III

Quel drago della battaglia aveva bevuto già molto idromele dei corvi, in innumerevoli fragori di lancia, quando ne afferrai l’elsa con la sinistra e finsi di essere un guerriero per circa un sei secondi; quali i motivi per versare tanto dorato mare delle ferite, ammassare lacrime di Freya che splendenti come maledizione del bosco avvelenano le pietre dell’umano valore?

Poi tornai alla carta e alla penna. “Lista di oggetti persi”:
– mocassini in pelle di alligatore verdi, con cuciture in filo giallo, fatti a mano (ma per un’altra persona);
– scatola di baicoli veneziani 1905/15 in latta;
– dado a cono di Tlön (replica) e moneta commemorativa della nascita di J. L. Borges, Argentina, 1999;
– tubo di pasta da denti edizione lusso per barberia e flacone di dopobarba Floyd con pompetta in gomma nera;
– girarrosto italiano in stile francese fine ottocento completo di spiedi e manovella.
“Lista di oggetti da perdere”:
– mug con immagine blu di Mr. Spock e dicitura “live long and prosper” e USS Entrerprise sul retro;
– collezione DVD del Signore degli Anelli, versione estesa della versione estesa, ristampa del centenario e scatolta color nostalgia (giallo paglierino) con Silmaril in finto osso;
– imitazione (paccottiglia, proprio!) della pietra filosofale di Paracelso con brochure di utilizzo in stile liberty.

Il domestico aprì la porta per segnalarmi che mi aspettavano nella sala da snooker. “Macanudo?” “Grazie!” risposi e finsi di interessarmi alla partita tra due gentiluomini in battichiappe.

Ma cominciamo daccapo, altrimenti non si capisce niente.
Non avevo una casa, non avevo una patria, non avevo una famiglia, né uno scopo, né niente altro, ormai. Non avevo nemmeno più un linguaggio e meno che mai un’identità. Insomma, tutto andava a veramente a gonfie vele, finalmente. Il piano inizia a prendere forma.
La fortuna si era fatta attendere, ma le cose stavano girando proprio per il meglio, quando tornarono a visitarmi le immagini, le immagini definitissime, ci tengo a precisare, di un passato pressoché olvidado.

Jacopo del Nacca, sì, sempre lui, Filippo Argenti, quel farabutto, Uguccione della Faggiuola con le sue etimologie strampalate, che tante lacrime fecero versare, ahi, ai calunniatori del vostro devotissimo, frate Gomita, la famiglia da Montefeltro in tre generazioni intere, il Mosca. Su tutti, spiccava per alterigia, accigliato peggio di Federico, Manente di fu Jacopo degli Uberti, ci ho sempre avuto un debole, Nastagio degli Onesti, Jacopo dei Pazzi, Vanni Fucci, filibustiere emerito e Ghino di Tacco vicino a conte Orso.
Avevo più in comune con loro che con tutti gli altri. Si erano assiepati sotto alla targa in metallo della Jim Beam, su una barca, si sa, c’è poco spazio.  

Da pessimista quale sono, decisi dunque di scendere all’inferno, mi aspettavo di trovarli tutti lì, invece non c’era nessuno. Mi sorpresi, ma mi dissi, “beh, meglio così!” allora salii su in paradiso, ma non trovai nessuno neppure lì. Completamente vuoti, dove erano finiti tutti? Ancora non avevo capito. Questo avvenne più o meno dopo che fui, e durò un bel pezzo la cosa, a capo della più grande libreria di terracotta della storia. Durò fino a Ashurbanipal, ma non fu lì, che imparai i due percorsi per trovare i posti di cui parlavo, quelli sapevo già come raggiungerli. Fu Tapputi Belatekallim, con la quale avevo lavorato nei ritagli di tempo in passato, ad aiutarmi. Che donna!

