Gli Alchimisti Immortali- CAPITOLO V: UNIVERSO ALCHEMICO, ALCUNI SPUNTI DA UN INCONTRO CON DANTE

Forse tutti gli alchimisti sono arrivati a dare una versione della struttura della vita, dell’esistenza e dell’universo sostanzialmente analoga. Sicuramente i più potenti tra loro. Di tali argomenti parlano, probabilmente ciascuno omettendo, nonostante ciò, di svelare tratti distintivi della propria ricetta di immortalità.

Ognuno ha una sua specifica conoscenza approfondita di certi aspetti della così detta Natura, della realtà, e dell’universo: i più sono ferrati sulla materia, l’atomismo, e i materiali, altri, su questioni di spazio e tempo, altri ancora sulle interazioni tra strutture complesse e organismi.

Usano un linguaggio e termini loro propri molto antiquati, ma potrebbero essere, con qualche approssimazione, tradotti in un lessico comprensibile ai più. In genere tali conoscenze, che paiono vertere su questioni disparate e molto diverse, portano però costoro a sviluppare una comune maniera di affrontare e considerare la loro posizione nell’universo ed esso rispetto a quella, così pure lo scopo della loro ricerca, quella che loro chiamano la “missione”. Ci sono analogie molto forti tra tutti.

Ciò non deve rispondere a una casualità, ma più probabilmente alla sostanziale convergenza di tratti in comune delle osservazioni possibili grazie alla messa in opera di un qualunque procedimento alchemico di successo. Lo stesso valga per l’atteggiamento particolare e similare che ognuno di loro sviluppa autonomamente e che li unisce in una vita isolata e misantropa (oltre l’uomo), distante dall’amore per l’esistenza e il mondo, in una sostanziale ipertrofia di terrori opposti: sia verso la morte che verso l’universo, per il quale percepiscono reciprocamente ostilità e persino avversione, odio.

Quello che è certo è che alcuni cambiamenti rispetto alla trascorsa e più usuale concezione su mondo, vita, esistenza ed universo, e divenuti tipici della contemporaneità, quelli motivati in particolare da certe recenti scoperte scientifiche e dagli studi sull’infinitamente piccolo, o sul cosmo, cambiamenti che nella società si stanno diffondendo lentamente, ma in modo inesorabile e contro quelle idee che potremmo definire come tradizionali, erano state assolutamente anticipate, già secoli prima, da chi si sia dedicato con successo al magistero alchemico.

Un altro fatto appare incontrovertibile: chi non abbia rinunciato alla sua idea “tradizionale”, e in genere consolatoria, sulla vita e l’esistenza non può avere successo nella sua ricerca. Parrà strano, ma questo passo è fondamentale e categorico, e spesso è anche più difficile da compiere di quanto lo sia la mera elaborazione concreta della propria ricetta personale. Chi sceglie di rimanere ancorato alla propria visione consolatoria del mondo può solo fallire. Per lo meno se diamo per assodato che riuscire nell’opera sia l’obbiettivo da raggiungere.

C’è stato anche chi ha deciso consapevolmente di non andare avanti nella propria ricerca, per la convinzione assoluta che le implicazioni concettuali intrinseche, oltre che fattuali, nel senso dell’opera fossero erronee e inammissibili.

Un esempio celebre di tali “rinunce” è stato quello di Dante. È noto che il poeta fosse un profondo studioso e conoscitore di alchimia. Una infinità di autori si sono dedicati a rintracciare nella sua opera i segni di tale sapienza, e, come è pure arcinoto, c’è chi addirittura afferma che la sua opera, nella sua interezza, ma specie la Commedia, altro non sia, e non debba essere interpretata, che come un manuale alchemico.

Dante morì nel 1321. Non assunse mai alcun elisir o artefatto che lo rendesse immortale. Nonostante alcuni degli immortali dell’epoca fossero sicuri che egli fosse a conoscenza per lo meno di tutti i passaggi necessari per riuscire a confezionare una ricetta efficace.

Già mentre era in vita la sua opera, assieme alla sua profondità di mente, non erano sfuggite agli appartenenti all’ambiente. D’altra parte egli era già anche molto celebre. In deroga alle consuetudini egli ricevette varie visite da parte di alchimisti immortali interessati a conoscere non solo il suo grado di comprensione della materia alchemica, ma anche a verificare se egli fosse effettivamente tra quei pochissimi della storia umana disposti a rinunciare spontaneamente ad allungare indefinitamente la sua vita per qualche ragione ritenuta valida e “superiore”.

