I BOIA e Altre Atrocità, Parte XVII

Ketch ha ottenuto la fama imperitura di peggior boia della storia, ma, va precisato, che a ciò deve aver contribuito anche che non si conosce il nome di quello della peggiore decapitazione inglese, ai tempi di Enrico VIII, famoso per la sua liberalità quanto a condanne a morte.

Margaret Pole, contessa di Salisbury, ricevette, come da cronache narrato,  un dieci o persino undici colpi d’ascia prima di essere finita in una cerimonia privata (non si faceva scempio pubblico dei nobili) ma comunque davanti a un centocinquanta persone circa. Ci sono vari resoconti dei fatti, e quindi alcuni saranno sicuramente fantasiosi, c’è chi sostiene che lei, forse per professione di innocenza sul suo supposto tradimento, forse per paura della morte, andò al ceppo del tutto controvoglia, opponendo resistenza, e nonostante l’età avanzata (67 anni) dovette essere brutalmente trascinata e sistemata sul patibolo con l’uso della violenza.

C’è chi dice che dopo il primo colpo non letale alla spalla, si tirò su, si liberò e dovette essere inseguita per tutta la stanza dal boia, un giovinastro maldestro, affinché gli fosse possibile terminare l’opera che comunque constò di altri vari infruttiferi colpi alla nuca, prima che si riuscisse a prendere il collo.

Il filosofo e storico Hume riferisce: “rifiutò di posare la testa sul ceppo, e sottomettersi ad una sentenza che era stata ricevuta senza alcun processo. Disse al boia che se avesse voluto la testa, se la sarebbe dovuta prendere come gli riusciva: e così, scuotendo i capelli grigi e venerandi, corse per il patibolo; il boia con la sua ascia, la inseguiva e molti inutili colpi, diretti al collo furono portati, prima di darle quello fatale.”

Alla fine lei pagò per lo scritto irriverente del fratello, e vescovo cattolico, che aveva fatto infuriare il tiranno inglese.    

Nel 1686 Ketch fu spedito in prigione per aver insultato uno sceriffo. Il suo posto fu preso dal suo assistente, Paskah Rose, che era stato un macellaio e quindi avrebbe dovuto sapere maneggiare un’ascia. Rose però fu arrestato dopo soli quattro mesi per una rapina, dopo essersi introdotto, con dei complici, nella casa di un certo William Barnet ed aver sottratto un cappotto da camera e altri capi di abbigliamento. A Ketch, per la gioia dei futuri condannati, fu riassegnato il suo posto, e impiccò lui stesso il suo assistente a Tyburn.

Non è raro avere boia a loro volta giustiziati, a riprova, forse, del fatto che persino la contemplazione ravvicinata (altro che prima fila!) e costante di ciò che dovrebbe servire da deterrente non funziona affatto come tale. La pena capitale ha scarsi effetti preventivi sul crimine.

Anche l’inglese John Price fu impiccato, per omicidio. Londinese, da giovane garzone presso un commerciante di stracci fino alla morte del suo padrone, servì nella Royal Navy, ma sembra aver vissuto costantemente sul filo della legge; in un’occasione nel 1715, dopo l’esecuzione di tre uomini a Tyburn, fu arrestato per debiti. I suoi guadagni, le mance, e le vendite di quel giorno, lo aiutarono a evitare la prigione, ma alla fine i suoi problemi finanziari lo spedirono al Marshalsea, a Southwark, Londra. La prigione per debiti in Inghilterra andò avanti per un altro bel pezzo.

Dopo alcuni mesi di carcere Price e un complice riuscirono a fuggire scavando un buco nel muro della prigione. Poco dopo nel 1718 uccise un uomo per poi selvaggiamente aggredire e pestare una donna di nome Elizabeth White a Bunhill Fields, la quale morì a seguito delle ferite riportate, quattro giorni dopo. Fu arrestato e condannato per il suo omicidio, rimase in prigione a Newgate per cinque settimane prima della sua esecuzione il 31 maggio 1718. Il Weekly Journal riportò che il boia pochi giorni prima dell’esecuzione violentò persino una giovane ragazza che gli aveva portato del cibo in cella.