Arrivare a così in basso e così in alto non è impresa banale, c’è procedimento complicato da seguire, ma non divaghiamo. E non voglio parlare dello smarrimento provato nelle desolate solitudini dell’ultramondo, bianco e nero, questa non è la storia delle mie emozioni, si dirà solo che il senso di angoscia, l’oppressione, superarono ogni possibile ghirigoro mentale o nasale assiro, ogni impresa epica nella storia del mondo. Specie l’anfiteatro empireo, nella sua desolazione mette il vomito.

Invece di imbarcarmi sul piroscafo, come mi ero determinato di fare, decisi di visitare il famoso paese delle ferrovie, e prendermi un sabatico lì. Ero già in linea per salpare, cambiai idea al momento, spinsi tutti quelli accodati dietro di me, tra “ma insomma!”, andai in biglietteria e comprai una pletora di biglietti di treno per i posti più disparati, sperando che almeno uno di essi avrebbe funzionato.

La sera stessa mi feci trovare sotto la pensilina del binario unico del posto. Come in altre parti del paese, le rotaie erano solo disegnate a terra, non erano ancora state installate. Fu difficile prendere il treno, mi avevano avvisato, non fermò, la ressa lo assalì, io tra i tanti, per pura fortuna una signora cicciona inciampò e cadde su un anziano minuscolo, lo frantumò tutto, probabilmente, io riuscii solo a percepire una sorta di sordo lamento simile a quello caratteristico dei felini domestici colpiti da un oggetto contundente, il resto fu attutito e intrappolato dal grasso. Io a mia volta caddi sul sederone della signora, che mi catapultò dentro quasi incolume.

Viaggiammo per mesi, senza mai fermarci. Ammiravo esausto e malinconico i deserti, la polvere, i cactus, le formazioni rocciose, i canyon, i fiumi, giorni e giorni di costa e mare, giorni e giorni di un sole abbagliante, e di acqua pure abbagliante, pioggia, neve.

Poi un bel giorno sentimmo le ruote rallentare, frenando con crescente decisione fino a che tutti fummo gettati in avanti e poi violentemente sui nostri sedili, chi li aveva. Eravamo fermi.
Scendemmo tutti, alcuni baciarono la terra rossa, io non sono individuo da tali buffonate; ci trovammo sull’orlo di un canyon. Ad un passo dal locomotore, il baratro, la rotaia finiva dietro la prima ruota d’acciaio del convoglio. Tutti dicevano con certo sollievo e tono ottimistico e felice: “l’abbiamo scampata bella”. Io ero l’unico accigliato e inquisitivo. Dall’altra parte, a un, non saprei, forse nemmeno cento iarde inglesi, meno di uno stadio greco comunque, la rotaia riprendeva, ma non c’era ponte.

Guardai in basso dall’orlo. In fondo, a perdita d’occhio scorreva un fiume, così lontano che nonostante fosse assai veemente, non giungeva un rumore. Fu lì che decidemmo, tutti insieme, passeggeri, controllore, macchinisti, inservienti, di produrci nell’impresa più epica che il paese avesse mai contemplato. Smontammo il treno pezzo per pezzo, lo portammo a spalla giù in basso, attraversammo il fiume in piena a rischio delle nostre vite, e issammo il tutto, tonnellate e tonnellate di metallo dall’altra parte. Poi rimontammo il tutto, a memoria, senza manuali, e riprendemmo il viaggio. Meno della metà di noi ce la fece, gli incidenti ci decimarono. Il morale però non s’era mai afflosciato.

Io stesso fui ferito durante i lavori. Decisi di non ripartire. Mi feci abbandonare lì, presi una canoa di fortuna, mi gettai in acqua, due notti dopo mi trascinai nel fango senza sentire il dolore per i tagli che mi laceravano la carne. Strisciai fino al centro di un tempio in rovine che aveva un tempo avuto il colore del fuoco e ora quello della cenere e decisi di dormire. Era mia intenzione sognare un uomo e dargli vita così.

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