I BOIA e Altre Atrocità, Parte XIII

Se la pena di morte è passata da essere una dimostrazione pubblica di spietatezza e crudeltà estreme, “vendetta personale di un potente verso un attacco affinché non se ne ripetessero”, ad essere la soppressione legale ed egualitaria quasi “asettica” come “definitiva neutralizzazione di un irrecuperabile”, cioè di una minaccia costante per i consociati, si passa da un’esecuzione pubblica assai cruenta e dimostrativa, alla necessità di una soppressione discreta e realizzata “controvoglia”, come “estrema ratio”. Per essa è necessario fornire un metodo di esecuzione il più indolore e rapido possibile.

Alla “gara” per trovare il modo più “umano” per provocare la morte, hanno partecipato in tanti, e sebbene alla fine siano rimaste le due o tre più note ed intuitivamente più sobrie modalità di esecuzione, taglio rapido e preciso della testa (con una macchina), impiccagione con salto lungo e rottura del collo, e plotone di esecuzione per i militari, non sono mancate voci discordanti, a volte poco sincere.

Voglio ammetterlo, considero che un pregiudizio a volte non sia che la più brutale e sintetica delle valutazioni che rimane dalla ripetizione di cattive esperienze. Tra le eccezioni all’uso della ghigliottina, la più ridicola e significativa è rappresentata senza dubbio dalla Spagna e dai suoi boia. Sicuramente di tutt’altra pasta rispetto agli altri colleghi europei!

Caso unico in Europa, in Spagna è sempre andata di moda la garrotta, celebrata, come succede spesso nella “grandeur” ingiustificata, appassita, campesina, oltre che poco convinta, di quella penisola a lungo isolata e rurale, come: il “miglior metodo” per giustiziare un essere umano, perché più “umanitario”, “rapido”, “efficiente”, “moderno”. Le storie conosciute di coloro che la usarono parrebbero affermare il contrario.

Casimiro Municio Aldea, fu il boia dell’Audiencia de Madrid tra il 1915 e il 1935 con Gregorio Mayoral. Realizzò la tripla esecuzione dei condannati per i fatti dell’Expreso de Andalucía: Sánchez Navarrete, Piqueras e Sánchez Molina. Fu sostituito da Alfonso Sánchez García nel 1932 dato che per lavorare aveva bisogno di bere e che questo causò problemi per tutta la sua carriera. La sua incompetenza provocò addirittura che un reo gli staccasse un dito con un morso. Nel 1930 firmò una petizione affinché cessassero le esecuzioni, essendo macerato dai rimorsi e disprezzandosi profondamente. Di sé stesso diceva: “Sono fisicamente devastato. Sono un disgraziato miserabile che uccide per vivere. Lo stato mi dà duecentocinquanta pesetas che finisco per spendere in medicine, dato che ogni volta mi ammalo dopo le esecuzioni”. Come non percepire il senso di colpa cristiano cattolico nelle parole di questo poveraccio, laddove un orgoglio patriottico infiamma i petti di altri colleghi anglosassoni, germanici e d’oltreoceano?

Antonio López Sierra fu incaricato di giustiziare l’avvelenatrice di Valencia, Pilar Prades Expósito, oltre al pure famoso assassino José María Jarabo, pluriomicida tra le cui vittime si annoverava una donna incinta. Rispetto ad entrambe le esecuzioni alcuni inquirenti misero fortemente in dubbio la professionalità del suddetto. Nel primo caso lui si sentì assai a disagio -per sua stessa ammissione in un famoso documentario sui boia spagnoli- per il fatto di dover dare la morte a una donna, e si racconta che si imbottì di tranquillanti; circostanza tra l’altro poco comprensibile, dato che aveva già avuto un’altra vittima femminile. Nel secondo, la portentosa forza fisica del reo dal collo taurino congiuntamente alla sua verosimile ubriachezza, a scusante della quale propose di sentirsi minacciato di morte, provocarono che il decesso tardasse oltre venti minuti, tra convulsioni e spasmi.

Di giustiziare Salvador Puig Antich, anarchico e ultimo giustiziato con la garrotta, e per la cui commutazione si mossero in molti, compreso Papa Paolo VI (che però aveva la pena di morte nel suo Stato in caso di attentato alla sua persona e fu tacciato di ipocrisia), sarebbe toccato, a Vicente López Copete, ma curiosamente proprio in quel tempo questo era stato espulso dal corpo dei carnefici a seguito di una condanna per stupro e il lavoro passò pure ad Antonio López Sierra, che nemmeno in questo caso riuscì a farne uno pulito; si presentò già ubriaco, montò male i pezzi della garrotta, il che rese la morte del condannato lunga e dolorosa.

