Gnomi, Folletti, Goblin, Elfi, Fate, Streghe, Maghi, Nani, Orchi, Troll, Draghi

Vediamo di orientarci un minimo sull’origine e il significato di alcune delle “razze” e creature più comuni e insistite dalla letteratura Fantasy.
Specie, come linea guida, va citato J.R.R. Tolkien, che oltre ad essere stato dei primi a diffondere in modo assai caratterizzato e preciso un nuovo genere del fantastico, essendo un linguista, sapeva anche bene il valore delle parole che usava (e inventava) e infatti le usava (e inventava) con estrema cura, spesso, credo, non percepita da tutti i numerosissimi e pigri lettori.

In italiano, tradizionalmente siamo soliti confondere o appaiare alcune delle categorie in questione, o per lo meno dargli un valore diverso da quello dell’opera del grande professore di Oxford, che comunque, va detto, per quanto autoritaria, non è certo vincolante.

Per esempio, Elfi e Gnomi in Tolkien sono la stessa cosa, ma una cosa diversa da ciò che le parole in italiano indica(va)no, e sono creature che sfiorano la perfezione: alti, belli, non muoiono, non soffrono passioni becere, sono praticamente semidei.
Mentre in italiano, almeno fino a quando non si è imposta la sua opera, entrambi i lemmi, ma specie il secondo, indicavano una creatura diversa; la prima idea che suscita è quella di un essere piuttosto sgradevole, raccapricciante, bitorzoluto e di bassa statura, storto, brutto.
E così è usato, per dirne una che non sia attinta dalla letteratura, nell’opera orchestrale di Mussorgsky “Quadri a una Esposizione”, dove la musica, truce, scura, proprio questo vorrebbe suggerire.
La seconda idea che appare alla mente è piuttosto quella di un esserino minuscolo, proporzionato, una sorta di uomo in miniatura, come un “folletto” irlandese… ma ecco che già abbiamo cambiato parola! Valgono tutti più o meno la stessa confusa cosa: creatura irreale e fantastica, di solito di minute dimensioni.

Partiamo dallo gnomo! Gnomo viene con alta probabilità dal greco: gnòme e quindi da gi-gnosko, da cui “conosco”, radice, ovviamente, di “conoscenza”. Propriamente pare ci si riferisca a creature benigne dell’elemento Terra, sapienti, pressoché onniscienti, antichissime.
Nel latino medievale fa gnomus, e in Paracelso però “gnomi” e “pigmaei” (che letteralmente vale: “alti un cubito”) sono esseri elementari della Terra, ma probabilmente derivati da genomos, vale a dire “abitatori della Terra” (Gea) a differenza dei thalassonomos, che abitano, come è ovvio, il mare (Thalassa).
Il vocabolo esiste anche in inglese con la stessa radice: gnome, e lo stesso senso fantasioso, ma con anche un altro dotto significato, quello più alto di: “massima”, “statuizione saggia” e in questo caso dalla prima radice greca, quella di “conoscenza” senza dubbio.

Folletto è invece diminutivo di “folle”, dal latino “follis”, che in genere si riferisce a “cose gonfiate”, tra cui anche il pallone, dato che si credeva fossero spiriti dell’elemento Aria, che la popolavano: leggeri, invisibili, mattarelli, dispettosi, se non proprio maligni e demoniaci.
Folle, dicevamo, è la parola originaria, e pare discendere dal latino follis: mantice. E mantice di pelle per l’esattezza, che si gonfia di aria. Quindi vale “chi è pieno di aria” specie in testa, che ha “la testa piena d’aria” e quindi matto, squilibrato, appunto: folle! Con un pensiero e un giudizio inconsistenti.
In sanscrito andrebbe ricondotto alla voce vatula, “sciocco”, “stupido”, “matto”, e la parola evoca anche le gote gonfie del buffone, “folles” del latino medievale.
Questo tipo di descrizione del pazzo o dello scemo (anche scemo vale “vuoto”, no?) relativa al “vuoto” e “all’aria”, è abbastanza ricorrente in varie lingue, tra cui il tedesco windbeutel (borsa di vento, e oggi: profiterole) che appunto sta ad indicare persone vane e vanagloriose: piene di nulla.
Folletto usato come “spirito” o “spiritello” è parola assai tradizionale dell’italiano sin dai tempi che furono; possiamo facilmente constatare che Dante stesso usa il termine sia come radice, alla base di uno dei nomi della decuria di diavoli in cui si imbattono il poeta e la sua guida (Virgilio), Farfarello, che richiama il francese antico farfadet (folletto), toscano farfanicchio, ma anche, e specie, usa proprio il lemma per riferirsi a uno dei suoi dannati: “quel folletto è Gianni Schicchi”, indica preoccupato e tremante Griffolino d’Arezzo, dopo che lo spirito malvagio ha azzannato il compagno di pena, il povero Capocchio, per il collo e lo ha trascinato via strusciandolo per il selciato della bolgia (e lui non vorrebbe fare la stessa fine).   
Ma qui eccoci a una parte interessante (certo, per chi è appassionato di questi soggetti), il latino fol-lis e il greco thul-lis, forse vanno confrontati con il tedesco bul-ga (bisaccia, borsa di pelle, ma anche: soffietto) da cui Dante, ancora una volta, trae una delle sue parole più famose, proprio: bolgia! Che era anche relativa alla vagina, la “sacca”, cavità femminile.
Folle è parola presente anche in inglese, assai comune, e con un significato analogo: fool, dal francese fou.
Riguardo a folletti e affini è con certa sorpresa che va constatato che goblin, il quale apparentemente non avrebbe vincoli con il latino, invece sì, li ha e nel XII secolo faceva gobelinus. Esso va riportato al germanico kobold, da cui deriva anche il metallo “cobalto” forse dal boemo per “metallo” kow, ma che altri vedono come variante di kobold, spirito, folletto, affine al latino cabalos, e al greco kobalos, “astuto”, “maligno” e “satiro”, da cui gobelinus e appunto goblin.
Tale metallo (il cobalto) fu chiamato in tal modo, da superstiziosi minatori svedesi, se si è ben interpretato, proprio riferendosi alle malvagie creature, perché, nonostante l’apparenza dell’elemento, esso dà solo (maligne) “false speranze” di preziosità, dato che è refrattario alla fusione e non può essere utilizzato (almeno un tempo, non ci si riusciva) oltre a emettere vapori di arsenico.