Che l’elaborazione della ricetta preveda, in tutti i casi fino ad ora conosciuti, l’inconveniente di presupporre il necessario sacrificio di altri esseri umani, e la divulgazione di questo dato per mezzo della frase “la vita mangia la vita” è opinione corretta, ma assolutamente volgare. Parimenti volgare è risolvere l’enigma della rinuncia in tale chiave. Uno spirito sottile percepisce molto più a fondo e sa per certo che al di là dell’elaborazione di una qualsivoglia ricetta di immortalità, l’intima struttura del mondo non consente uscite agevoli a questa costante neppure in chi, alieno alla ricerca alchemica, cerchi rigidamente di limitarsi a vivere e conservare la sua “naturale” presenza nel mondo non sacrificando altre vite umane.

Se già solo si volesse semplificare all’estremo la complessissima struttura dell’esistente e la riducessimo a nulla altro che a un susseguirsi di eventi concatenati dal filo della casualità (e così non è) o un divenire di istanti che si manifestano come “cambiamento nel tempo” (e neppure così è) ci si renderebbe subito conto che le conseguenze sia del realizzato, che dell’omesso dal realizzare, nelle supposte “scelte” di ciascuno, provocano effetti incontrollabili e letali sulla venuta all’esistenza, o il ritiro da essa, di molti soggetti pensanti, umani.

È parimenti volgare, oltre che tacciato di una insalvabile ipocrisia, dire che “tutti uccidono” o sacrificano esseri umani per la loro sussistenza, ma la frase, pur nel suo bieco e scorretto cinismo, la imperdonabile banalità, è alquanto più corretta che il suo contrario. Sì! Tutti uccidono esseri umani per vivere loro! Ma ciò non è un salvacondotto verso nulla, e tantomeno potrebbe abilitare, verso chi vive senza limiti, il senso della colpa.

Non è certo questo il punto fondamentale per la scelta della pesante vita eterna (perpetua) di un conoscitore della materia alchemica. L’euforia, o il suo opposto, il ribrezzo, a sacrificare vite formate per la prosecuzione della propria non sono che prime e superficiali reazioni che un essere umano percepisce in se al momento di preparare il suo ritrovato. E così è per tutti coloro che abbiano abbastanza intelletto per avvicinarsi alla materia.

Il necessario sacrificio di vita umana per la prosecuzione di altra vita altro non è che una delle innumerevoli manifestazioni di una profonda regola ineffabile e misteriosa che dimostra qui, come in tutto il resto dell’esistente, la sua forza necessaria e irrinunciabile. Lo sgomento dinanzi a questa strana forza universale è compreso in tutta la sua potenza in ben altre circostanze che non questa, laddove essa non è che un primo passo.

Un alchimista vorrebbe arrivare a plasmare lui le regole dell’esistente, torcendole fino a farle collimare con le sue esigenze e annientando le paure che nascono dalle discrepanze tra atteso ed ottenuto, tipiche dell’animo umano. Ma fino a che non ci riesca ne è servo. Tale servaggio è il peso più angoscioso da portare avanti nel secoli, posto che la manifestazione di una immane forza disgregatrice che fa a pezzi tutto non pare avere crepe o soffrire eccezioni. Appare invincibile.

Non si tratta solo di sovvertire le leggi che oggi si chiamerebbero di “entropia”. A ciò, pur con dei limiti molto serrati, come quello di poter far trasmigrare esistenze solo tra specie analoghe tra loro, si è giunti in varie occasioni sperimentalmente.

Quando gli alchimisti fratelli si recarono in visita a Dante, ed ebbero un colloquio con lui, avevano bene in mente alcune delle conclusioni esatte a cui è giunta anche la scienza odierna, e ne avevano percepito alcune implicazioni con un forte sgomento.

Parlandone con Dante ebbero il sentore, mai del tutto chiarito, che anche il poeta ne fosse a conoscenza in qualche modo, ma che le rifiutasse costringendosi ad affidarsi a diverse concezioni, immerso in una fede incrollabile che, a suo stesso dire, lo metteva alla prova proprio disegnandogli dinanzi un cammino che era suo dovere rifiutare come falso.

