I Tatuaggi

Non mi erano mai piaciuti i tatuaggi, e non ne ho mai voluti addosso, ma non per ragioni religiose, come le stupidaggini della Bibbia di Re Giacomo, Levitico 19:28, Corinzi 6:19-20, Rivelazioni 19:16, e così via, non sono religioso, al contrario, sono ateo e umanista; semplicemente non ne capivo il senso, non vedevo cosa avessero di attraente e perché mai uno potesse decidere di imbrattarsi così, e per giunta spendendoci soldi su: pagare per una macchia indelebile e al contempo sbiadita dopo qualche anno. Da quando, poi, sono diventati di moda, avevo iniziato ad odiarli veramente, con l’intensità che mi caratterizza un po’ in tutto quello che faccio e penso.

Pensavo ci fosse qualcosa di razionale alla base della mia ostilità, se un tatuaggio è brutto, perché farlo? Se è bello… ma forse la mia antipatia è stata sempre e del tutto arbitraria, come tutte le antipatie, ma anche come tutte le simpatie. Mi piace riflettere su questi temi, e credo che buona parte delle ragioni per lo più inconsce, o più correttamente inconsapevoli, che contribuivano alla mia posizione intollerante, fosse da ricondursi alla insopportabile temporaneità di quei soggetti. Sì, credo fosse questo il punto fondamentale, l’effimero spaventa un po’ pure me tutto sommato. Perché non posso certo dire che alcuni tatuaggi non siano belli, ben realizzati, anzi, ammettiamolo, vere opere d’arte; ma proprio questo è il problema: un’opera d’arte, che dura quanto una persona, è come un Caravaggio, da buttare dopo qualche anno. E peggio, un’opera d’arte attaccata a un testa di rapa qualunque, dalla quale non puoi scinderla, devi sopportartela, è una bestemmia; sarebbe come andare a vedere il Cenacolo e trovarsi Mr. Nessuno lì, che straparla di chissà che ogni volta, volgare, ti subissa di idiozie, non sta zitto un secondo, fa commenti da bar, magari rutta e beve, mentre cerchi di concentrarti. Un incubo!

Lo so, è impraticabile il completo annichilimento dell’identità che agogno da sempre, dell’arte e specie di quella figurativa, la più primitiva, non dovrebbe nemmeno essere noto l’esecutore (mai autore vero), ed è illusoria ogni idea di “eternità”; nulla è eterno, e nulla è mai nemmeno lo stesso sempre. Il cambiamento è morte, in un certo senso, ma questo comporta anche che la morte è solo un altro cambiamento tra tanti, Zhuāngzǐ.
I dipinti conservati nei musei non sono meno “morti” dei vecchi tatuaggi di qualche motociclista deceduto in una sparatoria, o in un incidente, anni or sono, ormai polvere; gli affreschi di Roma o Firenze, i mosaici di Ferrara, gli arazzi della Regina d’Inghilterra, non li vediamo con gli stessi occhi di chi li ammirava quando furono realizzati; in effetti quelle opere lì, in senso stretto intese, non esistono più, sono andate perdute come vanno perdute le epidermidi dei cadaveri di chi ha amato la decorazione pittorica corporale umana, ed erano state, e sono tutt’ora, perdute le Piramidi, per immani che siano, per quante migliaia di anni ci impiegheranno a divenire finalmente la sabbia che già le coprì per secoli.  

Nonostante queste considerazioni contraddittorie, non sono riuscito a cambiare veramente idea fino a due anni fa. Devo ammettere di essere un tipo davvero testardo, lo dicono tutti, lo so da solo, ma questa volta, sorprendentemente, sono riuscito a fare qualche passo in avanti.
Due anni fa venne mio nipote ad aiutarmi in garage, dovemmo muovere grosse scatole pesanti e una quantità di ciarpame che mi si era andato pigramente accumulando negli anni, roba che avevo deciso doveva diventare dei rigattieri. Col caldo di luglio, in canottiera, notai subito che era coperto di tatuaggi; ne contai sei, sette… nove, mi disse sorridendo con un filo di soddisfazione. È ancora nei venti, lo si deve capire, è ingegnere, è alla moda.
Non ci avevo mai fatto caso, però; non lo vedo nemmeno più spesso, va detto.

