Il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Una speculazione su una diatriba tra “ottimisti” e “pessimisti”.

Chiarito che l’unico atteggiamento “coraggioso” verso il futuro, ma in definitiva l’unico autenticamente “umano”, e anche l’unica opzione razionalmente percorribile, è quella progressista, propositiva e incline al cambiamento, con lo scopo di arrivare a un miglioramento, come andrebbe definitivamente visto il bicchiere riempito solo a metà?

Nella vulgata chi vede un bicchiere riempito a metà e lo definisce “mezzo pieno” è ottimista, chi lo definisce “mezzo vuoto” pessimista.

Nella sua accezione comune un bicchiere è un contenitore di piccole dimensioni e pronto uso personale realizzato dall’uomo per ospitare una bevanda. Avere bevanda in abbondanza è positivo, la scarsezza della stessa è una disgrazia.

Se uno incontra nella sua vita un bicchiere riempito esattamente a metà, (del contenuto che per uso esso suole ospitare in analoghe situazioni socialmente standard compiendo i requisiti di educazione, commerciali e quant’altro) al di là di mostrare inconsciamente, magari prima di rifletterci, una sua particolare propensione personale nel soffermarsi su dati positivi (pieno) o negativi (vuoto) della vita, su quale delle due situazioni sarebbe più legittimato a propendere per definire l’avvenimento in modo corretto e razionale? E quale sarebbe il suo significato?

Ebbene se pensiamo al fatto che, (la missione del bicchiere come oggetto), esso è costruito per ospitare una bevanda, si potrebbe a tutta prima pensare che trovare un bicchiere riempito a metà sia deludente, posto che esso è stato costruito per contenere il doppio del liquido che vi abbiamo rinvenuto all’interno. Tale bicchiere andrebbe pertanto definito come: “mezzo vuoto”.

Sì, ma se pensiamo che l’oggetto viene costruito sì per contenere liquidi potabili, ma che esso nasce vuoto e che riempirlo è un qualcosa di ulteriore rispetto all’esistenza di un bicchiere stesso e alla sua nascita, il fatto di trovare in esso la metà del suo contenuto è già una bella fortuna, e pertanto il bicchiere andrebbe considerato “mezzo pieno”.

Ok, ma se consideriamo che una volta che il bicchiere entra in contatto con un suo “riempitore” esso esplica la sua “forza contenutistica” in tutta la sua univoca potenza e il richiamo di liquido che emette non consente di fermare legittimamente il suo riempimento a metà, a meno che non incorrano gravi e serie ragioni, il bicchiere trovato riempito solo a metà dovrà essere chiamato senza altra sorte “mezzo vuoto”.

D’accordo, ma se consideriamo la vita canonica di un bicchiere, vedremo che esso nasce sì per contenere, all’uopo, un liquido potabile, ma che esso rimane per la maggior parte della sua esistenza del tutto vuoto, nell’attesa di esser riempito ed inoltre di solito è vuotato con una certa rapidità per tornare ad attendere un successivo riempimento, che a volte tarda ore o giorni interi. Quindi il bicchiere è di solito vuoto e il fatto di imbattersi inopinatamente in un bicchiere contenente del liquido appetibile andrà senza dubbio considerato una fortuna, in termini statistici, e del bicchiere andrebbe senza dubbio apprezzato il fatto di essere, “addirittura mezzo pieno”.

Ma quest’ultimo riabilita in certo modo, e trasforma, la considerazione precedente, visto che qui non si tratta di trovare un bicchiere qualunque, ma uno che abbia un certo vincolo con la circostanza di poter essere riempito. Non si tratta, infatti e per esempio, di tirarne fuori uno a caso da un bancale di bicchieri destinati al commercio nella grande distribuzione (e quindi per forza vuoto), o di fare una semplice operazione matematica calcolando la presenza contemporanea di tutti i bicchieri sulla faccia della terra e quella di bevande e di sapere a che punto del riempimento ci si troverebbe facendo una media tra la capacità degli uni e l’abbondanza delle altre in unità di tempo etc.

