I Calci di Rigore.

Durante l’irreale silenzio che avvolge l’Italia durante i calci di rigore della nazionale, se uno se ne sbatte della partita, può distinguere chiaramente parole e gesti che fanno molto pensare.

Immancabilmente una serie di frasi e smorfie ripetitive e di prammatica segue la proclamazione del tiratore designato.

È sempre uno che “non sa tirare”, se si tratta di un fenomeno indiscusso è a rischio di errore proprio per questo, “eccolo che sbaglia!”, “questo no!”, “oddio mo!”… Etc. Fino a che non si segna.

Perché? Per scaramanzia! Tutto il resto del mondo (o quasi) spera e basta, da noi le recite!

Sarebbe pure una cosa divertente, ma il mio timore è che tutto ciò ci pregiudichi aumentando di molto la pressione psicologica che in frangenti del genere è già altissima ovviamente.

L’errore è determinato, in genere e in ogni campo, molto da fattori psicologici, da incertezza e insicurezza, dal timore di sbagliare, e la schiavitù di eseguire certi rituali, e specie il pensare che oltre alla “fisica” e la preparazione-abilità vigano e incombano forze che vanno esorcizzate o congiurate peggiora solo le cose.

Mettiamocelo in testa: non si vince per trucchi, non si vince per fortuna, non si perde per sfiga! Si vince se si gioca bene e si fa gol, gli orpelli incidono solo nel farti sembrare uno stupido e, nel peggiore dei casi, anche uno scorretto, dedito a mezzucci pur di spuntarla.

Per una volta le statistiche mi danno anche ragione: fronte alla Germania, che ha una percentuale di successi dell’83%, ed è prima, l’Italia si attesta diciassettesima con il 30% delle vittorie, cosa che non corrisponde affatto, credo, al valore effettivo della nostra blasonatissima nazionale.

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