Ciononostante non era affatto schivo nel parlarne, e neppure si dimostrava insofferente o turbato dalle esposizioni di idee contrarie e molto distanti da quelle che egli insisteva categoricamente a prendere come veridiche.

Per lui la verità non era “nelle cose”, e anzi la “realtà” non era se non una delle possibili concretizzazioni della “verità” e l’essere umano poteva ben distinguere una realtà “falsa” e fuorviante, da una “fantasia vera”, per dirlo in qualche modo, affidandosi per completo agli insegnamenti che provenivano direttamente dal Dio che egli adorava.

Per lui ogni evidenza scientifica, che avesse confutato recisamente l’idea di amore che governa l’universo, non sarebbe stata altro che un miraggio e un errore, superabile solo con l’affidarsi alla fede. Né indifferenza, né ostilità governano il mondo, solo l’Amore lo governa.

L’amore, era già stato da tempo classificato nei suoi opposti ruoli di ordinatore della materia, o di dissolutore dell’ordine, da varie filosofie, e tra quelle da lui conosciute da Empedocle e Aristotele. È, infatti, noto come Dante nel canto XII dell’Inferno formuli un esplicito riferimento a Empedocle, il quale poneva sei principi (formanti il mondo): i quattro elementi, ed amore e discordia. Diceva che quando gli elementi ed i moti del cielo erano in concordia, ogni cosa tornava in caos (in un confuso ammassamento di materia); e quando cessava la concordia, e veniva la discordia, tornava il mondo nella pristina forma (ordinata). Contrariamente ad Aristotele il quale nel primo della Fisica e nel primo dell’Anima conferisce all’amore la virtù ordinatrice del mondo.

In modo analogo pure, era già stranota la meccanica della “vita cannibale di se” che si alimenta e crea e distrugge senza posa se stessa.

Tutto ciò non spaventava né sorprendeva affatto nessuno dei presenti all’incontro. Tantomeno si era scandalizzati dall’idea di un universo indifferente e freddo, senza scopo, senza redenzioni. Semplicemente, nella speculazione mentale, esso non era credibile, o meglio, non era vero, a detta del poeta. Le cose non potevano essere in tale guisa.

Erano, insomma, sia conosciute che discusse, tutte le varie idee e varianti di esse quanto a struttura dell’esistente e destino dell’universo che sono poi state sviluppate successivamente e che a volte sono state di volta in volta e ciclicamente riproposte, affinandole, come “nuove”, “dirompenti”, “dissacranti”, “definitive”, “sconvolgenti” e quant’altro.

Non si trattò del tema, e agli scettici parrà strano, ma pure erano studiate, seppure con un linguaggio molto diverso e, oggi, da considerarsi meno rigoroso, le questioni fenomenologiche e di filosofia del linguaggio e esistenzialiste contro la metafisica.

Al di là del linguaggio e la filosofia però, l’alchimia è una attività eminentemente pratica, che, al di là della speculazione, ricerca degli effetti “concreti”, pur nella consapevolezza delle difficoltà di voler definire la “realtà”.

Nel mondo di Dante la terra è al centro del mondo. Il macroscopico “errore geocentrico” non è che una banalità in fin dei conti. Si immaginava già un universo di dimensioni non infinite, ma indefinibili, in cui il centro fosse un qualunque posto al suo interno e dei confini irraggiungibili (non assenti, ma irraggiungibili). La posizione della terra come centro non voleva che dare risalto alla posizione dell’essere umano e della sua esistenza in esso, e nella amorevole mente di Dio.

La terra è ora nuovamente al centro dell’universo, ma nella consapevolezza, che per alcuni pare essere deprimente, di non essere in altro posto che su un ramo “marginale” di una delle infinite galassie presenti, benedetti dal calibrato calore di una stella di modeste dimensioni, etc. Come se la grandiosità contasse qualcosa fuori che nelle scellerate ambizioni animali. Una importanza totalmente autoreferenziale ed assolutamente irrilevante per altri che per l’essere umano stesso.

Per Dante la vicenda umana era centrale, e oggi non lo è più. Ma la centralità umana recupera ora tutta la sua antica potenza visto che, nell’isolamento cosmico, inviamo comunicazioni nel freddo spazio esteriore cercando di percepire segnali di altre esistenze intelligenti che non ci giungono, e spariamo nel cosmo i nostri che nessuno decifra, arrivando a propagarci in una minuscola bolla di cui siamo il centro.