Meno gravi furono le condotte di William Marvell, carnefice inglese del XVIII secolo e fabbro di professione, che si occupò di impiccagioni a Tyburn, luogo dove tradizionalmente venivano eretti i patiboli, a partire dal 1715, ma perse il lavoro a causa di debiti a novembre del 1717. Due anni dopo fu condannato per furto dopo aver rubato 10 fazzoletti di seta.

Jemmy Botting fu un altro boia della prigione di Newgate a Londra, tra il 1817-1819 durante il quale impiccò un totale di 175 persone. Il suo successore fu il famoso John Foxton, che in precedenza era stato il suo assistente. Botting morì ad Hove  nel ‘37, a seguito di una caduta dalla sua sedia a rotelle in strada. Era così odiato che nessuno intervenne in suo soccorso.

Ma la cosa più interessante della vita del secondo riguarda alcune notevoli esecuzioni che egli realizzò tra cui quella del truffatore Henry Fauntleroy nel 1824 e dei cinque capi della cospirazione di Cato Street nel 1820. Quest’ultima esecuzione fu l’ultima a cui seguì anche la decapitazione pubblica, s’é accennato come funzionasse la prevenzione del crimine dai tempi dei primi Plantageneti. Anche l’Inghilterra si adeguò al mondo e fece i suoi lenti passi avanti dai tempi di Edoardo I e suo padre col loro macabro squartamento.

Fauntleroy aveva iniziato a lavorare come cassiere alla Banca londinese di Marsh, Sibbald & Co. di cui il padre era uno dei fondatori, e poi ne assunse la piena dirigenza. Nel 1824 la Banca sospese i pagamenti, lui fu arrestato e processato per reati finanziari come firme false, appropriazione indebita di un quarto di milione, che aveva speso in dissolutezze varie.

Fu condannato all’impiccagione, ma altri banchieri si mobilitarono, con testimonianze sulla sua integrità personale, e si fecero parecchie pressioni affinché il rampollo non fosse giustiziato.

Addirittura un italiano, tale Angelini, si offrì di salire sul patibolo a posto suo. Edmund (o Edmondo) Angelini scrisse a Lord Mayor: “Fauntleroy è un padre, un cittadino, la sua vita è utile, la mia un peso per la società”. Fu invitato alla Mansion House, dove ripeté tra le lacrime, in francese: “accordet moi cette grace”, quella di essere ammazzato. C’erano dubbi della sua sanità mentale, scrisse in seguito che al momento in cui si era offerto, un fantomatico assassino era andato da lui per sparargli. E ancora: “lasciate che questo mostro riveli il suo nome; sono pronto a combattere contro di lui; sono ancora determinato a dare me stesso in cambio del sig. Fauntleroy. Se la legge di questo Stato può ricevere un tale sacrificio la mia morte renderà al cielo un innocente e alla terra un peccatore pentito”.

Alla fine il banchiere fu impiccato, ma si propalò l’infondata diceria che lo voleva felice in panciolle all’estero, avendo beffato tutti e la morte, in virtù di un semplice tubo d’argento infilato in gola. Di certo morì, ma visse ancora dato che la sua fama rimase nero su bianco col romanzo Valgioconda (The Blithedale Romance) terzo maggior successo dello scrittore di Salem nel Massachusetts, Nathaniel Hawthorne, uno dei maggiori narratori americani dell’800, trascendentalista, il cui maggiore successo fu “La lettera Scarlatta”, e che fu discendente di uno dei giudici del delirante processo per stregoneria, che tutti conoscono, e che si diede in quella disgraziata città. La sua opera “La casa dei sette abbaini” tratta di stregoneria.

La fama di Fauntleroy fu reiterata ancor più nel romanzo di Susan Grossey, “Fatal Forgery”, dove è il personaggio principale. Per inciso, il bilancio del processo alle streghe di Salem, sul volgere dello sventurato XVII secolo, fu di: diciannove “streghe” impiccate, altre sette persone decedute (tra cui due bimbe) in prigione, una fu poi considerata innocente, due evase, quattro perdonate, una delle quali su ammissione di colpevolezza; Giles Corey fu pressato a morte, altre duecento persone furono a vario titolo torturate. Per fatti e fenomeni che oggi sappiamo non esistere affatto.

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