La parte femminile degli spiriti è in genere indicata dalla fata (spagnolo hada, francese fée, latino fata) il quale è invece nome attribuito in origine alle Parche, e relativo al fatum, alla divinazione, da cui in italiano deriva anche la voce “fatuo”, dal latino fari (parlare) e dal greco phao per phemì (dico) dove finisce per indicare, non il profeta, ma uno che “parla a vanvera”, “straparla”, e quindi vano, stolto.
La radice ultima è la proto indeuropea *bha, di parlare, ed essa ha avuto seguito anche in inglese, dove diviene fairy, e fay, dal francese antico faerie e oggi rimasto nel famoso personaggio di “Morgan le Fay”.
Nel caso di Morgana non si tratta di una “fata” come tradizionalmente la concepiamo, ma di una vera e propria “maga”, e infatti in varie interpretazioni del ciclo arturiano essa è collega di Merlino, un mago!

Mago (e magia), forse viene semplicemente dal persiano per grande”, “magno”, o piuttosto sempre dal persiano antico, ma magush, e quindi forse dal proto indeuropeo *magh “in grado di”, “che ha potere”, da cui anche “macchina”. Ma ci sono altre idee, tra cui la radice sanscrita mah-ati per “ingrandire”, a meno che non discenda da magidan: “purificare”. Dato che il mago e il sacerdote usano il fuoco (pur-puros, fuoco in greco, da cui proprio “purificare”, ecco perché si bruciavano le streghe). Le due radici sanscrite potrebbero però avere comune origine a loro volta.
La voce in inglese per mago o stregone, sorcerer, viene sempre dal latino, sors, riferendosi a colui che riuscirebbe a influenzare fato e fortuna, e se ricordiamo, tale pretesa, quella di poter conoscere o addirittura cambiare i piani divini della sorte, è proprio quella colpevolizzata da Dante all’Inferno, nella bolgia apposita (chi è più scellerato che “colui che al giudicio divin passion comporta?”, canto XX).
Sinonimo inglese è wizard parrebbe essere un semplice composto con wise, “saggio”, dalla radice proto indeuropea per “vedere”: *weid.
Il mago tradizionale del nord è però il druido, composto di *dru e wid-, probabilmente dall’antico celtico *derwos “vero”, da radice proto indeuropea *dru- “albero” e specie di quercia, e *wid- “sapere”, quindi colui che “conosce la quercia”, probabilmente. Albero sacro, si sa, dove germoglia il vischio, raccolto col falcetto d’oro dal “Panoramix” di Goscinny e Uderzo (i padri di Asterix e Obelix), quest’ultimo pianta sacra, diffusa a Natale (con altre). La quercia è poi l’albero sotto cui è sepolto Re Artù, e di cui parla pure una celebre e bellissima canzone dei norvegesi Candlemass (Under the Oak), gruppo doom metal con ampi riferimenti tradizionali ed eruditi.

Nei racconti odierni opposta alla fata (benigna) e collega femminile del mago o dello stregone c’è la strega, sempre maligna, dal latino medievale striga, e da strix e greco strigx “barbagianni”, voce legata a quella di “stridere-stridore”, da una radice star– col senso di “emettere grida”, da cui i nomi di vari uccelli, in vari idiomi, per esempio anticamente storh, oggi störche in tedesco “cicogna”, ma anche da noi: storno, e (s)tordo. 
Questa voce non ha un corrispettivo in inglese, dove la strega fa witch, dall’antico inglese wicce definita come “maga” e donna, che ha contatti con il diavolo o gli spiriti maligni. Forse la voce viene da wig, wih “idolo” e da radice proto indeuropea *weg-yo-, da *weg– (da cui anche wake) di “essere forte”, “essere vivo”.

