Figlio, Figlia, Fico, Feto, Fica …e Culo

ficaDicevamo l’altra volta che era interessante notare come molte parole che iniziano per H in spagnolo anticamente erano scritte con una F o anche una Y (invece dell’H, ovvio); facemmo l’esempio di hermano, che si scriveva yermano, (dal latino “germano”, ma tanto per dirne un’altra: hierrofierro, “ferro”).

Molte deviazioni, tanto nell’ortografia come nella pronuncia spagnola (non sono un linguista, sia chiaro) credo si debbano all’influenza araba, la quale, diciamolo solo con l’intenzione di proporre un esempio concreto, in tale idioma dà origine a molte parole che iniziano con A (specie in “al” e “aj”) uniche in Europa, si vedano: aceite, almohada, aceituna, alfombra, alférez, acicate, alazán, acémila, acequia, aljibe, alberca, e molto altro, ma torniamo a noi.

Da lì accennammo che la parola spagnola per figlio fa hijo, anticamente fijo, e che sia tale lemma, sia quello italiano, sono strettamente imparentati con il frutto, il fico (in spagnolo higo, e quindi figo) e con la sua versione femminile fica, che da secoli indica in italiano la cavità femminile.

Essa, invece, in spagnolo è detta volgarmente e per similitudine “concha” conchiglia, stessa etimologia di “conca”, etc.

Dalla stessa identica radice, ma più comunemente, l’organo sessuale femminile è chiamato coño, parola di diretta ascendenza latina, da cunnus, anticamente “conno”, che volgarmente indicava la vulva e che ha la stessa radice anche di “coniglio” (il quale al femminile diminutivo “coniglietta” è altra metonimia, oltre a “passera”, “topa”, “sorca”, ma anche “zoccola”, etc. per la vulva) e “cunicolo”, che appunto indica la fessura (la “fessa”), la spaccatura.

La radice dovrebbe essere indeuropea *khan, e il sanscrito kushi e khanami (da cui “canale”), ma vi sono altre idee, di cui parleremo di qui a poco. In italiano, la connotazione sessuale di questa radice è rimasta unicamente nella gradevole (ma a volte, invece e purtroppo, graveolente) attività di passare la lingua sull’organo in oggetto, realizzando, per l’appunto, un “cunnilinguo” (o cunnilingio, in latino: cunnilingus). Lingere vale “leccare”, è ovvio.

In inglese la forma più comune di indicare la vagina è la parola pussy (che forse banalmente si riconduce al “gatto”, ma era usata anche per “coniglio”, o che forse rimonta all’antico norvegese puss, “tasca”, “borsa”); essa senza dubbio non è espressione altrettanto estrema e volgare quanto quella che si riallaccia, con ogni probabilità, alla radice latina appena vista: cunt.

Cunt viene dall’inglese medievale cunte (in Hendyng’s “Proverbs” — ʒeve þi cunte to cunni[n]g, And crave affetir wedding), simile all’antico norvegese kunta, antico frisone, olandese e tedesco medievali kunte, dal protogermanico *kunton, di origine incerta, ma che alcuni suggeriscono rimonti al latino cuneus, “cuneo” e altri alla radice protoindeuropea *geu- di “spazio vuoto” o a quella *gwen-, che poi è anche la stessa del greco gyne “donna” (v. “ginecologo”, “misoginia”, etc.) e della parola inglese per regina: queen.

La forma è però simile al latino cunnus che non ha un’origine chiara e che alcuni vorrebbero ricondurre a “squarcio”, “spacco” dalla radice protoindeuropea *sker-di “tagliare” o letteralmente a “guaina”, “fodero”, dal protoindeuropeo *kut-no-, da *(s)keu- “nascondere”.

Per inciso e per completare le parole volgarmente usate per riferirsi alla parte genitale femminile, fregna, come “fessa”, dovrebbe venire dal latino frangere, e varrebbe spaccatura, da cui anche “frignare” (increspare, storcere la bocca, forse connesso all’inglese frown, forse allo svedese fryna, “aggrinzare il viso”) e dal latino frendicare, “digrignare i denti”. Personalmente mi aspettavo una corrispondenza con la divinità nordica femminile dell’amore Freyja, da cui per esempio discende l’attuale tedesco frau (donna), ma essa o non esiste o non sono stato in grado di rintracciarla.

Le altre parole (vulva, vagina, etc.) usate per descrivere il sesso femminile non hanno bisogno di spiegazioni. Quindi torniamo alla “fica”! Tale vocabolo è usato (famosissimamente, che altro dire!) anche da Dante nella Divina Commedia (Inferno XXV) il quale ci riporta come fosse un gestaccio volgare dei tempi suoi lo “squadrare le fiche” (o “fare”, “mostrare”). Si ostentava il pollice inserito tra indice e medio, forse a dire qualcosa di equivalente a un “fottiti”; concetto che noi oggi illustriamo con la mimica di indirizzare la mano dalla parte del dorso (una qualunque) verso un soggetto, badando bene di ergere il dito medio (simbolo fallico, forse equivalente al pollice dantesco) che il destinatario sa che dovrebbe opportunamente infilarsi su per il deretano, o “culo”, pure esso dalla stessa radice di cunnus, concha, “conca”, dal sanscrito cush-is, con tutto quello appena visto, fino a “canale” e “cunicolo” e specie a “nascondere” (il culo si nasconde ed è nascosto). Il gesto di cui parlavamo (ergere il dito medio per vibrante ostilità) è diffuso in tutta la cultura occidentale e facendolo si è capiti dagli USA alla Russia e non abbisogna di traduzioni, è quindi molto pratico.

Lo stesso Dante aveva invece usato precedentemente nella stessa opera (Inferno XV) il maschile “fico” in modo paternale, quasi per “figlio” (“dolce fico”, così ser Brunetto appella il poeta).

Tutte queste parole hanno una radice comune, da phyo greco, “produco” da cui anche feto.

Sul fico c’è da dire che l’accostamento alla radice di “produrre” deve essere stato motivato in virtù della particolare prolificità della pianta, mentre per il suo uso al femminile, per quanto la parte anatomica che il vocabolo indica sia per definizione prolifica (la vagina), forse si tratta di una, affatto sottile, metonimia dovuta alla similitudine dell’organo femminile col frutto, se visto da dietro quando lei è piegata (come da foto).

Oltre a “figlio”, diffuso anche in altre lingue, quali il portoghese, il francese, etc. anche parole come “fecondo” e anche “femmina” discendono dalla stessa radice greca phyo.

Mentre “padre”, “madre”, “fratello”e “sorella” (le ultime due parole le abbiamo già viste) hanno origini comuni e omogenee in tutte le lingue indoeuropee, tutt’altra radice ha invece la parola inglese per figlio: son. Ed essa è diffusissima e omogenea solo nelle lingue nordiche.

Son viene dalla inglese antico sunu (discendente, figlio) e dal protogermanico *sunuz (da cui l’antico sassone e l’antico frisone sunu, il norvegese antico sonr, il danese søn, lo svedese son, olandese sone, o zoon, l’antico alto tedesco sunu, il tedesco sohn, il gotico sunus). Tutte queste parole germaniche vengono dal protoindeuropeo *su(e)-nu- “figlio” (da cui il sanscrito sunus, il greco huios, l’avestico hunush, l’armeno ustr, il lituano sunus, il russo e il polacco syn).

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