Gli alchimisti avevano già notato, per varie vie, alcune “anomalie” rispetto alla allora normale concezione del mondo, e per esempio che tutto “si disgrega in espansione” e che “lo spazio non è immobile”, ma curva, si espande. Oggi diciamo che lo spazio è in espansione, e che a differenza di quella del substrato cosmico, l’espansione di esso è inosservabile. È stato chiarito anche tale fenomeno nell’universo provoca l’allontanamento delle galassie più lontane da noi a velocità superiori a quelle delle luce. I gruppi di galassie non si muovono “fisicamente” a tali velocità, quello che avviene è che lo spaziotempo tra di loro si modifica.

L’isolamento dell’uomo appare prepotente, e di esso si ha paura, fatti per percepire sgomento per ciò che ci circonda. Forse un giorno tutto sfuggirà tanto da non essere percepibile altro che un cielo nero, senza sole e senza stelle. Oggi stesso, fuori della nostra capacità di percezione, la scienza non saprebbe dire quanto ci sia di invisibile, e che potenza, che intenzionalità, che essenza, possano avere tali “oscure esistenze”.

Questo isolamento, è così ermetico, enigmatico, che lascia pensare alla tranquillità tesa che precede lo scatto del felino che caccia. Ma fino a che essa caccia non inizia, una solitudine quieta ci circonda.

Esiste solo l’uomo, quindi, ed egli è perciò al centro di tutto ed è l’unico centro di se. Un centro che non si basta, che cerca altro. Per egli sono possibili solo tre concezioni di tutto ciò che uomo non è e che lo circonda: un universo benigno, indifferente o maligno. Esse sono inconciliabili e per trascenderle è necessario che l’uomo si innalzi ad artefice del tutto, o vi resterà sempre ancorato.

Ciascuno in cuor suo nasce con la speranza che ciò che è oltre se sia benigno, la forte sensazione che esso sia indifferente, il terrore che sia ostile.

Fatto sta che chi più investiga e cerca, più si approssima a evidenze chiare che paiono prima smentire la benignità e puntare sull’indifferenza del mondo alla presenza dell’uomo, ma poi più avanti, si converge verso l’ostilità mirata. Ogni alchimista vede ostilità nelle cose.

L’essere umano ha in se un germe per il quale sogna sempre e comunque la centralità della sua importanza nell’universo. Vi rinuncia malvolentieri. Questo sogno è disatteso dai primi studi, ove pare che tale centralità sia prima persa e irrecuperabile, poi mai esistita. Le vecchie leggende vengono dismesse, sapere è rendersi conto della propria piccolezza dinanzi a uno spaziotempo freddo e complesso, e che va per conto suo, in cui non si è altro che una concretizzazione qualsiasi di infinite possibilità espresse altrove.

Più avanti negli studi si percepisce però altro: una occulta intelligenza smisurata, e celata nella tenebra, che ha dei contatti con la nostra, un linguaggio “comune”, e assolutamente ostile. Infinitamente ostile, che dissolve e squarta tutto.

Oltre il percepibile, c’è altro, che sfugge, ma sfugge letteralmente, nella velocità forse, o nel cambiamento, alla nostra percezione limitata. Dando però segni confusi e inquietanti, manifestazioni oblique della sua presenza nell’assenza. Essi traspaiono in molteplici piani, invisibili direttamente, ma dagli effetti poderosi. Chi studia alchimia inizia presto a rendersene conto. Poi inizia ad esserne certo, infine capisce che dovrà lottare una battaglia disperata, che assume come quasi scontato che non saprà vincere.

Chi lo visitò, parlò con Dante, di tutto questo. Egli sapeva bene che la centralità dell’uomo non appare al sapiente così come è versata nella sua opera, che il mondo non è concretamente ordinato alla sua maniera, che le sfere non esauriscono lo spazio e che esso è vastissimo. Curiosamente era consapevole, o incline ad accettare anche il fatto che esso spazio pare aumentare senza posa, distanziando tutto da tutto, lasciando ogni zona dell’universo sempre più isolata. Quello che non sapeva o non aveva mai immaginato lo ascoltò con attenzione, ma non modificò la sua posizione.

Bisogna parlare con un linguaggio comprensibile all’essere umano, colori, profumi, tinte e ferite della carne, che però non descrivono ciò che davvero attende nel destino ultimo delle cose.

