Gli Effetti delle Fake News

Si dice che Dio creasse le cose nominandole, che ognuno ha un nome segreto che ignora e che lo ha anche tratto alla luce.

Che non solo lo descrive, cioè, ma lo ha proprio costituito, fatto. Questa leggenda è suggestiva, ma abilita il sospetto triviale che l’universo sia una simulazione dove il nome di ogni cosa non è che una stringa di 1 e di 0, di I e di O. Nominare il nome segreto delle cose non sarebbe che un lungo canto gregoriano, o una tediosa litania da tempio indiano di due suoni alternati. Vorremmo poi forse affermare con questo che tutti sappiamo, alla fine, di non esistere per davvero? No! Esistere è solo questa piccola illusione qui, non c’è da ricamarci tanto attorno. Ma probabilmente non sarebbe comunque vero che Paradiso e Inferno non esistono; se toccasse a me decidere, se fossi un Dio, ne creerei anzi più di uno. Borges immagina innumerevoli inferni, abitati da altrettante innumerevoli versioni della stessa anima; immagina un paradiso fatto a misura per ciascuno, il suo sarebbe una biblioteca. Gli indiani, che credono nella reincarnazione, non credono che tutti si sopravviva necessariamente alla morte, che le anime meno degne scompaiano alla fine dei tempi e che l’immortalità vada meritata e raggiunta. In Dante le anime vili non possono scomparire, come nessuna può nella dottrina cristiana, almeno fino alla seconda morte, ma sono collocate in un cerchio a sé stante, di infamia speciale, e sono innumerevoli, innominabili. Bulgakov in un passaggio menziona l’idea per cui a ciascuno sarà dato a seconda della convinzione professata in vita, l’ateo, il disciplinato sovietico ateo nella circostanza, scomparendo del tutto. I miei paradisi sarebbero innumerevoli e vuoti, del pari vuoti e desolati sarebbero gli inferni. Il Purgatorio vuoto, i cori vuoti anch’essi. Dalla fuliggine più nera e spessa, dalla pece più bollente e appiccicosa, alle ubriacature gassate e azzurrine delle vertigini empiree, non si vedrebbe nessuno, non si vedrebbe un’anima. Regalerei a tutti l’inesistenza. Un regalo non da poco! Per me l’inesistenza è lo stato ultimo da conquistare, più arduo del Nirvana, assai più arduo del Nirvana, perché implica il paradosso invincibile che qualcosa che sia non sia, ma la regalerei pur di semplificare. Se fossi Dio potrei permettermi tutti i paradossi che voglio, potrei permettermi infiniti inferni vuoti, potrei scomparire anche io, senza lasciare traccia, proprio come ha fatto il Dio in cui tanti fanno finta di credere, forse altrettanti fanno finta di non credere, i più ancora non hanno mai trovato il tempo per prendere davvero in considerazione le opzioni, ossessionati dal loro piccolo inferno ipereale e su misura, quotidiano, illuminato di oggetti e contese. Nel mio mondo illusorio, nella mia simulazione di mondo, ogni memoria sarebbe fallata, ogni ricordo vago, impreciso, nebuloso, proprio come qui, niente di quello che si ritenga sia stato sarebbe mai stato davvero come ricordato o riferito. Ognuno racconterebbe la sua storia nella sua versione, nessuna autobiografia sarebbe affatto una vera autobiografia, ogni epoca racconterebbe tutta la storia a sua maniera. Migliaia di versioni differenti e contraddittorie su tutto porterebbero ciascuno a meritate senza appello beatitudine e dannazione, abitare al contempo tutti gli inferni, tutti i purgatori, tutti i paradisi…  

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