Parlammo un po’ del tema, gli illustrai le mie perplessità, che conosceva e che forse avevano contribuito a non palesare prima le decorazioni, è un ragazzo molto intelligente e preparato, in un paio d’ore mi fece un quadro generale e coerente della situazione, espose le sue ragioni articolatamente, insomma riuscì a convincermi. Ricordo che percepii subito “un click” dentro di me, da lì in avanti ho iniziato a vedere i tatuaggi in un modo nuovo.
Riguardo poi alla mia idiosincrasia particolare verso opere periture, o per lo meno “periture troppo in fretta”… insomma risulta che oggi anche a questo c’è rimedio, se si vuole, c’è chi dopo morto si fa conciare la pelle, salvando l’inchiostro prezioso che la decora. Sarà un’idea bizzarra, d’accordo, ma è efficace. Non so perché, ma mi ha comunicato certa sicurezza sapere che esiste un’alternativa alla decomposizione.

Quando se ne è andato mi ha detto che aveva un appuntamento proprio per quella settimana per un nuovo disegno, ha anche aggiunto che mi sarebbe di sicuro piaciuto, che anzi lo aveva scelto pensando a me e alle vecchie storie che gli raccontavo da bambino. Sarà ingenuo se non stupido, ma mi sono inorgoglito un po’. Non lo ho dato a vedere, ovviamente, ma colto da vera curiosità gli ho fatto promettere di tornare a farmelo vedere il prima possibile, una volta ultimato.

Tre settimane dopo era di nuovo da me, sulla schiena aveva una creatura uscita dalla fantasia contorta di Lovecraft, uno dei Grandi Antichi, probabilmente Cthulhu, sì, Cthulhu di sicuro, un mostro polipo, con occhi rosso granata, malvagio, con denti, tentacoli, becchi. Era magnifico, andava ben al di là delle aspettative, era veramente magnifico, splendido: i colori erano perfetti, la definizione straordinaria, la plasticità di quelle curve degna di un grande artista. Rimasi a bocca aperta davanti a quell’opera che aveva richiesto oltre trenta ore di lavoro serrato e due settimane per essere completata. Che meraviglia! Era talmente bella che sarebbe finita su una rivista specialistica, mi disse. Una foto, non sarà “per sempre”, ma è meglio di niente, pensai.

Da quel giorno valicai al lato opposto della mia posizione di partenza, iniziai ad interessarmi di tatuaggi in modo quasi ossessivo, li cercavo nelle persone che vedevo, selezionavo i migliori, acquistavo riviste, cercavo di capire e sapere come non mi succedeva da anni.
Su internet iniziai anche a realizzare copiose e approfondite ricerche di antropologia, insomma, mi dedicai in modo serio al soggetto, fino a divenire un esperto delle varie pratiche, scuole, origini, tecniche. Non vorrei arrivare a definirmi un’autorità, ma senza falsa modestia, sono di certo molto preparato; soprattutto mi sono interessato prima, e dedicato poi, alla strana e poco usuale pratica della conservazione dei tatuaggi, che non è ancora praticata in modo esteso, ma secondo le mie previsioni, col tempo vincerà! È la più sensata. Col tempo essa vincerà il tempo, se mi si passa il brutto gioco di parole.

All’inizio, come tutto, non ho avuto sempre successo, qualche tatuaggio, devo ammetterlo, lo ho rovinato per sempre, e mi dispiace da morire. Le buone intenzioni, si sa, non bastano, per avere successo, ci vuole non solo attenzione estrema, in campi dove si trattano oggetti delicati come lo è la pelle umana, ma specie è necessaria la pratica, l’esperienza diretta e reiterata. Ci sono mille fattori e reazioni che possono rovinare un lavoro accurato, un’incisione precisa. Oggi però, posso dirlo, ce l’ho l’esperienza, mi sento assai sicuro quando opero, e sto mettendo su una bella collezione di pezzi. Sarà una bella sorpresa per mio nipote, quando lascerò questo mondo e la passerò a lui. Per ora non ne sa niente nessuno delle mie “cartapecore”, come mi piace chiamarle in tono scherzoso. Seleziono i lavori migliori, solo quelli grossi, non mi dedico ad avambracci o polpacci, se non in rarissime eccezioni, li stacco, li conservo conciati tra lamine di pvc, come poster.
Anzi, proprio oggi ho visto un pezzo magnifico in piscina, una ragazza era tatuata con un polipo rosso e verde davvero splendido, che la avvolgeva dal collo alle cosce, avanti e dietro. Fortunatamente sono già riuscito a sapere dove abita, stasera vado a salvare il suo capolavoro.

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