Non è, invece, parola tradizionale nostra: elfo! Essa viene dal folklore nordico e germanico, in antico inglese già elf, e aelf in Nortumbria, ylfe nel sassone occidentale, e dal proto germanico *albiz, forse dal proto indeuropeo *albho “bianco”. Sono esseri iperborei, forse. Anche Gandalf, il celebre stregone buono, è un composto con “elfo”: gand-alf, varrebbe l’elfo col bastone ed è nome preso paro paro dall’Edda Poetica. 

Tra le razze del fantasy, un posto significativo lo hanno di certo i nani, come visto non sono gli unici personaggi inventati caratterizzati da una statura ridotta, ma nel caso di Tolkien neppure tanto ridotta!

Nano viene dal greco nanos voce infantile come “nanna” e “nino”, che suscita l’idea di “piccolo”. In inglese la parola esiste, ma come prefisso con un significato preciso tecnico e più estremo, dato che il nano “persona” (o piuttosto: razza fantastica) è reso con dwarf o con midget, lemma che, parrà strano è imparentato con “mosca” attraverso l’inglese antico mygg, mycg e il proto germanico *mugo, da cui lo svedese mygga, il sassone antico muggia, il medio olandese mugghe, etc. Non è certo, ma alcuni suggeriscono appunto una radice imitativa per vari insetti in varie lingue quali “moscerino” e mosquito, dal latino musca. Nano-, però, in inglese, è voce tecnologica introdotta nel 1947 alla quattordicesima conferenza della Union Internationale de Chimie, nanotecnologia, etc.
Dwarf in antico inglese dweorh, o dweorg in Sassonia occidentale, discende dal proto germanico *dweraz da cui l’antico frisone dwerch, l’antico sassone dwerg, l’antico alto tedesco twerg, il tedesco zwerg, l’antico norvegese dvergr, e forse dalla radice proto indeuropea *dhwergwhos “cosa piccola”.

Vediamo anche qualche altra creatura fantastica.

Orco, si sa, prima che tradizionale figura malvagia e crudele, divoratore di bambini della tradizione specificamente italiana, poi esportata anche altrove (in inglese esiste sia ogre che orc, specie dopo Tolkien) era stato il regno dei morti, l’Ade. E probabilmente in questo caso viene dal greco érgo-eìrgo “cingo”, “chiudo” a significare un recinto (orkàne) ermetico da cui le anime non possono uscire. Altri lo riconducono ad Uragus, uno dei nomi di Dio, “ab origine” il senso, poi tralignato ad indicare lo spirito del male. Infine, altri ancora lo riallacciano al bizantino ogur, che indicava i sanguinari unni, ma senza prove.

Troll viene dal proto germanico *truzlan, da *truzlanan e dallo svedese trolla, “incantare”, “stregare”. In antico norvegese trolldomr era la stregoneria. È parola non nostra, importata direttamente dal Nord e in epoca piuttosto recente diffusasi comunemente.

Drago è invece comune a moltissimi idiomi, dall’inglese, all’albanese dove dragua vale “serpente”, al rumeno, dove drac significa “diavolo”(anche Dracula gli è parente), e in latino draco, come in italiano volgare, vedremo, viene dal greco drakon “grande serpente”, che parrebbe originarsi da drak-, da derkesthai, in sanscrito “vedere chiaramente”, dal proto indeuropeo *derk- “vedere”. Forse in quanto bestia che possiede “uno sguardo mortifero” o per via della fantasiosa zoologia antica che attribuiva ai rettili un’eccellente vista.
Altri propongono una parentela con il sanscrito dragh-ayami “allungare”, oppure la radice zenda, thrac di “strisciare” o persino un’origine propriamente albanese.
Dante Alighieri usa il termine varie volte, sia come “draco” che come “drago”. In Purgatorio (XXXII) l’imponente processione allegorica che chiude la cantica vede la comparsa di una di queste bestie, calco del “draco magnus” dell’Apocalisse (“draco ille magnus, serpens antiquusqui seducit universum orbem” – Apoc. 12, 9) dove rappresenta Satana in persona. Nella Commedia rappresenta invece lo scisma, indotto dal demonio per menomare la Chiesa.
Ma ancora! All’Inferno (XVII) l’allegoria della frode, il mostruoso Gerione, è bestia alata bizzarramente composta di parti anatomiche umane e animali, ma pure lui una sorta di lungo drago, e infine sempre all’Inferno (XXV, stavolta) il centauro Caco ne porta uno sputa fiamme sul capo.

Simile al drago è il motivo decorativo detto gargolla, a cui forse oggi in Italia si preferisce la parola straniera gargoyle, dal francese antico gargolegargoule, semplicemente “gola”, in latino gargola (rimasto in spagnolo invariato) in effetti erano statue usate per lo più per drenare l’acqua piovana, elaborate grondaie con effige di grifoni, parola che già abbiamo visto altrove, ma conviene ripetere, significa “adunco”, specie riferito al naso, dal greco gryps, tedesco grif e francese griffe, e da una radice comune che si irradia per tutto il nord da grabi, “afferrare”, da cui in italiano rimane traccia anche in “grifagno” per esempio.

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