I BOIA e Altre Atrocità, Parte V

Può essere concesso che nel vettore storico si dia un progressivo spegnersi, o almeno un maggior controllo, delle tendenze più violente e crudeli dell’essere umano, da dopo De Sade useremmo il termine “sadiche”, che ha una connotazione sessuale; fronte a una maggiore capacità distruttiva, concessa dalla tecnologia, oggi nella maggior parte del mondo si pare più restii all’impiego della brutalità per dirimere i conflitti, e le popolazioni che prima erano state assai spietate, paiono senza dubbio più tranquille e civili.

D’altra parte varie scienze, tra cui la psicologia e le scienze sociali, investigano oggi anche i risvolti più intimi e morbosi dell’essere umano, ne parlano, li mettono a nudo e ciò, probabilmente, aiuta a tenerli a freno, come sempre succede con l’assunzione di consapevolezza di quello che si è. Ma non ci si deve stancare di ripetere che si deve essere accorti e vigilare!

Nelle colonie, però, solo fino a qualche generazione addietro alle nostre (otto? Dieci?), un nonnulla in termini evolutivi, pare si applicassero ancora addirittura forme di impiccagione diverse da quella più tradizionale, per il collo, che certo conosce varie specifiche tecniche in cui può essere messa in pratica, ma che provoca la morte solo per due principali vie, il soffocamento, quella più lenta e dolorosa, e la frattura del così detto osso del collo, quella più veloce e relativamente indolore.

Dolorosissima, e assai più lenta è invece la morte per impiccagione da un fianco.

Si legge che fosse in voga, per esempio, in Suriname, praticata dai padroni e commercianti di schiavi olandesi: sì, gli olandesi, oggi in genere tanto cortesi e civili, ebbero l’abitudine bizzarra di appendere gli schiavi per le costole.

John Gabriel Stedman durante il suo soggiorno in Sud America tra il 1772-77 riferisce ciò che un testimone a sua volta gli riferì. Egli vide un uomo di colore sospeso per le costole a una forca dopo che tra esse gli fu praticata con un coltello un’incisione. Fu lasciato attaccato a un gancio di ferro con una catena per tre giorni, appeso con la testa e piedi verso il basso. Con la lingua cercava di raccogliere le gocce d’acqua (essendo la stagione delle piogge), che gli scorrevano sul petto gonfio.

Nonostante tutto questo, non si lamentava mai, e addirittura rimproverò un altro nero che gridava mentre lo stavano frustando sotto la forca, dicendogli: “e tu saresti un uomo?” oppure: “ti comporti come un bambino”. Fino a che la commiserevole sentinella che stava accanto a lui, gli fece arrivare una botta sulla testa con il calcio del fucile. Di realizzare illustrazioni per il racconto di Stedman si occupò William Blake; che illustrò brillantemente, per chi ama questo genere di cose, anche la Divina Commedia e molto altro. Le immagini sono a tutt’oggi conosciute e facilmente reperibili, basta una connessione ad Internet.

Nel 1713, Juraj Jánošík, italianizzato a volte in Giorgio Giovannini, il leggendario fuorilegge noto come “Robin Hood slovacco” conosciuto e celebrato dalla Polonia, alla Moravia, alla Slovenia, eroe popolare e nazionale, pare fosse condannato, venticinquenne, all’impiccagione dalla sua costola sinistra, con un gancio, come riservato ai ladri di bestiame. E fu lasciato morire lentamente, benché lui dividesse i ricavi della sua ribalderia coi poveri e le famiglie locali di dove esercitava il suo pericoloso atto di ribellione brigantesca.

Il medico tedesco del XVI secolo Gottlob Schober che lavorò in Russia dal 1712, asserì che una persona può rimanere in vita per circa tre giorni appeso per un fianco. La sua principale sofferenza è quella della sete estrema, ma anche tutto il resto non deve proprio scherzare. Egli arrivò a pensare che questo grado di insensibilità per cui si arriva a uccidere in tali modi, fosse qualcosa di particolare, proprio, della mentalità russa.

D’altra parte i russi non solo hanno sempre avuto fama di essere sanguinari, ma, come colombiani, messicani e molti altri, se ne vantano anche. E ciò pare confermato anche dalle storie di esecuzione che stiamo trattando, dato che se vogliamo parlare di numeri, nulla si può contro i sovietici. Vasily Mikhailovich Blokhin generale maggiore russo sovietico servì come boia capo della NKVD (una delle agenzie di polizia segreta dell’Unione Sovietica stalinista) sotto le amministrazioni di Genrikh Jagoda, Nikolai Yezhov e Lavrentiy Beria, i quali, dopo le loro rispettive cadute dal potere, furono giustiziati da Blokhin stesso.

Fu preso per il suo ruolo direttamente da Iosif Vissarionovič Džugašvili, meglio noto come Stalin, nel 1926, e formò parte di una congrega di carnefici che si esibì in numerose esecuzioni di massa sotto la reggenza dell’Uomo di Acciaio, per lo più durante la Grande Purga e la Seconda Guerra Mondiale.

È documentato che dovette sopprimere migliaia di uomini di suo pugno. In una sola purga uccise circa 7.000 prigionieri di guerra polacchi, durante il massacro di Katyn nella primavera del 1940. Ciò fece di lui il boia ufficialmente più “prolifico” della storia umana. Fu costretto al ritiro dopo la morte di Stalin; la sua avvenne, a sua volta, nel 1955, ufficialmente per suicidio.

Parlando di russi e pena capitale si deve ricordare che essa in quei posti è stata anche usata per esercitare una estrema pressione psicologica, ancora sotto lo Zar, è noto il caso di Dostoevskij che dovette credere fino alla fine che fosse arrivato il suo turno, e che sarebbe stato ucciso a seguito di una spropositata e assurda condanna a morte.

Il gigante della letteratura russa si riferirà più volte nei suoi scritti alla sua “mancata esecuzione”, e forse fu proprio essa a scatenare in lui quella magnifica forza creatrice che lo rese uno dei più grandi. A volte si fa soffrire gli altri per stimolarli a una straordinaria produttività? Varrà la pena? Se lo chiedono, probabilmente rispondendo di sì, molti milionari ammirando quanto vale oggi il loro Van Gogh, ma sarebbe interessante sapere l’opinione dell’olandese e non la loro.

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