Il Buco (Racconto Breve)

All’alba del terzo millennio, in pieno Neomedioevo, l’umanità si imbarcò nell’impresa più titanica che il mondo avrebbe mai contemplato.

Avendo come spettatrici le fredde stelle, migliaia e migliaia di operai, di ogni nazione, giurarono dinanzi a tutto il mondo e iniziarono a lavorare nel deserto al più grande progetto che abbia mai visto la luce.

Centinaia e centinaia di ingegneri, migliaia e migliaia di tecnici, geometri, imprenditori, artigiani, lingue, un titanico impiego di uomini e mezzi, tutti al lavoro senza interruzioni e soste, a un ritmo frenetico e tra rischi indicibili. E senza compenso altro che il necessario per la stretta sopravvivenza giornaliera.

Scavatrici ciclopiche, pneumatici di svariati metri di diametro, camion, trivelle, braccia umane, picconi, semplici pale, vicino a pale meccaniche enormi, tutti insieme per scavare nel posto più arido del mondo, privo di minerali rilevanti, acqua o ogni altra risorsa, il più grande foro mai realizzato sulla crosta terrestre.

Dieci volte più grande del Bacino della Ruhr, almeno trenta volte più profondo, fu realizzato in oltre venti anni di incessante lavoro contro sabbie e rocce. I costi erano giganteschi, svariate centinaia di persone, migliaia, forse decine di migliaia persero orgogliosamente la vita lì. Sostanze tossiche, insicurezza sul lavoro, ritmi disumani, condizioni precarie, un clima impietoso, emissioni nocive, rendevano il quotidiano un inferno, ma nessuno mollava, e l’impresa fu un successo!

Fino a che giunse il giorno in cui essa fu completata. Ognuno dei partecipanti aveva le lacrime agli occhi. Nessuno dei presenti dimenticherà mai il momento in cui anche l’ultimo macchinario fu spento. Un silenzio irreale invase il posto, la valle. Schierati sull’enorme ciglione dell’anello circolare che forava il terreno, tutti in prima fila, col casco in mano, sporchi in volto, polverosi, commossi, o sorridenti, alcuni felici, altri presi dal deliquio, nessuno parlava.

La notte era arrivata da poco, il freddo, dopo la calura insopportabile, iniziava a entrare nelle ossa, come ogni sera da oltre due decenni, la brezza sollevava un po’ di arena scura. Le lacrime solcandole, pulivano dalla fuliggine alcune guance, c’era chi tossiva per un cancro, unico rumore.

Di colpo si accesero le luci dei potentissimi fari, bianchi come la collera di un Dio universale. Illuminarono tutto, fino in fondo, tutta la mastodontica opera.

Era immensa! Era spettacolare! Si vedeva dai satelliti, dalla luna, forse da altri mondi! Non s’è mai portato a termine qualcosa come “il buco”! Mai! Partì un applauso emozionato e vibrante. Qualcuno non ce la fece a resistere e si lanciò di sotto, nel baratro, non sopportando l’idea di aver finito il progetto, e forse di rimanerne privo. In vari persero la vita lì per lì, in un addio accorato ed esaltato ad amici e compagni.

Venti anni, passati in baracche, gomito a gomito, con pasti razionati, oltre sedici ore di lavoro giornaliero, pur di finire in fretta, e realizzare la più prestigiosa delle imprese: “il buco”. Famiglie abbandonate, rinunce di ogni tipo, niente alcool, niente amore, niente svaghi, per oltre venti anni. Ed era tutto finito, ora si sarebbe invertita la marcia, c’era chi non lo poteva tollerare.

Rare sono le immagini che ritraggono l’opera. Al giorno seguente, come previsto dal progetto approvato dalla lega internazionale, si iniziò a ricoprire il tutto. Un lavoro che si portò a termine in meno tempo: altri dieci anni. Fino a che, in una intera vita lavorativa, il posto era tornato ad essere esattamente come se nulla si fosse mai mosso, perfettamente immutato. Deserto giallo e infuocato di nuovo, a perdita d’occhio.

Nessuno avrebbe mai sospettato che lì c’era stata e aveva visto la luce la più grande delle imprese ingegneristiche della storia umana, l’opera del terzo millennio.

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