I BOIA e Altre Atrocità, Parte II

Ma addentriamoci meglio nelle figure storiche della professione.

Una strana caratteristica serpeggia nella storia di questa al contempo inquietante, sinistra, spaventosa, ma anche affascinante figura: quella del boia è stata una professione non solo longeva nella storia, ma specie passata di padre in figlio, e che ha spesso unito famiglie intere.

Pare che una delle dinastie di più solida tradizione come carnefici fosse quella dei Meyssonnier, francesi operativi in Algeria nelle ultime generazioni, ma anteriormente relativi addirittura ai Sanson, famosi e che tra altri tantissimi, in quegli anni confusi e sanguinari che furono quelli della Rivoluzione Francese, decapitarono Luigi XVI e la sua consorte.

L’ultimo di loro Fernand Meyssonnier uccise più di 200 persone, come da tradizione francese, con la ghigliottina, dopo aver ereditato il compito dal padre Maurice, appena finita la scuola dell’obbligo, quindi ancora minorenne. Il padre era un comunista e proprietario di un bar. Dopo l’ultima esecuzione in Algeria, Fernand si trasferì prima ad Haiti e poi in Francia e nella vita ebbe parecchie attività di proprietà e una solida prosperità.

Come è osservabile, la pena di morte viene e va, ad esempio alcuni Stati degli USA la hanno abolita e poi sono tornati ad adottarla (per esempio l’Illinois), la Francia la abolì prima dell’Algeria (che lo fece nel 1993) nel 1981 con Mitterand. E quindi lui fu l’ultimo boia francese in vita, assieme a Marcel Chevalier, morto proprio lo stesso anno suo, e che servì fino al 1976-1977.

Dal 1792 al 1981 il metodo di applicazione della pena capitale in Francia era stato quello della ghigliottina per il crimine comune e il plotone di esecuzione per quelli militari.

Il 10 settembre del 1977 si eseguì l’ultima condanna a morte francese, contro Hamida Djandoubi, di 28 anni, un tunisino, a Marsiglia. Era stato condannato per aver torturato e ucciso la fidanzata, che voleva obbligare a prostituirsi, e che non solo aveva rifiutato, ma lo aveva anche denunciato, facendogli fare dei mesi di carcere.

Uscito si vendicò! Le spense sigarette sulle parti intime e sul seno davanti ad altre due ragazze che già si prostituivano per lui. Usava anche lui, inconsapevolmente di certo, quella “deterrenza” o “prevenzione generale” per cui la sua morte sarebbe dovuta servire d’esempio ad altri a non imitarne il percorso biografico. …Oltre che impedire a lui specificamente –prevenzione speciale-  di reiterare il male fatto. La vittima riuscì a sfuggirgli, ma lui la raggiunse e la strangolò.

In seguito rapì anche un’altra ragazza, quello stesso anno, ma alla fine lei fuggì e lui fu preso. Djandoubi era rimasto privo di una gamba a seguito di un incidente mentre lavorava come manovale. Ciò ebbe un profondo effetto sulla sua coscienza e psiche; forse si sentì “in credito” di qualcosa verso il mondo, il quale però lo ripagò solo con il sibilo truce della mannaia, stanco delle sue atrocità. Dopo di lui in Francia si emisero altre condanne a morte, una decina, ma non furono mai eseguite.

Prima di lui fu ucciso Jérôme Henri Carrein padre di cinque figli, spesso senza fissa dimora, alcolizzato e malato di tubercolosi. Con il pretesto di cercare esche per pescare riuscì ad attirare in una palude la piccola Cathy Devimeux, la figlia di otto anni del proprietario di un bar che lui frequentava. Cercò di violentarla, prima di strangolarla e annegarla.

Fu arrestato il giorno successivo e confessò. Processato, appellò. Un altro uccisore di bambini, Christian Ranucci, fu ghigliottinato alla prigione di Baumettes a Marsiglia sedici giorni dopo la sua condanna, ma Patrick Henry, per lo stesso crimine, omicidio di un bambino di otto anni, il cui rapimento però era a scopo estorsivo, l’aveva scampata grazie all’abilità del suo avvocato, un gran oratore e un fervente oppositore alla pena capitale, “a che serve contrapporre un’altra morte a una morte?” e cose del genere, il che aiutò il primo, ma non dovette aiutare il secondo criminale, avendo la dubbia decisione magnanima provocato una forte ondata di indignazione popolare.

