Gelosie del passato. (Racconto parodico stile noir)

La porta si aprì su un fumo denso e spesso che fluttuava tra le flebili luci paglierine o arancioni del posto, mischiandolo a polvere, odore di olio da friggitrice stantio e sporcizia. Un piano suonava coprendo solo in parte il chiacchiericcio ordinario e sciatto, o gli accenni di cori degli avventori, numerosi e piuttosto sbronzi. Dei militari della marina facevano rumorosamente a braccio di ferro tra ragazzine eccitate e saltellanti in abiti succinti.

Il barista, rivolto verso l’ingresso, un ciccione che masticava un puzzolente mozzicone di Havana spento, smise di sfregare la superficie del bancone col suo straccio, lurido e blando quasi quanto la sua interiorità di commerciante truffaldino e vigliacco.

Rimase fermo a bocca semiaperta, con lo sguardo imbambolato per qualche secondo, mentre un tipetto minuto e vestito elegante, con un Borsalino inchiodato di sbieco in testa procedeva verso di lui con un andamento che aveva tratti da caratterista di Hollywood. Che fare? Si chiedeva il barile di sego con aria idiota.

Con atteggiamento da duro, le labbra storte e schifate, lo sguardo di sfida, i passi al cui ritmo cadenzato il corpo rispondeva inclinandosi e scuotendosi vistosamente da una parte e dall’altra, il nuovo avventore si diresse verso il ciccione e gli piantò lo sguardo perentorio e violento fisso nelle palle degli occhi per almeno una decina di secondi, prima di chiedere, con una voce estremamente nasale e arrogante, un Bourbon. Con ghiaccio.

Il ciccione era rimasto in silenzio ed aveva messo su un’aria vistosamente nervosa, con tratti facciali di abissale codardia su gote rosee e sudaticce e una gorgiera di guanciale morbido e tremulo. Aveva subito distolto lo sguardo dal tipetto, e subito dopo l’ordinazione aveva servito una generosa porzione di distillato in un tumbler molto grosso, forse con l’intenzione di arruffianarsi il nuovo venuto trattandolo meglio degli altri.

Quello fece un bel sorso schioccando sonoramente la lingua sul palato prima di parlare. Non chiese se c’era Tom Bellante, non chiese se il barista lo conosceva, o se sapesse dove trovarlo, disse: “quale è Tom Bellante?” inclinandosi in avanti.

Il barista, imbarazzato, riprese a strofinare il legno esausto e rigato del bancone e, diventando paonazzo, indicò sottovoce il ragazzo atletico che stava giocando al biliardo con un amico, oltre la balaustra, in camicia bianca, con le bretelle.

Il piccoletto senza aggiungere una parola prese il bicchiere, si girò sinuosamente e si diresse con la sua andatura da gangster verso il tavolo ancora pieno di biglie. I due ragazzi facevano ancora finta di giocare, ma il barista, senza essere visto, aveva guardato Tom che gli aveva lanciato anche lui un’occhiata interlocutoria e spaventata, quasi volesse sapere che fare, e quello aveva replicato con una chiarissima espressione impaurita che gli raccomandava, scuotendo le guance di porco, di non fare stronzate di sorta, non muoversi.

Non ci fu bisogno di parlare, dopo un cenno con gli occhi e col capo, il ragazzo si diresse diligentemente a un tavolino da poker rotondo e isolato dove si stava accomodando il tipo col bourbon per le mani e si mise a sedere nervosamente di fronte a lui. L’amico, chino sul tappeto verde, tirò qualche altra palla ad occhi bassi, sbagliandole tutte ed evidentemente cercando di essere ignorato.

Lo sgherro mosse un po’ la bocca con la perenne espressione disgustata come se stesse ancora assaporando la bevanda, o masticando residui di qualcosa, mentre l‘altro aspettava piamente ed in silenzio che egli esordisse con qualche frase.  Ed essa fu: “ti suona il nome di Ricky Dull?”.

Il giovane non disse una parola, ma, con aria intimidita e rispettosa, scosse rapidamente il capo in segno negativo, come scusandosi vergognoso. L’altro non parve farci caso, perché sapeva già la risposta ed era solo interessato a proseguire.

