I BOIA e Altre Atrocità, Parte XIV

La penosa rassegna dei boia spagnoli e dell’ostinazione di quel paese a sproposito orgoglioso di sé nell’usare il suo strumento di morte nazionale -anche quando la procedura per impiccagione era stata ormai perfezionata in modo tale da essere di gran lunga preferibile, per non parlare della ghigliottina- parrebbe ratificare i pregiudizi che comunemente si ripetono sulle caratteristiche di certi popoli. Ora va aggiunto che nel Nord, seppure si sono dati casi di scarsa efficienza, uno sguardo di insieme confermerebbe pure la visione volgare che vuole tali Paesi avanzati, efficienti, miti, moderni. Il contrario della Penisola Iberica!

Per Petterson Christensson Steijnech è stato un carnefice svedese di Malmö; tra il 1864 e il 1887; si esibì in sei esecuzioni tra cui una delle ultime due pubbliche in Svezia, ma non rimase famoso per questo, quanto piuttosto perché esattamente il 18 Maggio 1876 incaricato del castigo capitale di Konrad Pettersson Lundqvist Tector responsabile dell’omicidio di Visby nella contea isolana di Gotland, davanti a oltre cinquecento cittadini realizzò un pessimo lavoro. Non gli riuscì di uccidere Tector al primo colpo, e addirittura gli servirono altri due colpi per separare definitivamente la testa dal corpo. Come vedremo c’è stato di molto peggio, però!

Alcuni attribuirono la mala riuscita dell’operazione al fatto che non fossero stati tolti cappotto e sciarpa al condannato, ma altri lo accusarono di essere stato ubriaco durante l’esecuzione. Il che però non è che un’illazione basata sul notorio amore di questo specifico boia per gli spiriti robusti, che all’epoca condivideva con i tre quarti della popolazione, e una certa nomea che tutti i carnefici hanno su questo punto, assieme a tante altre professioni, però, e in particolare per citarne qualcuna: scrittori e poeti, pittori ed in genere tutte quelle relative alle così dette “arti”. A cui notoriamente si dedicano dei debosciati, spesso dalla mente insana e intossicati, ma dove però nessuno rischia la pelle, almeno. Si rischia solo il tedio!

Dopo l’esecuzione di Tector fu incaricato di un ultimo lavoro, tolse la vita al killer Nils Peter Hagström, a Kristianstad nella conta di Skåne e solo tre mesi più tardi emigrò negli Stati Uniti con la moglie. La coppia emigrò da Christina Parish, contea di Jönköping attraverso il porto di Goteborg per New York City. Loro figlio era già emigrato negli Stati Uniti. Una vita nuova!

Il suo posto fu preso da Albert Gustaf Dalman, uomo di preparazione militare, dal volto serio e dignitoso, la mano di statua. Fu scelto tra ben duecento pretendenti al posto, e realizzò le ultime sei sentenze di morte del suo avanzato paese, cinque con l’ascia e una, l’ultima, quella dell’omicida Johan Alfred Andersson Ander con la ghigliottina.

Johan Alfred aveva pestato a morte la povera cassiera di una agenzia di cambio durante una rapina, e fu tradito dal suo stesso nervosismo, notato dai dipendenti dell’hotel dove alloggiava, i quali avvisarono la polizia che poi trovò prove incontrovertibili della sua colpevolezza. Curiosamente si presentò all’esecuzione con straordinaria calma, non oppose resistenza, ed anzi salutò il suo carnefice con cortesia: “Buon giorno signor mio”.

Forse per alcuni il patibolo deve essere l’unico momento in cui riescono ad essere “importanti” e protagonisti di qualcosa, tanta gente si mobilita solo per loro e sono al centro dell’attenzione. Chiese di poter parlare prima dell’esecuzione, ma curiosamente Dalman non glielo permise.

Il boia è l’ultimo, spiacevole, certo, ma pur sempre l’ultimo contatto umano del condannato. A lui vengono affidate le ultime speranze, la spavalderia e più spesso la codardia. Torna in mente la figura descritta dal Poeta, del condannato che per allontanare ancora di qualche istante la fine, fa chiamare di nuovo il confessore, che, per chi crede, è il penultimo uomo della vita mortale, e meglio intenzionato del successivo e ultimo.

Il suo corpo fu donato alla scienza, era malato di tubercolosi e gli fu rinvenuto un pezzo di porcellana nello stomaco, da un tentativo di suicidio in carcere.

In esordio della sua poco affollata carriera l’esemplare boia si prese cura anche dell’anima o meglio della testa dell’ultima donna uccisa in Svezia, Anna Månsdotter, responsabile assieme al figlio Per Nilsson del caso detto “Yngsjömörderskan” dove fu uccisa la di lui moglie Hanna Johansdotter. La signora, emerse nel processo, aveva una relazione col figlio e potrebbe aver agito per gelosia, quand’anche le circostanze non furono mai del tutto chiarite. Però il figlio non fu giustiziato, la pena fu convertita in ergastolo ai lavori forzati. Fu rilasciato solo quando malato di tubercolosi, di cui morì cinque anni dopo la libertà.

