I BOIA e Altre Atrocità, Parte VI

Tornando alle impiccagioni “creative” in alcuni frangenti fu diffusa anche l’impiccagione inversa, a testa in giù. Esiste anche uno degli arcani maggiori dei tarocchi, esattamente la dodicesima lama, che rappresenta un uomo appiccato per un solo piede. Secondo alcuni esso rappresenta “il traditore”, secondo altri “il debitore”.

Quello che è certo e storicamente provato è che spesso l’impiccagione inversa fu comminata ai ladri ebrei, tanto che in Germania ebbe persino il nome di judenstrafe (pena per giudei). Originariamente, però pare fosse riservata ai traditori e praticata anche nel Mediterraneo. D’altra parte non ci vuole un genio per concepirla, e pare sia antichissima, come tutto ciò che non necessita di particolare abilità ed intelligenza per essere concepito. Assai diverso è progettare e costruire un Large Hadron Collider, lì sì che ci vuole genio!

In genere la pratica dell’impiccagione inversa è stata descritta come eseguita avvalendosi di cani rabbiosi o molto mordaci o addirittura di lupi, appendendo il condannato tra due di essi, ovviamente pure appesi. Sicuramente chi non è stato scosso fino ad ora, adesso ha l’occasione di indignarsi per il maltrattamento animale, ratificando quanto l’essere umano faccia pena.

I dettagli dei casi variano notevolmente. Per esempio a Francoforte nel 1444 ed Hanau nel 1499, i cani erano già stati uccisi prima di essere impiccati con l’uomo, quindi probabilmente essi erano usati “come simbolo”, e alla fine degli anni 1615 e 1661 a Francoforte, ebrei e cani furono tenuti in questa posizione per solo mezz’ora, prima di essere poi garrottati dal basso. Nel caso del 1588 a Bergen, tuttavia, tutte le tre vittime furono lasciate sospese fino alla morte, che sopraggiunse dopo i 6-8 giorni di agonia.

In un caso, a Dortmund nel 1486, i cani morsero un ebreo a morte mentre era appeso. Nel 1611 a Öttingen, l’ebreo Jacob Tall che ebbe l’idea di far saltare la Deutsche Ordenhaus con la polvere da sparo, dopo averla svaligiata, fu appeso tra due cani, mentre un fuoco fu acceso nei pressi. Spirò dopo mezz’ora di morsi e ustioni. I nativi americani erano noti per realizzare le esecuzioni in modo simile, bruciando i condannati a testa in giù con un singolo pezzo di legno alla volta. Anche Mark Twain in un libro stupendo e postumo “Lettere dalla Terra” si riferisce a pratiche indigene orrende, ma la digressione ci porterebbe troppo lontano.

A Württemberg nel 1553 un giudeo scelse di convertirsi al cristianesimo dopo essere rimasto appeso per 24 ore; dovette avere qualche visione; fu poi affidato alla misericordia dell’impiccagione ordinaria: dal collo, e senza i cani a fianco. Nel 1462 ad Halle, un ebreo di nome Abramo si convertì dopo 24 ore da capovolto, un prete salì su una scala e lo battezzò. Fu lasciato in sospeso per altri due giorni però, mentre il sacerdote discettava con il consiglio comunale sul fatto che un cristiano non dovesse essere punito in questo modo. Al terzo giorno finalmente si decisero e ad Abramo fu concessa una tregua, e fu fatto scendere, ma morì 20 giorni più tardi nell’ospedale locale, dopo estreme ed atroci sofferenze di cui ignoro i particolari medici, ma che suppongo fossero dovute a edemi cerebrali terminali.

Ancora durante il XVII secolo, e a dirla tutta ben oltre, andavano di moda torture cruente, e nel 1637, per un ebreo che aveva ucciso un gioielliere cristiano, l’implorazione della grazia all’imperatrice ebbe successo, ma ci fu poco da essere lieti, fu condannato ad essere trattato con pinze incandescenti, e poi gli fu versato piombo fuso nelle ferite, infine, come era pure prassi, gli furono rotte tutte le ossa, da vivo, sulla ruota ma almeno non fu impiccato per una settimana. Questa la grazia.

Alcuni dei casi riportati potrebbero essere miti e leggende, come quella che voleva, e pare non fosse affatto vero, che Federico II di Svevia, ne parla Dante, facesse perire i propri nemici fondendogli addosso una cappa di piombo, per non citare il curioso toro di Perillo, un toro di rame in cui veniva rinchiusa una persona per essere lentamente brasata viva da un fuoco acceso sotto la pancia della statua metallica che, grazie a un gioco acustico causato da cavità ed echi, pareva muggire come un vero animale arso vivo (mentre ad essere arso vivo era un uomo). Ma si narra che nel 1326 ad Hennegau, un giudeo convertito al cristianesimo fu sospettato di aver fatto arrivare un colpo a un affresco della Vergine Maria.