L’universo-materia, gli si disse, è minuscolo, ma, per nostra pochezza, ci appare infinito, esso è in movimento, espandendosi su qualcosa altro che non è “vuoto” e neppure spazio, è una non materia meno vuota di quanto non sia vuoto il nostro pezzo di mondo conosciuto e tutto l’infinito spazio siderale e irrespirabile che ci circonda. Fuori di lì ai confini di spazio e tempo, tutto è nero, nero e compatto, e il nero è senziente, è intelligente. Infinitamente ostile.

Un fumo spesso e immoto, forse come una spugna, o un corallo o pietra porosa, senza dimensioni e cambiamento. Esso allunga occasionalmente invisibili tentacoli dentro il nostro universo, invisibili eppure neri, lambisce il mondo così, con minuzia infinita, facendolo durare, ma scuotendolo. Un mondo minuscolo come una bolla d’aria nel formaggio, o una minuscola unica bollicina sospesa in una botte di vino scuro e denso.

L’essere umano pensa di essere soggetto a leggi, e di possedere un limitato dominio su esse, è falso! Quando qualcosa di tragico accade, il razionale crede di aver errato in qualcosa, o non aver le capacità di dominare tutto ed essere soggetto a forze indomabili e cieche più forti di lui. Il credente di dover sopportare le disgrazie per dimostrare qualcosa a un benigno Dio che lo mette alla prova, ma lo ama e lo accoglierà con se fuori dal tempo. Ma chi studia sa che in certi luoghi del mondo non succede il male e non ci si incrocia col dolore e la sofferenza per caso, ci si avvicina a dei tentacoli invisibili invece, è lì, è per causa loro, che si concretizza il male: ogni morte, ogni disgrazia, ogni sofferenza. I luoghi paiono tutti uguali all’occhio umano, ma non lo sono, su certe porzioni di spazio si agitano filamenti di male, come di medusa in un oceano, e se sfiorati possono essere letali.

La compatta massa nera fuori del mondo forse allunga tentacoli in infiniti universi, non lo sappiamo, li immaginiamo e basta, forse essi sono popolati da altri noi stessi, a cui si riservano sorti diverse e sempre dolorose. Non siamo solo noi, siamo anche tutti gli altri, e privi di qualsivoglia dominio e identità, ma convinti di averne, formati solo per avere la capacità di sentire la sofferenza.

Chi più studia più conosce in dettaglio e con evidenze questo stato di cose e molte dinamiche terribili, dapprima non percepisce i “tentacoli”, ma ne conosce l’esistenza. Si sente sempre vicino ad essi, minacciato, ne ha il terrore, poiché essi “emergono” in porzioni di spazio da altro spazio chissà dove ubicato, possono penetrarlo a piacere da una parte a un’altra, fulminanti.

Emergono ovunque, ed è lì dove si concretizza qualunque sofferenza, come se correndo in una direzione dal nulla emergesse di colpo una lama che ci trapassi la carne, ed ecco uno strappo al muscolo, un infarto, il terremoto, crolli e devastazioni che colpiscano animali in grado di sentire volontà di sussistere, e paura di stare male. Lì ti lascerà un amore, incontrerai un nemico, sentirai gelosia, sconforto, abbandono, rifiuto.

Certi luoghi li chiameremmo “maledetti”, ma sono solo quelli in cui brulica un male tentacolare e inappellabile.

Chi vivrà eternamente, chi non morirà, non finirà nel nulla se è questo ciò che accade ai mortali, ma corre rischi maggiori, vedrà dissolversi la bolla del mondo, percepirà, ormai senza corpo, senza vista, il nero assoluto che la penetra completamente, e finirà per esserne immerso, finirà a soffocare in eterno in esso, strangolato in eterno, senza poter morire, ma sentendosi perennemente privato d’aria. Senza via di scampo.

Chi vive in eterno deve trovare una soluzione, una maniera per vincere contro il nero, passando dal corpo mortale, al corpo immortale, da quello immortale a esistere senza corpo, da ciò a esistere senza limiti, dominando lui l’universo facendolo sussistere, creandolo ogni volta a sua misura. Altrimenti, cosa accade se un universo più non esiste? E non si muore?

