I coglioni della mia vita, aneddoto IV

Finalmente qualcosa di personale! Sto invecchiando! Ho visto ambienti di tutti i tipi, palestre, biblioteche, università, consigli di amministrazione, tribunali, bettole, ville, famiglie, ospedali, alcuni di essi particolarmente adatti alla profusione di coglioneria. Questa è una nuova serie dedicata a tutte le persone coglione che hanno lasciato un momento indimenticabile di coglioneria nella mia memoria.

 

“Qualcosa” di più che coglioneria oggi. Nel periodo ampio e approssimativo in cui uscivano capolavori indiscussi quali Holy Diver, Powerslave, Feel The Fire, Defenders of the Faith, allo scuro di tutto ciò, nella dimenticata campagna di Campolungo (AP), in tranquilla reclusione agreste, la preoccupazione di mio fratello e mia, vostro umile narratore dell’umana dabbenaggine o coglioneria, fu, per solo un paio di giorni, l’accudire un povero cane nero. Smunto e coperto di zecche, apparentemente s’era smarrito, ma invece era fuggito dai possedimenti di un prepotente signorotto trogloidiota autoctono. Lo sapemmo quando quest’ultimo, senza dire una parola, irruppe rombante e derapando nell’aia (di proprietà privata) antistante la casa colonica che abitavamo ignari del duro futuro che ci attendeva e del mondo, e, sceso dalla jeep, con un colpo di doppietta fece saltare il cervello del povero animale, che gli si avvicinava riconoscendovi, timoroso, il padrone. Criminale! Merda! Aveva pure ragione lui: il cane era suo! Eravamo lì tutti e due, mio fratello e io, a forse due metri dallo schizzo di sangue e massa cerebrale.

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