Per tutta risposta, offeso dall’empio gesto sacrilego, il muro aveva pensato bene di accusare come poteva l’uomo cominciando a colare sangue. In tutti i gradi di giudizio, all’epoca con annesse torture, l’ebreo negò di aver compiuto questo gesto vile ed empio, fino a che fu prosciolto.

Allora doveva essere parecchio difficile convincersi che i muri con la Madonna dipinta sopra, magari pure male, non potessero sanguinare, meno che mai per degli schiaffi, tanto che un fabbro assai muscoloso richiese un Giudizio di Dio, un’ordalia. Era stata la Vergine stessa ad implorare quel grosso coglione tedesco di difenderne l’onore, in sogno, in apparizione, chi lo sa. Il fabbro vinse senza difficoltà contro il piccoletto e finalmente poterono appenderlo per i piedi tra i due cani feroci e poi farlo lentamente arrostire.

Una storia molto simile era raccontata in Francia, questa volta il sangue veniva da una ferita alla testa di una statua di legno della Madonna provocata da un colpo di lancia, e in questo caso fu un uomo fragile e vecchio a chiedere il Giudizio di Dio, battendo –questa volta miracolosamente- il giovane Ebreo, il quale, confessati i suoi crimini, fu finalmente appeso a testa in giù tra due mastini.

Ricordiamo che rimase in uso infatti per tutto il Medioevo anche italiano –ne parla pure Dante- il duello giudiziario, nel quale, per questioni e controversie sorte tra parti prive di scritti e testimonianze che potessero suffragare le rispettive posizioni, si ricorreva a scontri tra professionisti realizzati “al cospetto di Dio”; a volte con armi da offesa e difesa, e persino all’ultimo sangue se del caso, ma per questioni di minor momento ci si accontentava dei “pugiles”, che si affrontavano nudi e unti.

In un altro racconto un ladro ebreo impiccato sottosopra a Soultzmatt nel 1296 riusciva, in qualche modo, a liberarsi, tuttavia, i suoi piedi erano ormai così danneggiati, da non permettergli di allontanarsi; quando scoperto, otto giorni dopo, l’empio, secondo la narrazione, veniva strangolato a morte dai cittadini gioiosamente furiosi.

Nella storia contenuta in Adamo di Bremens: “Storia degli arcivescovi di Amburgo-Brema”, nella prima metà dell’anno Mille, circa duecentocinquanta anni prima di quanto fu attestato il primo caso che avesse come vittima un ebreo, un cavaliere chiamato Arnold, avendo assassinato il suo signore, fu giustiziato così.

Un altro esempio di un non ebreo che soffrì questa punizione fu nel 1196, Riccardo, Conte di Acerra, cognato del normanno Tancredi di Sicilia, fu uno di quelli giustiziati dall’Imperatore Enrico VI, di casa Hohenstaufen –figlio del Barbarossa- nella soppressione della ribellione dei siciliani. Vinto da Diopoldo di Acerra (Diepold von Schweinspeunt), castellano di Rocca d’Arce, il Tribunale di Capua ordinò che il conte fosse prima trascinato dietro un cavallo attraverso le piazze di Capua, e poi impiccato a testa in giù. Era ancora vivo dopo tre giorni, per cui un certo e spiritosissimo giullare tedesco chiamato Bisaccia, Follis, sperando di compiacere l’imperatore, ma affrettando anche la dipartita dell’altro, gli legò una grossa pietra al collo lo fece morire così, vergognosamente e davanti a tutti. C’è da immaginare il divertimento!

Un paio di secoli prima, in Francia nel 991, un visconte di nome Walter per fedeltà al re francese Ugo Capeto, il beccaio di Parigi trovatosi ad essere re di Francia e capostipite della famiglia regnante che sarà poi giustiziata dai giacobini, scelse, su istigazione di sua moglie, di unirsi alla ribellione contro Odo I, conte di Blois fedele ai carolingii. Quando Odo scoprì che avrebbe dovuto comunque abbandonare Melun, Walter fu debitamente impiccato davanti alle porte della città, mentre la moglie, la fomentatrice del tradimento, fu impiccata per i piedi, causando molta allegria e fischi da parte dei soldati di “Hugh” (Ugo) essendo rimasta nuda.

La pratica resistette parecchio, fin nel diritto marittimo elisabettiano, dove i responsabili del furto di una nave della Royal Navy andavano impiccati per i piedi battuti contro le fiancate della nave, e poi gettati in mare. Una delle cose meravigliose della monarchia è che il re come persona è sempre tutelato in modo speciale, e così le sue proprietà.

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