Il caso di Ranucci creò parecchio interesse e continuò a suscitarne per un pezzo. Egli dapprima ammise la responsabilità dell’omicidio di una bimba di otto anni, ma poi ritrattò, disse di aver ammesso il crimine sotto pressione, ma di essere estraneo ai fatti, e negò tutto anche al processo.

Probabilmente con una ammissione si sarebbe salvato dalla ghigliottina, a cui non volle sottrarlo, a quel punto, neppure il di allora Presidente della Repubblica Valéry Giscard d’Estaing.

L’ipotesi della sua innocenza riprese qualche credito quando si disse che in città era presente al momento dei fatti anche il serial killer Michel Fourniret, che uccise poco meno di una decina di bambine, ma si salvò dalla pena capitale perché arrestato ben oltre la sua abolizione, nel ventunesimo secolo. Probabilmente rispetto alle discussioni del caso si trattò solo di sensazionalismi giornalistici.

Ma essere un criminale spessissimo non è che questione di punti di vista, un eroe per alcuni è un terrorista per altri, ciò che si è considerato criminale in un dato momento storico, non lo si considera tale in altri, e viceversa, un pederasta biblico diventa un santo, e non carne da macello, non suscita più il furore popolare, ma la devozione popolare; secoli dopo, Maometto, che faceva sesso con bambine, ha milioni di esaltati che dicono di seguirne ancora la parola. E viceversa, il comportamento mite, ragionevole e riflessivo di un uomo del XXI secolo, sarebbe stato visto come vile e infido da un feroce margravio teutonico del X con guanti di ferro ed alito di capra.

Entrambi gli ultimi boia francesi ebbero una vita lunga e rispettata, Meyssonnier pubblicò delle belle memorie, spiegando il suo comprensibile punto di vista privo di rimpianti e pentimenti.

D’altra parte il dare la morte è ancora qualcosa di intimamente legato alla vicenda umana, anche i soldati uccidono, e spesso sono celebrati nel farlo, è comprensibile che anche gli ultimi esecutori di giustizia reclamino certo prestigio sociale. Uccidendo ci si impone e si impone un ordine.

Forse è il concetto di “ordine” che accomuna tutti gli esseri umani e li distingue del resto delle specie; e accomuna, nelle loro opposte vicende, sia l’uccisore che l’ucciso. Forse si uccide per renderli entrambi inconsapevolmente parte di questo “innato abbaglio mentale”, che esiste al di là di un suo contenuto concreto, e che si è sviluppato in milioni di anni di cieca evoluzione a tentoni per il mondo. Anche molti altri mammiferi, per esempio i gorilla, hanno embrionali guerre organizzate, i giovani contro gli anziani, e la specie umana non è così diversa, per lo più agisce come le altre, con l’unica differenza di essere convinta di imporre un concetto determinato: quello di giustizia. Un ordine, un senso!

Di sicuro c’è che capita di sopprimere con la freddezza di una condanna a morte anche persone mirabili. Capita con più frequenza nella furia omicida insensata delle guerre, ma anche dopo il lungo ragionare dei giudizi: Socrate, il più famoso dei condannati a morte, che sicuramente non meritava questa sorte, fece immolare un gallo ad Esculapio, dio della medicina, guarito da questo male che è la vita. Millenni dopo, quel gesto sdegnoso assume i tratti di una profezia, oggi il boia somiglia più a un “medico” da eutanasie che a un esecutore di atroci e lunghe pene esemplari, mostrate a masse morbose che avrebbero dovuto essere spaventate dalle torture e le sofferenze.

Con meno lirismo rispetto all’antico filosofo, e addentro alla contesa storica, Josef Lang uccise Cesare Battisti 12 luglio del 1916. Ci venne da Vienna, per impiccare quel nobile patriota irredentista italiano, che fu grande uomo, giornalista, geografo, politico socialista. E che allo scoppio della Grande Guerra combatté per la parte italiana.