A dirla tutta, l’anarchico fu ultimo giustiziato della Spagna franchista, sì, ma assieme a Heinz Ches detto “il polacco” (che in realtà era un tedesco) accusato di aver assassinato la guardia civile Antonio Torralbo, e giustiziato da José Moreno che eseguì nella sua carriera solo una condanna a morte e solo perché neppure in questo caso lo stupratore Vicente López Copete era disponibile per realizzare il lavoro che sarebbe stato di sua incombenza.

Nicomedes Méndez López, altro boia iberico, ebbe una vita personale piuttosto dolorosa e miserabile, come è tipico da quelle parti. Perse sua moglie presto e dovette sopportare il suicidio di sua figlia e la morte di suo figlio in una rissa. La causa del suicidio della fanciulla si dovette al fatto che il suo fidanzato, un giovane medico, la lasciò dopo aver appreso la professione di suo padre. Un uomo davvero innamorato! Un eroe! E un vero “sentimentale” come tutti i mediterranei sono famosi per essere. Altro pregiudizio, ma come spesso accade con quelli positivi, del tutto falso!

Nemmeno Rogelio Pérez Vicario fu mai un boia particolarmente competente. Prima calzolaio, e poi infermiere, individuo dal carattere mite, iniziò la professione di carnefice con la codarda e rischiosa speranza di non essere mai chiamato a dover operare e le sue esecuzioni furono sempre maldestre e incasinate, tanto che la paura e la mancanza di vigore con cui maneggiò “el garrote vil” divennero proverbiali.

Casa sua e la sua famiglia divennero oggetto di furibondi attacchi, tanto che gli si dovette dare protezione con picchietti di polizia ininterrotti. Il che non lo salvò però dall’essere crivellato dalle pallottole degli anarchici all’età di 54 anni in vendetta, come in altri casi nazionali, per le morti di compagni di lotta da lui spediti al cimitero. In particolare seguirono analoga sorte Bartolomé Casanueva Ramírez pugnalato allo stomaco nel 1946 e poi di nuovo e definitivamente nel 1948, e Federico Muñoz Contreras, ucciso pure lui per “illuminante” ritorsione. Non si finisce mai di accoppare! A Pérez Vicario succedette Federico Muñoz Contreras, il che farebbe considerare il lavoro di carnefici da quelle parti particolarmente rischioso.

La professione fu mandata avanti con assai migliori risultati e modi da Lorenzo Huertas che operò tra Burgos e Valladolid, Granada e Sevilla e risollevò un po’ le sorti dei boia del suo Paese. Col nomignolo di “maestro Lorenzo” o di “cortacabezas” (tagliateste) assistette ed insegnò il lavoro a Nicomedes Méndez e Gregorio Mayoral nelle loro prime esecuzioni; e come altri carnefici efficienti e scrupolosi, apportò alcune modifiche allo strumento che gli era imposto di usare. Lo impiegò con successo nell’esecuzione del così detto “Sacamantecas”, Juan Díaz de Garayo Ruiz de Argandoña, il serial killer che violentò e uccise sei donne, e di lì in avanti non se ne separò (dalla garrotta).

Questo “Sacamantecas” non fu l’unico ad essere così appellato in Spagna, dove quello divenne nome comune per spostati, da usare come spauracchi, per bambini specie se turbolenti, per esempio anche Manuel Blanco Romasanta, serial killer psicopatico e attivo in Galizia, uccisore di bambini e di adulti, portò lo stesso nome. Esso rimonta alla storia di antiche origini usata come in America si usa il Boogeyman, in Italia l’Uomo Nero, o l’Orco di origini germaniche, etc., e poi resa analoga o appaiata in qualche modo a quella del’”Uomo del Sacco”: un losco figuro che, munito di sacco, gira dopo il tramonto per le vie della città in cerca di bambini che si sono persi. Per usarli in propositi crudeli e sanguinari.

Risulta che nel 1910 un malato di tubercolosi cercasse disperatamente una cura, la quale in assenza di rimedi scientifici validi, gli fu suggerita sconsideratamente da due guaritori ciarlatani: bere il sangue di un infante e ungersi il petto col grasso (manteca: sacamanteca è “estrai-manteca”) estratto dal suo corpo. Purtroppo la disperazione e l’ignoranza di tali escrementi umani provocò l’orrenda morte di un innocente e la nascita, o il rafforzativo, di una figura ormai divenuta patrimonio popolare.

Ci vollero due anni prima che Gregorio Mayoral Sendino fosse chiamato a realizzare la sua prima esecuzione per il ruolo che aveva ottenuto di carnefice franchista. Nel frattempo però Gregorio, uomo pratico e che non si faceva crescere l’erba sotto i piedi, s’era familiarizzato con la garrotta che chiamava “la chitarra”, grazie all’appoggio dell’applicato boia di Valladolid Lorenzo Huertas, che lo assistette pure nelle sue prime esecuzioni.

