Genio, una parola con una particolarità in italiano

In una bellissima parola italiana (ed internazionale), dall’etimologia latina di gran prestigio e con uno splendido reticolo di significati, mi sono accorto che, probabilmente per una semplice assonanza, è finita per convergere un’altra parola del tutto diversa quanto a origine (almeno secondo i più), ma curiosamente affine alla prima anche in alcuni aspetti del significato e quindi confusa.

Genio, viene da “geno” che è forza naturale produttrice. Dalla stessa radice vengono anche gens (la famiglia, la stirpe), gente, ingegno, ingegneria e tanto altro.

In origine, nella mitologia etrusca e romana, il genio era il buono spirito guardiano del sesso maschile, di culto domestico, che si credeva fosse generato assieme all’uomo. Analogo al buon demonio dei greci e protettore di persone, luoghi, città. Persino Roma aveva il suo “genio”.

Molti sono i riferimenti a questo spirito nella letteratura latina e posteriore, per tutti valga l’ammonimento famosissimo dato dal suo (cattivo) Genio a Bruto “ci rivedremo a Filippi”, e più recentemente, in letteratura italiana, si veda il dialogo leopardiano tra Torquato Tasso e il suo genio familiare, che, Leopardi è un grande, “risiede” (va cercato) nella bottiglia, in una ubriacatura.

E non mi voglio riferire alla filosofia tedesca, romantica e non, che ne fa ampio e serioso uso, si vedano se interessa, F.W.J. Schelling, A.W. Schlegel e G.W.F. Hegel, F. Schiller e specie I. Kant.

Di lì, dallo spirito sapiente e conservatore della tradizione familiare, onnisciente e ammonitore, la parola è passata a riferirsi a tutto ciò che necessita di una certa acutezza di ingegno (appunto) sapienza, o piuttosto di doti e capacità mentali per essere portato a termine.

Quindi abbiamo non solo l’ingegno, l’ingegneria, l’ingegnosità, ma anche il genio civile, per esempio, e più colloquialmente il “genio” nel senso primo a cui oggi ci riferiamo impiegando questo lemma in italiano: persona straordinariamente dotata di capacità intellettive ed intellettuali, di doti mentali di gran lunga superiori alla media, che gli permettono di risolvere problemi, intenderli, proporre soluzioni nuove e sorprendenti. Geni veramente esistiti, il primo è senza dubbio Einstein, ma anche Leonardo o Tesla, etc. ma anche letterari, come Sherlock Holmes o suo fratello Mycroft, figure di straordinario fascino.

E fin qui tutto chiaro. Più o meno.

In italiano, il secondo significato più usuale della parola si riferisce alla storia di origine mediorientale (araba) che vede apparire da una lampada ad olio una creatura pressoché onnipotente che concede desideri. Il famoso “genio della lampada”.

La figura si attaglia, se non perfettamente, assai bene alla parola di uso pristino, quello latino, dato che di spirito si tratta e in questo caso anche positivo (come il demone greco, appunto, parola che però ha preso altri sentieri, meno lieti).

Tale lemma non sembrerebbe venire dalla radice classica di genio, ma da una parola araba molto assonante con quella italiana.

I Jinn or djinn (singular: jinnī, djinni; Arabic: الجن‎ al-jinn, singolare الجني al-jinnī) sono creature soprannaturali della cultura e mitologia islamica e pre-islamica.

È vero che alcuni fanno partire anche questa radice da quella latina (altri dall’aramaico), ma anche se così fosse, anche le due parole avessero radici comuni, il personaggio della favola esotica è arrivato a noi attraverso la parola propria del posto e nel suo complesso indica uno spirito non benevolo, ma anzi piuttosto malefico, indica qualcosa di diverso.

Per distinguerlo dal demone romano (e a volte succede, di recente) le creature a cui si riferisce andrebbero chiamate “ginni” e non “geni”. Cosa che, infatti, l’inglese fa traducendo “genio” (con lo stesso reticolo semantico nostro, pressappoco) con “genius” (Einstein is a genius) e lo spirito di Aladino con “genie” e avendo chiaro che si tratta di due cose del tutto diverse.

Lo spagnolo invece ha lo stesso “problema” dell’italiano.

Per questo articoletto, per chi fosse interessato ne consiglio la lettura, mi sono affidato a voci inglesi ed italiane della Wikipedia, e della Treccani, oltre che del sito italiano “etimo.it”.

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