Gli Alchimisti Immortali- CAPITOLO III: Il Dio degli alchimisti immortali (1ª digressione)

Ogni alchimista immortale presto o tardi, diviene del tutto tediato dalla propria esistenza. Un tedio infinito, ma non stoico; languente, ma nel quale è impossibile arrivare a pensare a rinunciare ad essa. Ognuno reagisce a suo modo al raggiungimento di una condizione “innaturale”, o comunque alla quale pare che l’essere umano non sia preparato, non solo biologicamente, ma, specie, culturalmente.

In ogni caso essi non sono più come erano prima. Forse solo chi ci è passato può capire cosa voglia dire perdere completamente la memoria di epoche antiche e vissute, ma ormai irrintracciabili nella mente; epoche vaghe come dei sogni anche essi vetusti, o profezie stantie e mai realizzate, la propria vita percepita come una antica leggenda.

Dopo secoli ognuno ripensa al passato riesumando dalle macerie solo una sottile malinconia, niente più emozioni o sentimenti, niente rimpianti, niente passioni o desideri, neppure autentica tristezza, ma distacco. Forse, dopo millenni, o addirittura eoni, più nulla di nulla, neppure quel lugubre fumo nero che continua ad alzarsi dai carboni ormai spenti del ricordo. Non ci sono genitori, famiglie, lingue o luoghi, provenienze e scopi, solo spettri e ombre.

Perso un fratello, un amico, o un amore, in circostanze tragiche, l’essere umano non fa che sentirne il vuoto, desiderare la presenza di chi manca con tutto il cuore, insiste in un amore mancato, si dispera per la perdita. La sofferenza per il distacco può essere tale da far sognare di altri mondi, diversi, eterni, giusti, in cui si rivedrà la persona cara e sarà lì per sempre. Per tanto tempo non si desidera altro che un abbraccio impossibile, riprendere un dialogo reciso, riesumare ogni gesto mancato, poi si muore. Ma un alchimista sa, a sue spese, dove finiscono tali sciocchi e poco sinceri desideri umani. Essi affondano, naufragano, nelle melme dell’indifferenza.

Nessuno ama nessuno per sempre. Si finisce per non sentire più nulla, non desiderare più nessuno vicino, nemmeno se stessi. Ci si rende conto di quanto superficiali siano quei rimpianti propri della vita mortale, le speranze, i desideri, messi lì, nel cuore di tutti, ma che nessuno riuscirebbe mai a sopportare qualora esauditi, come non si sopporterebbe mai la presenza, per secoli infiniti, d’un unico compagno di strada. Il desiderio originario per la scomparsa di un essere amato diviene, solo in virtù del passo del tempo, per questa unica, banale ragione, esattamente il suo opposto: che tutto si allontani e scompaia.

Si dice di volere qualcuno a fianco, ma poi, se ci fosse, si arriverebbe a detestarlo: prima ogni tanto, come già avviene nella vita mortale, dove tutti amano solo chi non c’è più, poi più spesso, poi sempre.

Forse avevano ragione quegli alchimisti che si rifiutarono di sperimentare siffatta condizione, persino quelli che rimasero legati ad una sciocca fede che promette un’immortalità ben diversa, ben più alta e di certo irrealizzabile, ma a principio a tutti, anche a chi è pervaso dalla sua fede, sembra qualcosa di eroico poter sfidare e piegare le regole della natura, e la più forte e spaventosa di esse: vincere, vincere su tutto. Raggiunta la vita perenne anche questa considerazione perde di senso, il concetto di eroismo perde di senso. E ogni altro!

Ma se ci fosse qualcosa, qualche ragione per esistere, se esistere non fosse indifferente, non una alternativa equivalente al non essere, e più scomoda, rumorosa, con più cure, chi altri se non un essere immortale potrebbe mai arrivare al compimento del senso? Non dico gli odierni alchimisti, che non sono se non esseri umani con un supplemento indefinito di tempo, ma ancora di carne, però qualche altro soggetto che ne segua le orme, completi il cammino, o che essi stessi sappiano plasmare, o diventare. E se l’uomo si fosse creato da se? Apprendendo da solo a darsi tutto, a esistere, fiducioso, ogni volta che realizza questa scelta, di tornare ad arrivare alla possibilità di decidere se esserci. Se l’universo fosse creato dagli esseri umani, capito prima, poi creato di nuovo ogni volta, in un eterno ciclo; affidando a una brodaglia, volta dopo volta, il compito di progredire fino a un’esistenza eterna, o forse una volta sola, ma dalla fine del percorso, della storia, quando il tempo non abbia più direzione.