Bisogna lottare contro questa “cosa”, bisogna trovare un modo per batterla e dominarla! Fuori dalla immensità dei confini dell’esistente, delle regioni dello spazio e del tempo. Dalla vita eterna, incorporea, onnisciente, si deve passare al dominio assoluto contro una non-materia oscura e senziente, pensante e infinitamente ostile e potente, che vuole solo la sofferenza della nostra bolla di mondo, dallo spazio ricurvo e la lenta luce. E chissà quanti altri mondi come il nostro domina da fuori.

Ogni alchimista che parli di ciò, che ha appreso e ha capito studiando, trema di terrore ed è invaso dall’angoscia più profonda. Si aggrappa a qualsiasi cosa, una seggiola, un tavolo, si tiene stretto a un pezzo di materia qualunque, come se dovesse sprofondare improvvisamente chissà dove, se tutto potesse finire istantaneamente, o se sentisse il pericolo di tentacoli che sbuchino invisibili e, sfiorandolo, mettano fine al suo discorso.

C’è chi giura di aver sentito ridere “il nero”, in sogno, oltre gli spazi siderali, oltre la materia ultraluminale e i confini dell’universo, una risata malvagia, divertita per essere stato scovato, aver suscitato l’angoscia ancora prima di agire. Se può ridere, e sapere di noi, delle scoperte, come può essere sconfitto? Potrebbe annientare tutto subito, se non lo fa, è la sua sicurezza sul trionfo a lasciarci provare impotenti a resistergli. Un  futuro che in lui si è già realizzato.

Un alchimista, uno di quelli potenti, si sente sempre in ritardo sul lavoro, sente che non ce la farà ad assumere tutto il potere e la conoscenza che gli occorrono per resistere. Un corpo da ragazzo in secoli di vita, ma ancora con la necessità di un corpo! Carne libera di necessità, ma pur sempre materia, materia che può essere disciolta, schiacciata, ferita a morte, da incidenti, scoppi, disgrazie segretamente provocate da invisibili tentacoli.

E Dante placido risponde con un sottile e rispettoso sorriso, affermando che tutto non è se non illusione, sapiente illusione e illusione della sapienza. Che è necessario affidarsi, consegnarsi inermi al fatto che non si deve dominare il mondo.

Affidarsi è l’unica soluzione, la lotta del sapiente è la più dura, perché a lui è chiesto di rinunciare a quello che sa, e chi più sa, più soffre. Sapere è soffrire, ma è anche distanziarsi dalla fiducia, rende quasi impossibile sacrificare la conoscenza, rende quasi impossibile l’ingenuità e la spontaneità. Sapere troppo, è la peggiore delle colpe, la più dolorosa delle sorti.

L’universo percepito dagli alchimisti non è più reale di qualunque altro universo di fantasia, è solo la convinzione della sua veridicità a renderlo concreto e pericoloso. Ma esso non è che un sogno, come sogno sono tutti i mali, vuoti di concretezza, assenti, privi di una esistenza autonoma, che celebrano la farsa della grandiosità e del trionfo condannati da sempre e per sempre all’impotenza più assoluta.

Chi ha visto o percepito quel nero sovrano fuori di spazio e tempo, è chiamato a rinunciare ad esso. Il passo più difficile per chiunque, perché sovrumano, come sovrumano lo sforzo titanico di trascendere la natura mortale. Ma a ciascuno prove adatte alle proprie capacità, e agli alchimisti più sapienti, le prove immani e disumane di rinnegare le proprie scoperte, affidarsi.

Affidasi è perdere il controllo, dirigersi verso un cammino oscuro e che si ha tutta la ragione per ritenere pericoloso nella convinzione assolutamente irrazionale e ingiustificata che così non sia e non possa essere.

Tutti ci si deve arrendere alle paure, al terrore, e quanto più si resista nella resa, più terrore si accumulerà, più costoso sarà il passo e il sacrificio.

Ognuno rimase nella propria posizione, egli immerso nella fede e nella consolazione di essa, i due fratelli alchimisti nella convinzione di dover trovare un modo per continuare a sussistere e contrastare l’universo e le sue forze. Così Dante morì, uno dei fratelli fu condannato a morte dal Circolo degli alchimisti decenni dopo e pure sprofondò nel nulla, l’altro, sette secoli dopo, cerca ancora, come altri, una ricetta che gli renda possibile rinunciare al suo corpo per esistere.

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