Anzi, implicitamente si sta dicendo e deve intendersi che il bicchiere in questione entra certamente in contatto con la situazione di poter essere riempito e che i due opposti estremi (colmo o vuoto) possono immaginarsi, anche statisticamente, come esattamente equidistanti dalla situazione concreta prospettata (il riempimento a metà) che ne è la media, e che in base a ciò il bicchiere potrebbe essere considerato nell’uno o nell’altro modo (mezzo pieno o mezzo vuoto) in termini del tutto simmetrici e indifferenti.

In tal modo, il vederlo in una, o altra maniera, non è vincolato ad altro che alla sola aspettativa personale rispetto a una determinata situazione intermedia tra due estremi di piacevolezza e frustrazione. Non esiste “bicchiere”, ma solo una astratta rappresentazione di una realtà equidistante dalla assoluta frustrazione e dalla assoluta soddisfazione. C’è chi esige di più e si attende di più, e sarà deluso, chi tende ad accontentarsi e si attende di meno, e sarà soddisfatto.

Il corollario di questa ultima affermazione potrebbe essere che si pecca di superficialità nel vedere, come normalmente si fa, un ottimista in chi definisce il bicchiere riempito per metà (come “mezzo pieno”) e un pessimista in chi lo definisce “mezzo vuoto”.

Il perché si pensa questo risiede nel fatto che il primo saprebbe soffermarsi sul dato positivo della circostanza in cui si imbatte e prediligere, tra i due estremi egualmente possibili e opposti (bicchiere vuoto o pieno del tutto), il lato positivo della circostanza stessa: la presenza di una metà di liquido e non l’assenza dell’altra metà.

Al pessimista si dice esattamente il contrario: si sofferma sulla circostanza negativa. Vale a dire: tende a vedere con più forza ed evidenza i contorni negativi di una circostanza media tra due estremi.

Ciò parrebbe ineccepibile, tuttavia se il punto della questione sono in un certo modo le aspettative personali di un soggetto rispetto a una situazione immaginaria e astratta equidistante tra due estremi, uno positivo ed uno negativo, si potrebbe pensare proprio il contrario di ciò che pare intuitivo ed evidente, cioè: che uno sia tanto ottimista in vita da aspettarsi e pretendere un bicchiere pieno e che da ciò derivi l’atteggiamento di certa delusione nel trovarne uno riempito “solo” a metà e che per ciò gli salti subito, e per prima, alla vista la mancanza di bevanda. Pertanto sarebbe il disappunto a spingerlo a manifestare implicitamente un certo scontento, delusione.

Viceversa chi di solito campa con basse aspettative (quindi in certo modo è “pessimista” e per questo più refrattario alla delusione), essendo propenso a pensare che il bicchiere apparirà tendenzialmente più vuoto che pieno, si sorprenderà positivamente del contenuto e sarà su quello che soffermerà l’attenzione, preso da un moto di allegria.

E perché mai uno con tale atteggiamente vitale non solo dovrebbe essere definito “ottimista”, ma accattarsi pure un ruolo positivo e virtuoso agli occhi del prossimo?

La situazione del famoso bicchiere (già) mezzo pieno o mezzo vuoto è dunque poco adatta a far emergere l’ottimismo di un individuo, mentre semmai lo potrebbe essere il sapere come ciascuno si immagina il futuro bicchiere che apparirà. Sempre considerando però che le doti “divinatorie” di ciascuno sono solo indice dell’intelligenza e frutto dell’uso razionale dei dati a disposizione nel presente laddove l’attitudine interna dell’essere pensante (“pensare positivo”) in nessun modo potrebbe trasformare la realtà. L’unico atteggiamento positvo e “ottimista” sul futuro è l’intraprendenza e l’assunzione dell’obbiettivo di migliorare il mondo.

CONCLUSIONI. Quanto sopra può essere sintetizzato all’estremo così: se l’imbattersi in un bicchiere riempito a metà, non va visto come una situazione concreta, ma è una metafora astratta tra massima soddisfazione e massima frustrazione, e il definirlo come “mezzo pieno” o “mezzo vuoto” fa trasparire non l’atteggiamento interno del soggetto di soffermarsi piuttosto su dati positivi della vita, ma il grado di aspettative e esigenza che lui ha rispetto alla realtà, il definire “ottimista” colui che si accontenta e ha basse aspettative, non ha alcun senso.

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