I BOIA e Altre Atrocità, Parte XXII

George Smith fu popolarmente conosciuto come Throttler Smith (lo strangolatore), nato a Rowley Regis nelle West Midlands inglesi, operò lì gran parte delle sue esecuzioni. Anche se di buona famiglia fu coinvolto in bande e in microcriminalità nella sua vita precedente alla carriera da carnefice, e fu imprigionato nel carcere di Stafford in diverse occasioni per furto.

Anche Smith imparò il mestiere operando come assistente del boia precedente. Il suo primo impegno da solista fu la pubblica esecuzione di James Owen e George Thomas Stafford fuori Gaol, anche se continuava a lavorare con Calcraft in tutto il paese. Curiosamente Smith era imprigionato a Stafford al momento dell’esecuzione di Owen e Thomas, ma Calcraft lo segnalò per il compito, perché il suo assistente regolare aveva alzato troppo il gomito per poter partecipare. La storia dei due, di professione barcaioli, è rimarchevole per il fatto che un terzo complice, Ellis, fu scagionato all’ultimo momento, poco prima di essere giustiziato con loro, grazie a delle dichiarazioni dei due, che avevano stuprato e annegato una ragazza.

Quando il Governatore diede la notizia che la pena era stata commutata in deportazione, si legge, fu difficile sapere quale dei soggetti la percepì con più intensità, il graziato scoppiò in lacrime, e prendendo ciascuno dei suoi ex soci per le mani, le baciò affettuosamente ed esclamò più volte, “Dio vi benedica, cari ragazzi!” In particolare Owen, pianse amaramente. Gli uomini salirono i gradini del patibolo senza assistenza. Il carnefice mise subito loro le corde al collo, e gli diede la mano, come di rito, non appena il cappellano pronunciò le parole  “Nel bel mezzo della vita noi siamo nella morte” la fatale cerniera scattò e gli infelici cessarono di esistere.

L’impiccagione di più alto profilo di Smith fu quella di William Palmer, giustiziato il 14 giugno 1856 dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver avvelenato John Parsons Cook, ma popolarmente gli vennero attribuiti circa quattordici assassini tra cui quello della sua matrigna, il fratello e la suocera, nonché quattro dei suoi figli che erano morti tutti di “convulsioni” prima del loro primo compleanno. Strano, no?

Elizabeth Palmer morì nel 1851 che aveva circa due mesi e mezzo, Henry l’anno successivo era di circa un mese, Frank, stesso anno, morì solo sette ore dopo la nascita, infine John Palmer nel 1854 aveva solo tre o quattro giorni.

Palmer ottenne ingenti somme di denaro dalle morti di sua moglie e del fratello dopo aver ereditato le assicurazioni sulla vita, e dopo aver frodato la madre benestante per migliaia di sterline. Perdeva al gioco d’azzardo e scommettendo sui cavalli, attività che andavano finanziate a tutti i costi.

Charles Dickens lo definì “il più grande criminale che mai si trovava nell’Old Bailey”. Usava la stricnina per uccidere. Alla fine fu preso per l’omicidio del suo giovane e benestante amico, che lo accusò prima di morire, e che si era ripetutamente sentito male tutte le volte che aveva preso dei caffè da lui serviti. In effetti si era anche insospettito.

Si racconta che quando arrivò al patibolo guardò la botola e chiese al boia: “Sei convinto che sia sicura?” ma non furono queste le sue ultime parole più rappresentative, perché quando il Governatore gli chiese in punto di morte di ammettere la sua responsabilità si diede il sinistro dialogo: “Cook non è morto per la stricnina.” “Non è il momento per cavilli: hai ucciso o no Cook?” “Il Magistrato mi ha sentenziato per avvelenamento da stricnina.”  

Smith venne pagato cinque sterline più le spese per effettuare l’impiccagione. La sua ultima esecuzione avvenne nel 1866, ancora una volta a Stafford Gaol. La vittima era un uomo di nome Collier, un bracconiere che era stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di un rispettabile gentiluomo locale. Purtroppo per Collier la corda scivolò dal trave del patibolo al primo tentativo di Smith, con un conseguente ritardo di cinque minuti prima che la sostituzione potesse essere completata e la forca fosse agibile.

Un altro aiutante di Calcraft fu Robert Anderson Evans di Carmarthen, nel Galles, curiosamente studiò da medico, ma non praticò mai, prese invece parte a sette impiccagioni come il boia capo. La sua performance più famosa fu una impiccagione tripla di assassini: Mary Anne Barry, Edwin Bailey, e Edward Butt che ebbe luogo il 12 gennaio 1874 nel cortile della prigione di Gloucester. Anche lui usava ancora il metodo della caduta corta, e dal momento che la piattaforma del patibolo era stata sistemata in un fosso in quella occasione, il boia dovette salire sulle spalle della Barry che non morì all’istante; fu l’ultima donna ad essere impiccata con tale metodo deficitario e anche l’ultima donna ad essere giustiziata a Gloucester. Il boia la sentì sussurrare di aver sognato che sarebbe morta così.

La sua colpa fu, assieme al complice, compagno, negoziante di scarpe, alcolista, donnaiolo e debosciato, oltre che co-giustiziato Bailey, l’omicidio per avvelenamento della piccola figlia illegittima di lui di appena un anno di età, Sarah, che i due consideravano un fastidio. La commessa del suo negozio era stata sessualmente molestata da Bailey, ma non solo non aveva denunciato il fatto, aveva anche continuato a frequentare il posto, fino a che era rimasta incinta della piccola, che il gentiluomo non aveva voluto riconoscere. Doveva però dei soldi per il mantenimento. Avevano escogitato di mandare delle polveri calmanti per infanti sostituendone il contenuto con la stricnina. La piccola era morta di convulsioni, ma la madre insospettita aveva denunciato il fatto alle autorità che non ci misero molto a chiarire i fatti.

Edward Butt, invece aveva sparato una fucilata a una ragazza, che non voleva una storia a lungo termine con lui.

William Marwood fu colui che sviluppò la tecnica di impiccagione conosciuta come la “salto lungo” (o “caduta lunga”) e opposta, come si può ben immaginare a quella del “salto breve” (o “caduta breve”) che a fronte di un irrisorio risparmio di corda, abbisognava, assai spesso e come abbiamo visto, di dolorosi interventi successivi all’apertura della botola affinché la morte sopraggiungesse in tempi ragionevoli.

All’età di 54 anni convinse il governatore della prigione Lincoln Castel di permettergli di condurre l’esecuzione di William Frederick Horry. Il modo efficiente in cui la realizzò lo aiutò a essere nominato boia dagli sceriffi di Londra e Middlesex nel 1879, in successione a William Calcraft, con un compenso di 20 sterline l’anno più 10 per esecuzione.

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