“Ricky Dull era”, e il bassotto subito si interruppe, tirò fuori con calma una sigaretta da un astuccio portasigari d’oro, la accese con un Dupont e tirò due boccate, “Ricky Dull”, ricominciò, “era un pugile professionista di New York, anni quaranta, ex pugile ai tempi di questa storia, era un superleggero, un gran bel picchiatore, uno slugger da brividi, la sua carriera finì prematuramente per via di un infortunio, ma non gli andò male, divenne un boss.

Anni dopo la fine degli incontri si sposò con una gran bella pupa, una davvero mozzafiato. Gli era molto attaccato, morbosamente attaccato si dice, gelosissimo!  Sangue mezzo italiano, come te, come me, come Mr. Salino, e per mezzo irlandese, una brutta combinazione la sua.

La moglie la tolse a un giovane studente di college che ne era follemente innamorato, e che era disposto a tutto pur di averla. Lei c’era stata con lui, prima di conoscere Ricky, non era un mistero questo. Ma poi aveva fatto le sue scelte, forse anche i suoi calcoli, chi lo sa, ma quello non lo poteva accettare. Era grosso e prestante il giovane, era fiducioso e aitante!

Pazienza! Le cose erano andate come erano andate, e si sarebbe dovuto rassegnare. Invece, un bel giorno a quello viene in mente di recarsi a una festa dove erano stati invitati anche i due begli sposini, e lì dentro inizia a sbeffeggiare pubblicamente Ricky affermando di essersi scopato sua moglie prima di lui, dato incontestabile e noto, ma che quello aveva ricacciato puntando tutto sulla gelosia, pur di farlo schiumare di rabbia e star male.

Il tizio non aveva idea di chi era Ricky, sapeva poco di lui, l’odio glielo faceva vedere piccolo, impacciato; insistette parecchio a provocarlo, davanti alla moglie e a tutti, godendo assai del fatto che, anche se apparentemente calmo e compassato, l’altro stava vibrando come una corda di violino. Pensava che fosse per gelosia, pensava di aver preso il bersaglio!

Ricky non disse una parola, lì per lì, non fece una mossa, guardava lo show di quel pazzo buffone, per niente divertito, mentre la moglie gli teneva la mano e lanciava occhiate all’altro per farlo smettere.

Si dice che tornando a casa lei lo implorò di lasciar stare, di non fare niente a quel poveraccio: inesperto, giovane, sognatore, e con la sola colpa di essere rimasto innamorato della persona sbagliata. Le donne! Sapeva del temperamento del marito, ma non bene come pensava. Si dice che lui non disse una parola sul tema.

Sai come è?!”, proseguì il bullo in abito grigio e ancora col cappello in testa, mentre sputava a terra pezzetti di trinciato che gli erano finiti sulla lingua, “Sai come si dice: un pugile rimane sempre un pugile!”. Il ragazzo non rispose, fece solo un cenno di lievissimo assenso appena sorridente, ma con rispetto, per cercare di essere educato, ma ignorando del tutto se si trattasse di un proverbio che lui non aveva mai sentito prima, o dell’invenzione di quel tipo lì che lo prendeva in giro spacciando l’espressione come una frase fatta. L’altro non parve far caso al segno di accondiscendenza e fece cadere la cenere della stozza a terra invece che nel posacenere.

“La sera dopo si fece mandare l’indirizzo di quel coglione da uno dei suoi. Uscì di casa da solo, salì pimpante le scale del lurido palazzo dove il sognatore innamorato viveva all’ultimo piano, bussò alla sua lurida porta di studente pezzente, e quando quello andò ad aprire con la pistola in mano, gliela tolse velocemente rompendogli tre dita, e lo sommerse di mazzate. C’è gente che non sa sparare, non dovrebbe avere armi!

Mio zio lavorava per lui, per Ricky. Gli portò i fiori all’ospedale, per ripagarlo della presa in giro e per assicurarsi delle lesioni. Lo raccontava spesso, a tavola la sera, in famiglia, una scena raccapricciante: un tipo di oltre novanta chili, setto nasale spappolato, zigomi rotti, un occhio andato per sempre, sei costole rotte, mandibola in tre punti, una mano, tutti gli incisivi seminati sul pavimento, almeno due cicatrici alla testa. Altre cose meno gravi.”

Qui il mafioso fece una pausa e assunse un’espressione compassionevole, ma per scherno. L’altro invece pareva piuttosto agitato, innervosito dalla tensione che il silenzio provocava, e parve in procinto di dire qualcosa, che gli abortì prontamente sulle labbra prima di uscire: parole incenerite da uno sguardo arcigno dell’interlocutore.