O è davvero possibile quello che spaventa tanto chi c’è: che ciò che è, non sia? Non sia mai più? Non sarebbe piuttosto lecito confidare nell’avvento di un essere in grado di conoscere tutto, tutto quanto noi si è depositato nella storia, disseminato insensatamente nel tempo, nelle tenebre di un vuoto gelido e silente trapuntato di stelle lontane ormai morte, in quella solitudine che sgomenta chi la percepisce. Lavori piccoli, pieni di ardore, ma piccoli; frasi, balbettii spauriti, righe cancellate la notte, riscritte chissà quante volte per cercare di dire, di dire: nulla in definitiva e a nessuno.

Un alchimista verrà, senza corpo, senza limiti, immortale, incorruttibile, onnisciente e osserverà e saprà tutto, ricorderà ogni sforzo, ogni ingiustizia, ogni torto e prepotenza, assisterà a ogni spettacolo, leggerà ogni libro, opera, saprà dare valore a ogni gesto, emozione, passione umana, di tutti, e di ogni altro essere intelligente, tutto quello che si è fatto e che ha lasciato indifferenti gli altri, o che non era mai stato visto da nessuno. E nessuno sarà più davvero solo, perché qualcuno di eterno avrà letto la sua storia, squadrato ogni sentimento, ogni grido di dolore, timidezza. Tutti potranno dire di esserci stati! Sarà solo uno spettatore, che non metterà nulla al suo posto, magari non vibrerà nemmeno per tanto chiasso insensato, ma saprà, avrà contemplato cosa è successo a ciascuno, ricorderà lui, per tutti, esattamente la storia di ognuno, e ogni delusione, e mancanza, senza errore.

L’umanità vivrà lì, dai padri scimmia intossicati dal fumo nelle capanne, agli ultimi umani, magari longevi e sedati da farmaci, impassibili; forse nella speranza di non dover ripercorrere quel cammino, seminato di corpi bruciati, di sventure, violenza, esecuzioni, indifferenza, egoismo, malattie. Il Dio degli alchimisti è questo. Una leggenda nel loro petto, quasi un segreto, un’ambizione o una taccia, nessuno di loro ne parlerebbe, nessuno lo descriverebbe, ma tutti lo hanno in testa; un principio antropico forte, del quale loro si ritengono il primo anello, il primo salto verso la realizzazione, verso la conquista dell’infinito.

Oh, la loro verità è ben diversa! Sarebbero potuti essere saggi, i saggi che guidano il mondo segretamente, e invece no. Al margine della storia, rimosso ogni senso di colpa e responsabilità, appartenenza; sono immersi nel paradosso di essere ancora schiacciati da tali zavorre e nel terrore di implicarsi per gli altri, di rinunciare all’indifferenza o fallire una missione. Chi vaga per il mondo da tanti secoli, afferma di non aver mai visto nulla di davvero sorprendente, che tutti si ripete una canzone dolorosa, che prosegue da tanto e che è solo suonata ogni volta da diversi esecutori, ma le note e gli accordi sono sempre quelli. E invece no! No! Basta vigliaccheria! È la paura che ha creato certi effetti.

Dopo tanto tempo un alchimista inizia a sognare sempre le stesse cose, vede il destino del mondo, vede se stesso perire, mancare la missione di vivere per sempre, perdere l’individualità preziosa. È nata la leggenda di un essere ancestrale e potentissimo che attende là fuori, nello spazio infinito, che odia. Lo chiamano “arconte”, “l’antico”, sussurrano appena un nome, un riferimento e lui ha già visto tutto, sa già come finirà, e loro tutti lo hanno sognato. Alcuni non s’addormentano più. Specie i più potenti, si chiudono al buio, e rimangono svegli. Quando il terrore li invade, il terrore della storia, dell’essere umani, il terrore della fine e di aver fatto parte di questo teatro infame, già scrutati in ogni mossa, i più giovani di loro si chiudono in profonde grotte; a volte vi passano anni, gelati, sudati, impietriti, minerali tra minerali. E ne escono ogni volta più distanti da tutto, e più spaventati dall’ignoto, dalla possibilità di perire, sprofondare da dove gli sembra di essere emersi: nel nulla.

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