II

Se dovessi fuggire da qualunque posto, fuggirei travestito da immondizia. È prodotta ovunque e chi non riuscirebbe a confondersi bene col pattume? Specie dopo una certa età. A me va proprio a genio, lo dirò. Quel tale però, il macellaio cannibale lo prese. Erano pure altri tempi e ci stava la carestia.  
A proposito! Dopo il Tamigi, mi stavo completamente scordando dell’Africa nera. Dunque, quando la mia avventura era voluta iniziare non ricordavo più nessuna lingua in particolare, probabilmente il mio linguaggio suonava agli autoctoni di ogni dove come il rumore bianco della tv, e non solo a loro. Come il Nimrod del Pozzo dei Giganti, ormai non parlavo che un idioma comprensibile solo a me stesso e del pari non capivo nessuno. Come era? “Raphèl mai amècche zabì almi” più o meno così ero stato tagliato fuori dal mondo. È tipico, non è da farne un dramma.

Cos’è che rende l’umano, il sapiens, scimmione di poco pelo, diverso da ogni altra bestia? E anche dal porco, con cui condivide così tanto DNA. Non la comunicazione, che è comune a tutti, ma il linguaggio. Non è un caso che la gente chiami in proprio linguaggio con lo stesso nome con cui chiama la propria nazione di provenienza; si sa che per molti è importante, ne vanno fieri, per quanto il posto in cui hanno avuto l’inconveniente di essere nati possa essere anodino, insignificante. Ecco, per me quelle cose erano scomparse. Avevo smesso di capire e di farmi capire da così tanto tempo che l’estinzione famosa mi prese in modo molto morbido, morbido come un sorso di Jameson dopo altri cento sorsi di Jameson. All’epoca, lo ricordo bene, per ogni persona viva ce ne erano almeno quindici morte; è un conto a occhio e croce, ci mancherebbe, ma è per capirsi. La proporzione cambiò drasticamente di lì a poco: cento, duecento morte.

Dicevamo, la relazione tra linguaggio e magia è ovvio a chi consideri che “spell” in inglese, la lingua meno comprensibile al mondo, è la sillabazione lettera per lettera di una parola o un nome, ma anche un incantamento. Nella mia ossessione per ricordare ogni lingua dimenticata, le avevo dimenticate tutte. Da qualche parte la chiamano par condicio. Invece negavo la realtà, che tanto non esiste, quindi … Sostenevo di esercitarmi a scrivere pezzi che sapevo (o speravo) avrebbero assunto uno strano senso in qualche posto del mondo, in qualche lingua, e lo facevo per mitigare lo smarrimento insondabile della solitudine smisurata che dà il non avere interlocutori.

Esempio. Per la becchiarda a volte si aggirano racconi dalla coda a bande elegante, in cerca di essen, sono i famosi panda della basura; vari coniglioni corrono in apparente spensieratezza e le ardiglie si inseguono sfrenate sui rami dei pecani in fiore; una vez un bazzardo enorme che atterra schrecklich sul grasso verde, forse per intimidire i piccoli blugei, li divora, i cardinali di fuoco, o le belle mosche di burro che si posano variopinte sui caprifogli allattamiele; i bambini del barrio, vociando laudi, ciauli e incuranti, giocano a nerfi, il panorama diventa assai spesso molto bucolico. Bacco ride, Artemide vola.
La base era ancora italiano comunque, anche se la mia lingua madre era il greco.

Redigevo liste, una mia fissa, delle più disparate: “Lista, invenzioni inutili nella storia”: macchina dell’onestà, pillola della felicità, simulatore onanistico, salvaschermo, tv …
Vi prego di credere che ciascuna consta di centinaia di entrate, ognuna con copiosa e puntuale dissertazione pseudoerudita.
“Lista di cose che mi erano piaciute e poi ho smesso”: coriandoli, cioccolato, Disney, libri, baci …
“Lista di cose che non mi erano piaciute e poi sì”: muffa del formaggio …
Ma stavo dicendo del monastero e della sua avventura alchemica, che poi, nasce tutto da lì e non vorrei divagare troppo in chissà che strana lingua.