Non aveva finito. “Quando Micky tornò a casa una sera la moglie aveva saputo. Lo stava aspettando incollerita, lo aggredì, gli diede un bel po’ di pugni, insultandolo e gridando. Lui se li prese, paziente, e si disse disposto a spiegare. Era un tipo intelligente Micky, non era uno stupido! Non tutti lo capivano all’inizio, ed è per questo che poi rimanevano fregati. Chiese cosa mai avesse fatto di male: era andato a “chiarire” e quello aveva in mano una pistola, c’era poco da fare! Certo, qualche ceffone se lo sarebbe preso comunque, ma non per le ragioni che pensava lei, non perché, come gli aveva detto, ‘era geloso del suo passato’, ‘era un paranoico morboso’, ‘non aveva il diritto di giudicarla’ e tutto il resto. Frasi da femmina!

Il fatto era che, come spiegò, non era affatto geloso, non gli aveva fatto alcun effetto quello che quel poveraccio aveva detto quella sera, non lo molestava per nulla il non essere stato il primo ad inzuppare il biscotto in quella splendida coppa di gelato.

Quello che lo aveva fatto incazzare era che lui pensasse di poterlo far stare male con simili banalità, e usando una sua presunta debolezza caratteriale. Peggio ancora non poteva tollerare che quel povero deficiente volesse intenzionalmente farlo star male e avesse mandato avanti il suo piano in modo tanto sfrontato, ci avesse provato: anche se raccontando la verità.

No! Nessuno può fare qualcosa, nessuna cosa, per farti stare male, senza subire la ritorsione. Anche se tu male non ci stai. Non ci stai affatto!”

Qui il piccoletto spense la sigaretta che aveva fumato molto lentamente e guardò fisso negli occhi il ragazzo con la bocca inclinata da un lato e il collo dall’altro.

Quello deglutì e iniziò uno sconnesso balbettio che iniziava per “i” e “o”. L’altro col capo e le labbra appena in fuori fece un cenno di indifferenza e lo zittì, chiarendo con un gesto di sufficienza che qualunque cosa potesse dire non interessava a nessuno e non avrebbe cambiato nulla.

“Adesso vedi” aggiunse estraendo una seconda sigaretta e leccandola prima di accenderla, “nessuno qui è ‘geloso del passato’, come nessuno ha bisogno di recuperare i mille miseri testoni spariti l’altra sera, e tantomeno di scuse, ma il fatto che qualcuno possa pensare di puntare sulla debolezza di carattere di qualcun altro, o su qualunque altra storia, per farlo stare male di proposito, questo no! Non si può perdonare”.

Il giovane era in stato confusionale, cercava di mantenere la calma, e avrebbe voluto dire qualcosa, ma lo sguardo di ferro che lo trafiggeva pareva proprio sconsigliarlo. Rimase con le labbra cucite e un groppo in gola fino a che l’altro non riprese a parlare.

“Si vede che sei un tipo sveglio, che hai sbagliato solo per ingenuità, per fare lo svelto con gli amici, sei giovane, che diamine! Ma non commetterai mai due volte lo stesso errore, e so che saresti disposto a rimediare…” Qui il giovane prese la palla al balzo e fece la mossa di estrarre, tremante, il portafogli affermando reiteratamente e in modo sconnesso che certamente era sua intenzione restituire… e fare… e scusarsi… e che per farsi perdonare… e tutto il resto.

Ma l’altro non lo lasciò terminare neppure. Lo interrupe bruscamente e gli disse di rimanere seduto e tenersi i soldi. “Sono un regalo!”  aggiunse, “devi spenderli tutti in una sera con amici! Offre Salino! Bevi, ma non dire mai più quello che hai detto!”. Saggiamente il giovane non insitette per la restituzione. Rimase muto, arrossito e intimidito.

Il piccoletto si alzò senza stare a sentire repliche eventuali, lasciando il giovane ancora a sudare freddo per un po’ e col respiro tagliato in due. Si girò e riprese la sua andatura basculante e ritmata verso l’uscita. Fece un cenno al barista che replicò con un sorrisone forzato fino a parere il ghigno di una fisarmonica aperta.

Solo quando la porta si chiuse sonoramente, sia il giovane che l’amico, che il grassone lanciarono un sospiro di sollievo. Quella sera i due finirono in ospedale in coma etilico, saldarono un conto di mille dollari sull’unghia prima di finire sotto lavanda gastrica.

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