I Dieci Comandamenti Secondo la Dispensa

La mia religione vieta di lavorare e in particolare proibisce di lavorare il venerdì, che è un giorno, anzi IL giorno sacro.

Ma cosa sia “venerdì” è oggetto di distinzioni teologiche stanche e sterili quanto quella sulla dispensa dal lavoro.

Conclusione certa: tutto è venerdì! Il venerdì è ogni luogo del tempo, dato che la nostra settimana si compone unicamente di un giorno e guarda caso proprio di quello che voi chiamate, appunto, venerdì.

Chiaramente una volta a “settimana” (per voi di sette giorni, per noi di uno) il vostro venerdì coincide col nostro, ma è un puro caso.

La dispensa dal lavoro è il primo comandamento del nostro credo, ed anzi la nostra chiesa si chiama proprio “Dispensa”. Intesa proprio come luogo dove si conservano gli alimenti e che noi frequentiamo e dove ringraziamo e lodiamo il Signore per ore: onorandolo (e odorandolo) nella scelta del cibo.

La nostra guida spirituale si appella il Pappa! Il suo cappello distintivo è la toque blanche, il suo pastorale o scettro il mattarello.

Infatti il nostro credo, seppur ci impone di evitare il “sudore della fronte” (antica espressione per indicare il lavoro) non ci impedisce affatto di mangiare e bere assai; anzi, specie il secondo comandamento ci impone addirittura di consumare cibi delicati e ricercati in gran quantità.

Ovviamente non disdegniamo di onorare la cucina casereccia del padre e la madre, come impone il quarto comandamento.

Il nostro è l’unico Dio quindi sarà bene dargli retta, è il dio della squisitezza, il suo primo attributo è infatti la bontà, ma intersa proprio come delizia papillare, gustosità.

Il suo simbolo, di antiche e misteriose origini, è ancora oggi un arcano triangolo (o piramide) di formaggio fritto aprutino con un’oliva greca al centro.

Va subito detto che il nostro è un Dio schizzinoso almeno quanto i suoi figli buongustai, non vuole essere odorato da tutti, ma solo da alcuni pochi prescelti.

Gli altri esseri del pianeta, che noi chiamiamo gohim (in antico: “la bestia necessaria”, al sostentamento, si capisce), non sono degni d’altro che di procurare elaborati ed esclusivi manicaretti e specie caviali del Volga per la liturgia quotidiana, simbolo, assieme alla vodka distillata almeno tre volte (numero magico), della unitaria trinità del nostro Dio, corposo, liquido e di spirito.

Disprezziamo assai ogni altro credo, ma in comune con essi, tutti, abbiamo le loro festività, che onoriamo senza eccezioni e che, per precetto del terzo comandamento, non dobbiamo mai dimenticare.

Costretti a seguire il rigoroso (e centrale) precetto di non lavorare (e secondo l’interpretazione teologica corretta di non faticare e sforzarci proprio) il quarto e sesto comandamento ci consentono anzi determinano e incoraggiano a uccidere e rubare.

Questi atti sono chiamati “atti di sussistenza per dispensa divina” e sono ben visti e molto onorati, se non praticati verso i fratelli, quand’anche nell’esecuzione degli stessi è raccomandata prudenza e discrezione, uso di veleni, induzioni al suicidio per disperazione, sfruttamento parassitario dei sistemi bancario e finanziario.

Enorme è la Dispensa di Dio, ed essa ci dispensa anche dal tenere repressi gli atti che altri definiscono impuri! Possiamo infatti e dobbiamo, a detta del quinto comandamento, eiaculare spesso e con gusto, procurarci e procurare orgasmi e fornicare il più possibile, pur di stimolare l’appetito, attività fondamentale dato che altrimenti, non lavorando, la fame sarebbe contenuta, o la ciccia troppa.

Pur di essere del tutto chiaro, il decalogo divino (scritto da Dio in persona e consegnato al profeta inciso su squisiti pasticci di carne divorati dai primi patriarchi) ci spinge nei suoi ultimi due precetti, dissipando ogni dubbio o timidezza a riguardo, a desiderare assolutamente e a prendere e pretendere sia la donna che la roba d’altri e vagare per il mondo come essendo di esso i padroni.

Per ultimo ci rimane da enunciare l’ottavo precetto, che ci affranca dal dovere di non mentire e anzi ci spinge proprio a coprire ogni fratello e sorella con la più assoluta e sfrontata mendacità anche nelle Corti di Tribunale.

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