I BOIA e Altre Atrocità, Parte VIII

Friedrich Reindel, carnefice prussiano, eseguì un totale di 213 decapitazioni con l’ascia.

In genere quella chiamata “ascia barbuta” è la migliore opzione per la decapitazione a mano, dato che ha una lama allungata, che si estende in giù parecchio oltre la curva che porta all’asta e che pertanto riesce a sezionare il bersaglio, concedendo un considerevole incremento della sicurezza di colpirlo tutto, senza però al contempo incrementare troppo anche il peso dell’oggetto, fatto che lo renderebbe poco maneggevole. Sempre che uno sappia usarla con perizia e sia dotato della necessaria forza.

Le spade, usate specie in Germania e Francia, non hanno certo problemi di lunghezza di filo, circa un metro e mezzo, ma è preferibile sceglierne una a due mani e piuttosto pesante se si vuole fare un lavoro rapido e preciso: pulito. Più che altro e come è ovvio in interesse del condannato, evitandogli inutili e ulteriori sofferenze, a quella già terrorizzante di sapere di dover morire ed aspettare in quiete un fendente sul collo.

Charles-Henri Sanson -sì, sempre lui- a inizio carriera e nel corso dell’esecuzione del generale Lally-Tollendal, accusato ingiustamente di tradimento e inspiegabilmente condannato dal Parlamento, oltre che abbandonato da re Luigi XV, da giovane, nel 1766, quindi a venticinque anni, aveva mancato il collo del giustiziando, massacrandolo, tanto che nella confusione era dovuto intervenire il padre, Jean-Baptiste ormai in pensione, per portare a termine la sciagurata opera con la necessaria prontezza di spirito.

Tutta la faccenda fu uno sporco assassinio, finito in tragedia. Forse questa fu una delle ragioni per cui il boia, poi, si prodigò tanto affinché venisse ultimamente introdotta la ghigliottina e ne perorò con tanto ardore la causa, non deve essere piacevole una giornata del genere, per nessuno dei partecipanti.

Il metodo della decapitazione è forse il più sicuro per la riuscita della pena capitale, con buona pace dei tanti racconti sui Santi Martiri Cefalofori, tra cui per esempio il Santo protettore di Ascoli Piceno, in Italia, Sant’Emidio, decapitato da pagani romani e che, si narra, portasse lui stesso la sua testa nel luogo di sepoltura. Tali storie sono senz’altro affidabili quanto le scemenze accusatorie motivate da statue o mura che piangono sangue in seguito a sacrilegi di miscredenti, pretesti per uccidere qualche povero diavolo con l’arma più impiegata dalle religioni: la menzogna.

Solo gli scarafaggi sono conosciuti come animali capaci di sopravvivere privi della testa, finiscono per morire comunque, ma di fame; e per quanto alcuni esseri umani li ricordino da vicino, a volte santi compresi, per fortuna non condividono questa specifica abilità. Allo stato attuale della scienza chirurgica non è possibile riattaccare un capo umano reciso dal busto, ma la scienza è ormai così avanzata che con altri animali si è riusciti a ottenerlo.

Quanto al lavoro “pulito” esso va inteso in termini meramente metaforici, quanto a brevità e contenuta dolorosità delle operazioni di decapitazione, dove il getto di sangue dovuto al taglio è clamorosamente evidente.

Un’arteria completamente recisa dovrebbe continuare a schizzare sangue per circa 30 secondi. Il sangue, spostato col calibrato vigore dalla pompa cardiaca, non dovrebbe arrivare molto più alto della testa umana, sua ultima destinazione, anche se essa non c’è; ma se l’arteria è solo parzialmente intaccata, d’altra parte, esso schizzerà di più e uscirà con una pressione e nebulizzazione molto maggiori. Nel 1933 in una testimonianza processuale del dottor Clemente Harrisse Arnold su quanto sangue possa zampillare dal collo, emerse che un normale spruzzo viaggia per 15 centimetri in verticale e 46 lateralmente.

I media europei si sono sempre mostrati affascinati dallo sfarzo e la “brillantezza” delle esecuzioni tedesche, dove i boia sono tradizionalmente ben vestiti, come dimostra anche l’illustrazione di Le Petit Parisien del famigerato carnefice Reindel che fa sfoggio della sua abilità in “chirurgia estrema” nella Prigione di Berlino, nel 1891. Anche quella dei Reindel, fu una “dinastia di carnefici”, ma non tutti adeguatamente dotati e periti.

Friedrich Reindel, assai professionale e inventore di un suo proprio banco per esecuzioni, si ritirò nel 1898, ma suo figlio William, dopo aver preso il suo posto, dovette dimettersi già nel 1901 dopo continui rapporti sul suo costante stato di ubriachezza e l’aspetto da “debole di mente” durante lo svolgimento delle sue importanti mansioni. Non gli riusciva proprio di tagliare la testa della vittima al primo e in un solo colpo!

Nel 1900 il figliastro di Friedrich Reindel, Alwin Engelhardt, in origine un barman, che aveva assistito la famiglia in una serie di esecuzioni -ricordiamo che per tenere ferma la vittima in quel tipo di procedura servivano vari assistenti- superò l’esame per un posto che in origine sarebbe stato da assegnarsi al blasonato Lorenz Schwietz e venne ufficialmente riconosciuto come boia di Stato.

Lorenz Schwietz fui invece carnefice reale prussiano responsabile di due provincie e con un curriculum di tutto rispetto, 120-123 persone soppresse, prima con l’ascia e poi con la ghigliottina. Dopo l’esecuzione, incideva il nome della vittima sulla sua scure, che probabilmente sarà ora depositata negli archivi di qualche museo di Berlino. Sua moglie morì nel 1923, rimase solo, e l’economia in rovina della Germania post bellica di Weimar gli costò tutti i suoi sanguinati risparmi. Tanto che si suicidò con un colpo di pistola. Per inciso una diceria voleva che anche il boia austriaco Josef Lang si fosse tolto la vita lo stesso anno. In effetti egli visse invece come bidello dopo l’abolizione della pena di morte del 1919, e, come detto, fu suo nipote Johann a prendere il suo posto quando essa fu reintrodotta nel 1927.

E pensare che l’anno precedente anche Schwietz aveva pubblicato le sue memorie: Das Tagebuch des Scharfrichters Schwietz aus Breslau über seine 123 Hinrichtungen, edito da Helmuth Kionka, Ruessmann: Breslau 1924. Furono i protagonisti del passaggio ad anni assai bui, sospesi tra due mondi che non si fanno di certo rimpiangere, anche se qualcuno ci riesce pure, a rimpiangerli …costretto turpemente al consumo di prodotti, a far regali di Natale e a bere insane bibite gassate prodotte da bieche multinazionali.

Il suo collega Carl Gröpler uccise almeno 144 persone, anche lui prima con la scure, e poi con la ghigliottina. Fu uno dei più famosi carnefici in Germania, ma nel 1945 fu arrestato dai militari sovietici nella sua residenza a Magdeburgo presumibilmente per l’esecuzione di quattro comunisti nel 1934 ad Amburgo nella prigione di Remand e morì il 30 gennaio del 1946 in attesa di giudizio.

 

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