Gin Navy Strength, Plymouth

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Gin “Navy Strength” è oggi denominato quello commercializzato a una gradazione del 57%, quindi parecchio più alta del normale, dato che i distillati sono in genere sul 40%, i gin oscillano dal 40% al 44-47% (specie ne ho trovati in USA a 47°).
Forse non è del tutto improprio paragonarli agli scotch (e non solo) commercializzati come cask strength, cioè con la gradazione del barile (non ribassata ai canonici 40°), che ho trovato anche alla soglia dei 60°.
Per andare oltre (se si ritiene, e non voglio immaginare la ragione, ce ne sia bisogno) si può provare con grappe o anici artigianali, o con moonshine americano.

La storia del gin Navy Strength è molto affascinante, e rimonta a quel mondo pieno di suggestioni e inesauribile fonte di racconti e avventure che si ebbe con la marina dell’Impero Britannico dei secoli specie di fine XVII e XVIII-XIX, il quale magari non avrà dato all’umanità tanto quanto altri imperi più civilizzati, ma che può fregiarsi per esempio dell’invenzione del gin & tonic, una ricetta sorta in India a fini medici, preventivi della malaria per effetto del chinino.  

La relazione tra il gin, la botanica, la farmacia e la medicina è nota a tutti e resistente nella diffusa estetica di molti prodotti che appunto confezionano le bottiglie in modo che ricordino le ampolle degli speziali, quando non i contenitori da barberia, luoghi dove un tempo oltre alle rasature si eseguivano, pare, anche operazioni di chirurgia. Anche il dopobarba, se andiamo a vedere, è alcolico e quindi ha proprietà anestetiche e disinfettive.

Ai tempi che furono, la Marina si dotava di scorte di distillato, non solo gin, anche rum (dipendendo dal posto), e si dice che esso fosse stoccato accanto alla polvere da sparo.
Affinché quest’ultima non perda la propria funzionalità quanto bagnata accidentalmente da distillato, è richiesto che la gradazione di esso sia almeno a 57°. Di qui l’uso di destinare alla flotta il prodotto che oggi ne prende il nome: “gradazione da marina”.
Si dice pure che fosse uso comprovare la forza del gin proprio facendo il test della polvere da sparo: se sparava nonostante fosse intrisa, il prodotto alcolico era buono, altrimenti no.

Il gin è un distillato piuttosto tipico dell’Inghilterra, per quanto il nome sia di origine, in ultimissima analisi, latina (ginepro), e sia realizzato un po’ ovunque.
La storia inglese e questo spirito sono vigorosamente intersecate, il suo costo relativamente contenuto ne faceva il prodotto in uso dalle masse, il suo abuso portò a varie leggi già nella prima metà del XVIII secolo, e fu oggetto persino di famose opere, tra cui si suole citare la stampa “Gin Lane” di Hogarth del 1751, che con la sorella “Beer Street” mette drammaticamente a nudo una realtà di forte disperazione sociale dovuta ad abusi e dipendenza.
Il tipo di gin inglese più diffuso, è quello London Dry, tipico di Londra, città che annovera decine e decine di marche e distillerie; esso è famoso per essere molto speziato, dalla prevalenza netta dei sentori di ginepro, estremamente secco.  

In Inghilterra, però, era storicamente famoso anche un altro tipo di gin, quello realizzato a Plymouth, in Cornovaglia.
Oggi rimane una sola distilleria delle tante, e non più in mano inglese; unica che possa fregiarsi dell’indicazione geografica protetta del posto.
Essa realizza un prodotto commercializzato a 57°, in celebrazione degli antichi fasti marinareschi.
Il gin di Plymouth era frequente sulle navi britanniche, e si distingue da quello londinese per essere tendenzialmente un po’ meno secco, meno “arcigno”, forse potremmo dire, per quanto il London Dry sia il mio preferito e sia uno stile delizioso.
All’inizio del XX secolo erano numerose le ricette di cocktail che prevedevano l’uso di questo particolare gin, ed era comune l’alta gradazione, che oggi forse rivive di un rinnovato interesse, del quale senza dubbio partecipo; ma storicamente il suo uso in mare era tale e così popolare che si arrivò a mettere una cassetta di legno contenente due bottiglie di Plymouth e dei bicchieri su ogni nuova nave commissionata dalla marina britannica, per “vararla” con un brindisi inaugurale, il c.d.: “Plymouth Gin Commissioning kit”. Al contempo una bevanda tipica era il Mahogany, che consisteva nel batterlo in melassa calda (black treacle).   

La bottiglia attuale, o per lo meno quella Navy Strength che possiedo, ed avevo già provato perché reperibile in alcuni bar saputi, è assai piacevole alla vista, non solo per il colore caratteristico scelto dalla marca, verdognolo da barberia, che fa sognare di annegare piacevolmente in un oceano di oblio composto di distillato in tempesta, ma anche proprio per la graziosa citazione navale; il disegno sull’etichetta riproduce la Mayflower, la nave dei padri pellegrini che fu costretta a sostare a Plymouth per riparazioni urgenti dovute al mal tempo prima di poter ripartire per il Nuovo Mondo; si dice che alcuni naviganti alloggiarono nei locali del monastero che poi divenne la distilleria.
La prima colonia che loro fondarono in Massachusetts nel 1620 e seconda solo a Jamestown in Virginia (1607) si chiamò appunto Plymouth. Tra l’altro, religiosissimi, forse possono essere considerati i forieri dell’intransigenza che, tra tanto altro male, portò pure alla maledetta astemia che in ultima analisi arrivò alla bieca ed incivile oppressione proibizionistica, a cui furono specie gli italiani e gli irlandesi a ribellarsi più strenuamente con redditizi e moralmente encomiabili traffici.

Nella vecchia edizione, dove la nave dell’etichetta era posta più in basso rispetto alla disposizione attuale, quando essa non “navigava” più nel distillato, era ora di afferrare una nuova bottiglia, oggi lo stesso succede quando i piedi del monaco che è riprodotto di lato non sono “bagnati” da esso; in ogni caso l’operazione va fatta sempre ricordando che tra le tante bottiglie che si vedono dove prima ce ne era solo una, va cercata con la mano quella al centro.  

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