La sua prima uccisione da solo (una donna) fu un disastro, ma ciò lo spinse a perfezionare lo strumento, tanto che col tempo introdusse una serie di miglioramenti e fu aduso portare con sé il proprio, essendo stufo di dover lavorare con apparecchi che erano in pessime condizioni. Il suo disegno, da quanto egli stesso dichiarava: “non fa una piega, né una abrasione, niente! È quasi istantaneo, tre quarti di giro e in due secondi…” Tutto ciò, assieme alla sua abilità e precisione, fu testimoniato dai contemporanei.

Tuttavia mantenne segrete le modifiche, non per voler evitare concorrenti altrettanto capaci, ma temendo che esse non fossero compatibili col diritto e la procedura. Una bestia strana, il diritto! Potrebbe persino imporre di uccidere peggio di come faresti autonomamente, facendoti usare uno strumento sgangherato e pubblicizzato da un regime da barzelletta come “il miglior ritrovato per dare una morte veloce e sicuro”. Altro che la Francia, è la Spagna! Questo carnefice fu in grado di realizzare almeno una tripla esecuzione nel Carcere Modelo di Barcellona nel 1922.

Bernardo Sánchez Bascuñana amava dire che “trapassava all’eternità” coloro che in effetti semplicemente uccideva, come ogni altro boia faceva, e furono 17, che non è neppure poco, per un lavoratore ordinario in tempo di pace, in luoghi nemmeno troppo popolati come lo sono l’Andalusia, l’Estremadura, le Baleari e le Canarie, dove “eternò” anche l’oppositore al franchismo e decennale latitante canario Juan García Suárez detto “el Corredera”. Che divenne un simbolo di lotta al regime dittatoriale violento del Generalissimo. Impiegò sempre la stessa garrotta, un modello antiquato della metà del XIX secolo ed infine chiese di entrare nell’ordine dei Francescani.

Florencio Fuentes Estébanez ebbe una carriera piagata dai sensi di colpa, e di insuccessi, in un caso, l’esecuzione di “el Satanás”, abbisognò addirittura di due tentativi per arrivare al decesso; forse pure per la straordinaria forza fisica di cui si vantava questo violento e trogloditico pastore della Rioja; nel 1952 gli fu aperto un fascicolo per essersi negato ad uccidere un condannato, infine rifiutò di proseguire tale lavoro l’anno successivo, atteggiamento per il quale fu condannato egli stesso. A sua discolpa disse che i compagni di scuola rendevano la vita dei figli impossibile a causa della sua professione. Finì per suicidarsi, rimasto solo e abbandonato dalla famiglia, dopo essere arrivato a mendicare per vivere.

José González Irigoyen boia con esperienza, soppresse, invece, ben 192 condannati; ma al termine della sua carriera, a causa dell’età avanzata, ebbe problemi persino a salire sul patibolo, e per quanto detestasse i suoi colleghi, che considerava dei deboli, poco determinati e frignanti, non è che fosse un boia particolarmente abile. Nel 1893 dovette eseguire la sentenza del soldato Chinchorreta, membro del Reggimento del Infante, la quale si segnalò al gran pubblico per essere stata specialmente cruenta, dato che dimenticò di legare i piedi al condannato e le convulsioni e gli spasmi di quello lo scaraventarono in aria. Perché badare alle minuzie?! A seguito dell’incidente il Procuratore di Saragozza però gli aprì addirittura un fascicolo, informando i medici forensi che a causa del suo avanzato stato di età non gli era più permesso di continuare a lavorare.

La garrotta era un collare di ferro che si dice rimontare addirittura ai romani antichi, ma che durante la versione spagnola in voga tra 1820 e 1975 –e utilizzata anche sul territorio delle colonie (rimanevano le Filippine)- era montato, per comodità, sullo schienale di una sedia da esecuzione e che veniva stretto con una vite azionata da una leva.

In teoria doveva provocare la rottura veloce e certa delle ossa del collo, come dovrebbe fare anche l’impiccagione a caduta lunga e quindi una morte pressoché istantanea, ma questo avveniva piuttosto di rado, anche perché in parte il risultato era condizionato dalla determinazione e forza fisica del boia e da quella del condannato. A guardare alcuni dei modelli rimasti, forse avrebbe aiutato anche semplicemente avere una leva più lunga, invece che corta e stretta, ma deve essere qualcosa di difficile da concepire da quelle parti del mondo: allungare una barra di ferro. La morte quindi spesso sopraggiungeva per soffocamento, come nelle impiccagioni mal riuscite.

L’aggiunta della parola “vil” in spagnolo (garrote vil) “vile” si riferisce anche in questo caso alla distinzione tra pene per nobiltà e plebe, che nel primo caso, come da antica tradizione, andava amministrata, anche lì, con decapitazione a mezzo spada, o scure.

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