo di orientare la propria esistenza e condotta, in un certo senso unica fonte di realizzazione personale, e non certo una realizzazione “felice”.

Oggi, una delle carte fondamentali del più grande paese al mondo raccoglie la parola felicità ed innalza il suo perseguimento a diritto della persona. Life, Liberty and the pursuit of Happiness, è una celebre frase della Dichiarazione di Indipendenza Americana del 1776 e stabilisce un diritto fondamentale del cittadino: la ricerca della felicità, che il Governo ha il dovere di proteggere.

Felicità (e con stessa radice: portoghese, rumeno, spagnolo) ha radice latina dove fa felix, che si fa rimontare al verbo greco phyo (da cui anche “feto”, abbiamo già visto) “fecondo”, con radice di “fertilità”, quindi senso di: “produzione”, “abbondanza”. Essere produttivo, abbondare in qualcosa, è alla base della “felicità”.
Potremmo quindi dire che all’origine della nostra espressione italiana i nostri antenati hanno posto (non è certo stato un processo volontario, ma comunque così è venuto configurandosi il tutto), per lo meno come presupposto, se non proprio come essenza stessa, un significato prettamente materialista.
La felicità è una forma di realizzazione personale che in un certo modo ricalca lo speculare e antitetico motto latino sulla miseria: homo sine pecunia est imago mortis. La miseria è infelicità, è morte, è tristezza, la ricchezza, l’abbondanza, la fertilità e la produzione sono la via per la felicità.  

Il vocabolo inglese che traduce pianamente (vale a dire senza generare discussioni e precisazioni) il nostro è: happyness. Ha tutt’altra radice. Voce del tardo 1300, sta per “fortunato”, “favorito dalla sorte”, “di circostanze favorevoli e quindi prospero” da hap, “caso”, “fortuna” da cui, infatti: happen-happening, etc., “accadere”, “verificarsi”. Prima del XIV secolo?
L’inglese antico aveva altri lemmi: eadig, gesælig e bliðe, il primo ricalca la prospettiva latina, dato che sta per “ricchezza”, “abbondanza”da ead. Il secondo si è trasformato sino ad indicare lo “sciocco”, ed è intensa e famosa la relazione tra “il felice” e “lo scemo”, fino a diventare proverbiale. Il terzo sopravvive in blithe, “gioioso”, “allegro”, di radice germanica *blithiz “gentile”, “buono”, che si irradia in antico sassone bliði, olandese antico e non blideblijde, norvegese bliðr, antico alto tedesco blidi, gotico bleiþs, con varianti nel significato, ma tutte piuttosto univoche che puntano su gentilezza e buon cuore, diremmo che si soffermano sull’atteggiamento esteriore della persona verso gli altri.    

In quasi tutte le lingue la felicità è ricondotta a due grossi gruppi: o alla “buona sorte”, o alla “ricchezza”, con eccezione del gallese, dove la radice rimonta al concetto di “saggezza”.

Altri esempi! Il tedesco glück, rimasto nell’inglese “luck” (che però sta solo per “fortunato”), appunto, stava a significare “ciò che finisce bene”. Lo svedese glädje (il danese, glæde, norvegese, glede), invece ricalca altro vocabolo presente in inglese: glad (contento) e si origina dal proto germanico *glada-, che va ricondotto al “rispendere” (ma anche al “liscio”, “levigato”), e da cui derivano anche parole come “gold” e “glass”, anche loro relative alla ricchezza. Per inciso si può precisare che il lemma latino “gladio”, se a qualcuno fosse venuto in mente, ha ovviamente tutt’altra origine, da “battere”, “percuotere”.

Il francese fa joie, e chiaramente ricalca il nostro “gioia”, con radice latina che è rimasta in molte lingue, tra cui anche l’inglese (joy) e che ancor più degli altri (specie in italiano) è relativa a qualcosa di materiale, dato che da noi indica direttamente la “gioia” (nel senso di pietra preziosa) e forma il “gioiello”, e tutto il resto della gioielleria. Per inciso, gioiello da “gaudiellum” (anche “gemma”), se “gioia” fosse relativo a “gioco” (come vuole qualcuno), verrebbe da “jocalis”, ma non pare corretto. Il termine francese (e così il nostro e gli altri) viene dal latino gaudium, da una radice proto indeuropea *gau- con stesso significato, da cui anche il greco gaio, ma persino l’irlandese medievale guaire (nobile) e di da cui anche “giullare”.

Attualmente il greco usa il termine ευτυχία (eutuxìa), composto da ευ e τυχία: “buon” “successo”, anche qui l’avere successo è sintomo di una riuscita personale e quindi di felicità.

Infine e per completezza vediamo anche i sinonimi imperfetti italiani: da contentezza, contento vale “che tiene in sé”, “raffrenato”, “che si contiene” e si riferisce a uno stato di appagamento mostrato con dolcezza e calma. Allegria (o allegrezza) è, invece, relativo ad “alacre” e vale “chi è disposto a fare”, ha quindi una relazione diretta se non con il soddisfacimento da operosità, con l’atteggiamento attivo e propositivo che accompagna l’inizio di una nuova impresa.

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