Con la mia innata propensione per sceneggiate e strategie, mi feci subito amico il birraio. Come birraio era bravo, e distillava la frutta in eccesso che era uno spettacolo; come alchimista, che poi era la sua principale occupazione, forse non troppo. Aveva un’idea strana, come del resto lo era la sua linea di lavoro, pensava che lo specchio perfetto sarebbe stato invisibile, trasparente. Pensava, insomma, che non avrebbe riflesso niente, il che, alla ragionevolezza ignorante del lego spagnolo, o al buon senso scolastico, parrebbe vanificare l’essenza stessa di uno specchio. Il fatto è che lui era convinto che lo specchio assoluto dovesse riflettere le essenze e non le mere apparenze e l’essenza di ogni cosa è il nulla, dopotutto.

I suoi distillati … voglio dire, i suoi risultati non erano stati troppo incoraggianti. Mi mostrò dei prototipi avvantaggiandosi del fatto che ancora non avevo recuperato la vista. Era un po’ meschino, lui. Mi chiedeva: “che vedi?” e io: “assolutamente niente!” “Bene, beneee!” esclamava entusiastico allungando a dismisura le vocali. Non erano che pezzi di vetro.

L’Odissea, all’epoca libro dimenticato, ricordiamolo, l’avevo finita presto, dai! Decisi di aiutarlo. Non saprei dire perché, suppongo che il prendere parte a un progetto strampalato, condannato al fallimento e in cui non credevo per niente, fosse parte della mia weltanshauung odiosamente romanticheggiante ante litteram. Un vero disastro, in senso proprio: dis-astro, attività condannata al fallimento per via di essere realizzata sotto una mala stella.
Alcuni dicono che ci chiudemmo nel laboratorio per anni, altri contano il tempo in secoli, addirittura. La gente esagera sempre, a me parve molto, molto meno tempo.

Alla fine eravamo arrivati a qualcosa di tecnicamente notevole, però: un disco di metallo di un palmo di diametro, pulito e levigato, oggettivamente molto bello, estremamente leggero, estremamente resistente, ma nero, non trasparente. Nero come niente altro era mai stato nero prima o dopo di esso. Non c’era possibilità di macchiarlo, graffiarlo, sporcarlo, ungerlo, ma ci avanzavano un paio di candelieri, lo montammo in una cornice con maniglia in foglia d’oro puro, senza dire niente all’abate, si intende.

Penso che per un oggetto del genere molte scimmie glabre avrebbero ucciso e di buon grado. Ci specchiammo, lui non vide nulla, niente di niente. Io nemmeno, all’inizio, dopo un’ora mi parve di identificare un alone. Impossibile! Attribuimmo alla mia vista ancora un po’ debole, condannata alla sola luce di braci, fosforo e candele, l’episodio, ma decidemmo di guardare insieme, uno attaccato all’altro io davanti, lui appena dietro, come in un quadro del diciassettesimo secolo. L’alone ero io, lui non emetteva alcunché.

“Tutto da rifare”, disse affranto. “Tutto da rifare!”
“Non è possibile che sia colpa mia?”
“Che tu sia davvero qualcosa? Impossibile! Nessuno è altro che niente. Lo specchio non funziona, punto!”
Argomento convincente.
Al tempo stesso, sentii un crescente disagio. Che sarebbe successo se non fossi stato nulla? Che disgrazia mi era infine andata a cadere addosso?
La preoccupazione divenne crescente, fino all’ossessione. Lui parlava di specchi e dello specchio, io lo interrogavo sulla vita eterna.

“Un essere, tu affermi, e son con te, è niente, uno specchio perfetto sarà in grado di percepire la sua assenza di essere… questo specchio è perfetto, eppure emetto un alone…”
“Non è perfetto, ecco tutto! Smetti di darti tanta importanza. Non hai niente di speciale…”
“Lo so bene! Lo spero bene! Ma altrimenti? Che significa? Che mi aspetta? Vagare per sempre, in un mondo a cui non appartieni, a cui si smette di appartenere al massimo in qualche decina di anni… Insomma, lo sai, c’è chi afferma che l’essere non può che essere…”
Che orrore! Ero stanco di essere nessuno essendo qualcuno, volevo la cosa intera, come tutti.
Non mi ascoltava. Nemmeno birrificava più. E quindi lo lasciai.
Inutile dire che il tarlo del dubbio mi rosicava il cervello.

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