Catturato dai Welschtiroler Kaiserjäger, fu processato e impiccato per alto tradimento –figuriamoci!- in quanto deputato austriaco. Un traditore dovrebbe essere qualcuno che repentinamente ti toglie il suo appoggio, o che con l’inganno coopera col tuo nemico; chi fingendosi amico insidia, per esempio, la tua donna, o rema contro ciò che realizzi, godendo dei tuoi insuccessi, quando dichiara di cooperare ad essi, ma non certo chi palesemente sai esserti ostile!

Meravigliosa la fotografia del boia, immortalato con certa soddisfazione con il suo recente lavoro e piuttosto mal eseguito. Come ogni boia diligente e da austriaco privo di autonomia mentale, disciplinato, fece, con ogni probabilità, ciò che gli si era delegato di fare, senza sovrapporre il riverbero del suo pensiero a quanto già stabilito da altri, ma forse fece anche di più in questa occasione, se, come parrebbe, sono vere le storie che ci sono arrivate.

Anche lui come molti, se non la maggior parte dei carnefici, ebbe discepoli: Johann Lang suo nipote imparò ed ottenne il lavoro dopo averlo più volte assistito durante le esecuzioni. Il periodo di assistenza ovviamente è teso a familiarizzare l’esecutore con la pratica cruenta del dare la morte a sangue freddo, non facile e in cui la perizia ha grosse ripercussioni sul destino e gli ultimi istanti di vita del condannato.

I patrioti italiani, sono ormai nomi di strade per posteri indifferenti e ignoranti; anche Oberdan, Filzi, Sauro furono impiccati, Chiesa fu fucilato, ma l’esecuzione di Battisti fu particolarmente orrenda. La corda con cui fu giustiziato per la prima volta era logora, si ruppe. La ragione potrebbe risiedere nel possibile e anche frequente traffico di corde a cui i boia più avidi si dedicavano, ma stando alle parole del dottor Zumin, pubblicate su l’Unità del tempo, il tutto fu intenzionale in questo caso, invece.

Che una esecuzione vada ripetuta non è certo la prassi, ma può succedere, è successo persino che non si sia riusciti a sopprimere il condannato, caso occorso per esempio con John Babbacombe Lee. Lo vedremo.

Per il criminale nazista Amon Göth, persona oltremodo turpe, e orrenda come poche, “amico” del famoso Schindler, e sadico, spregevole capo del campo di concentramento di Płaszów in Polonia, si dovette ripetere l’esecuzione per tre volte. Ci sono anche i filmati: nei primi due tentativi la lunghezza della corda fu mal calcolata.

Nel caso di Battisti, che tra l’altro in quanto militare avrebbe dovuto essere fucilato, la prima volta che provarono ad appenderlo, il cappio si spezzò a causa dello stato della corda. Ma, a proposito dell’intenzionalità dell’incidente, va ricordato che qualche ora prima dell’impiccagione, il condannato aveva chiesto a Josef Lang, che era stato contattato già prima che il processo, con la sentenza scritta in apertura, iniziasse, quale sarebbe stato lo svolgimento dell’esecuzione. Questi gli aveva mostrato una corda sottile che, però, aveva precisato, non sarebbe stata quella dell’esecuzione, che era nuova e teneva nella valigia. Dalla quale, invece, la tirò fuori solo dopo che la botola si aprì per la prima volta; quindi probabilmente gli fu chiesto di far in modo che l’impiccagione si ripetesse.

Se quello del boia è un lavoro che spesso si tramanda in famiglia, ci sono persino finte “discendenze” inesistenti. Arthur Bartholomew English fu un britannico che divenne il boia canadese nel 1912. Prima era stato assistente di John Radclive, un veterano con vent’anni di impiccagioni alle spalle. Lui mandò avanti il lavoro per altri 23 anni, prendendo però lo pseudonimo di Arthur Ellis, per riprodurre il cognome del famoso e infausto John Ellis, col quale però non era affatto imparentato; circostanza che qualcuno volle credere per forza, ma che è da escludere dato che John Ellis ebbe un solo fratello, James Preston nato nel 1887, che avrebbe avuto solo 25 anni quando egli iniziò la sua carriera, non potendo essergli padre. English, come da tradizione britannica, eseguì oltre 600 impiccagioni nella sua carriera e molti suoi successori lo imitarono e adottarono il suo pseudonimo “Ellis” che è cognome ormai indissolubilmente legato alla professione di boia.

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