Pur non essendo molti, i casi svedesi furono spesso interessanti, il penultimo ad essere decapitato ed ultimo ancora decollato a mano, fu il pluriomicida John Filip Nordlund, anche conosciuto come Mälarmördaren.

Nordlund ebbe la possibilità di scrivere a re Oscar II, per ottenere una plausibile grazia, ma scelse di non farlo. Curiosamente però, prima dell’esecuzione si impegnò a scrivere una missiva alla Corte Suprema lamentando di essere stato ingiustamente condannato per una rapina che non aveva realizzato. Gli fu risposto che ciò era, allo stato della situazione, irrilevante e che il Tribunale aveva avuto comunque ragione nel comminargli la pena capitale. Dalman usando la sua ascia affilata e ampia come la mannaia di un macellaio, come al solito non sbagliò, con un solo colpo staccò il capo al condannato provocando un decesso rapido e poco doloroso.

In Svezia e in Scandinavia in genere non c’è mai stato l’affollamento di metropoli caotiche e spietate come Londra, dove si lotta aspramente per la vita, ma la delinquenza è anche davvero contenuta. In Islanda per ben oltre un secolo non si è mai verificato un solo omicidio.

Lars Nilsson in una rapina a Köpingebro uccise brutalmente colpendola con un cacciavite la commessa Catherine Romane, prese dei soldi e poi col cherosene appiccò il fuoco al negozio. La povera Catherine perì tra le fiamme che rasero al suolo il fabbricato. Il responsabile raccontò tutto a sua moglie e tentò di occultare i fatti, ma fu rapidamente arrestato e portato all’Ospedale di Lund dove accertarono che era gravemente malato di mente. Lo psichiatra, che lo esaminò lo descrisse come un “rozzo, uomo vile e strisciante”.

Al processo sua moglie testimoniò contro di lui, e nel febbraio 1899 fu decisa la condanna a morte. Portata a compimento il 23 agosto 1900 alle 6:15 del mattino in modo impeccabile dall’unico boia svedese, Gustaf Dalman proveniente da Stoccolma.

Non essendoci questo gran affollamento in Svezia è curioso sapere che vi era stato in passato un altro Lars Nillson condannato al morte, un sami che rifiutò di abiurare alla sua fede pagana in favore di quella cristiana nel 1693 ad Arjeplog quando era in corso l’evangelizzazione della zona.

Durante il processo, icone degli Dei pagani e il simbolo del Dio Thor furono collocati davanti al giudice, il quale chiese a Lars se esse avessero mai fatto qualcosa di buono per lui. Egli rispose di sì, specie tre anni prima, quando una gran epidemia di peste aveva colpito il suo bestiame. Lui aveva chiesto al Dio cristiano di liberalo da tale piaga, ma quello non s’era fatto vedere. Poi però chiese ai vecchi Dei sami! Se i sacerdoti cristiani gli avevano insegnato, sia pubblicamente che privatamente, a temere il Dio cristiano, gli antichi Dèi, però, erano più reattivi e gli avevano fatto molto più bene di quanto avessero mai fatto i preti.

Ma si sa, non si può ragionare così! Non davanti a dei cristiani. E Lars fu condannato per le sue “superstizioni pagane in cui a lungo aveva vissuto e testardo”, invece di abbracciare la nuova vera fede, unica vera …come sostengono anche tante altre fedi, però. Il tutto era da eseguire secondo la legge della Chiesa, e le illuminanti parole del secondo libro di Mosè, capitolo 22; 5°, e la legge secolare del 1527: arso vivo con il suo tamburo e le icone dei suoi Dèi. Secondo alcune fonti salì sul rogo con uno strano coraggio, ma secondo altre, fu decapitato prima di essere bruciato, il che era modo normale di condurre un’esecuzione in Svezia anche a quei tempi. Un paese sempre avanti agli altri!

Infine i Patterson erano dei moonshiner svedesi che uccisero con colpi di arma da fuoco due rispettabili cittadini e amministratori della zona, che erano a punto di sporgere una denuncia riguardo a simili attività illegali. L’alcolismo è stato un problema serissimo in Svezia, la cui lotta ancora lascia strascichi nella rigorosa vendita di alcolici in determinati esercizi, a determinate ore, etc. Pat Patterson, il fratello maggiore fu l’unico condannato a morte, in quanto era apparso come il determinatore al crimine del resto della famiglia; gli altri due fratelli minori erano infatti appena maggiorenni. Come al solito senza problemi, fu Dalman ad occuparsi della sua testa. Mentre il padre, cinquantaseienne all’epoca dei fatti, ebbe solo un ruolo marginale e fu condannato solo per l’attività di distillazione illegale, gli altri due figli ebbero la pesante condanna di ergastolo ai lavori forzati e morirono entrambi in carcere di tubercolosi.

Per i restanti dieci anni della sua rilassata e professionale carriera Dalman non ebbe altro da fare, fino a che la Svezia si disfece della pena capitale per i reati in tempo di pace e poi nel 1973 definitivamente anche in caso di guerra. La Spagna si tenne un dittatore fascista e la pena di morte per i reati civili fino al 1975!

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