Il Buon Pastore e il gregge umano.

La religione cristiana formula svariati riferimenti alla pastorizia per descrivere situazioni umane e divine: Agnello di Dio, il gregge (umano), il Buon Pastore, la pecorella smarrita, l’agnello sacrificale, anche il capro espiatorio.

Tali parallelismi sono dovuti sicuramente all’ambiente e le attività con cui i redattori del tempo avevano una pratica confidenza, e che erano di facile comprensione per la generalità dei lettori, o degli ascoltatori, dell’epoca.

Al di là dell’evidente ridicolaggine per cui scritture con pretese di universalità e eternità si riferiscano tanto spesso a una attività di così poco conto e oggi del tutto “astratta” (priva di diretti riscontri) e insignificante nelle vite di ciascuno, c’è un dato piuttosto inquietante da considerare. L’essere umano è costantemente paragonato ad una pecora!

Orbene! Sappiamo oggi che la “distanza” tra le specie viventi che abitano il pianeta è molto meno marcata e significativa di quanto si pensasse, se ragioniamo nei termini, corretti, della struttura genetica. Sappiamo anche che l’essere umano altro non è che una specie di scimmia per cui l’evoluzione ha “puntato” sullo sviluppo mentale, e che per questa ragione abbiamo autocoscienza e delle capacità per ora uniche di analisi e razionalità.

Il paragone in questione però, nelle sacre scritture, reiterato pedissequamente e con sospettosa insistenza in omelie e ciarle clericali varie, non si riferisce affatto a detta vicinanza genetica, che, anzi, è sempre stata invisa al religioso, convinto che l’evoluzione non esista, che l’uomo sia un qualcosa di completamente diverso e “speciale” rispetto a un animale, che abbia delle caratteristiche particolari in virtù di doni divini (anima, etc.) e tutto il resto. Il paragone con le pecore si deve solo al “simbolo” che tale animale incarna nella nostra cultura e fantasia.

Gli animali da sempre hanno significato qualcosa di astratto e tipicamente umano: il leone il coraggio, il cane la fedeltà, l’aquila l’impero, il verme la bassezza morale, il salmone la vitalità, il pellicano il sacrificio, e via dicendo. Anche la pecora ha sempre avuto, in virtù della sua scarsa intelligenza e della pressoché totale inoffensività e passività, un chiaro significato. Tutt’altro che positivo.

L’uomo è un essere: pavido, passivo, stupido, indifeso. Ma non solo lo è, ma DEVE essere pavido, passivo, stupido, indifeso! È questa non solo “l’umanità”, ma anche quello che l’umanità deve essere e sentirsi di essere: la sua descrizione più calzante e esatta.

Non credo proprio che obiettivamente l’umanità, con tutti i suoi enormi limiti, possa essere ridotta in modo univoco e che pretenda di essere “universale e atemporale” a un gregge ovino.

Per quanto molti soggetti potrebbero pure lasciar pensare al paragone come azzeccato, è innegabile che esso non descrive affatto tutta la specie e le sue tipicità, ma anzi con malizia e un fine abbietto, isola e mette a fuoco un solo aspetto di essa, sacrificando e al contempo (negando e esorcizzando) altri aspetti invero molto significativi.

Non è parte di un gregge stupido e passivo quella umanità che ha sviluppato la scienza, si è imposta su mali e patologie, ha trovato teorie sull’universo, ha sviluppato un pensiero corretto e rigoroso, è riuscita a capire il suo ruolo sul pianeta e vorrebbe prosperità e felicità per tutti etc. Cionondimeno questa umanità esiste, e non può essere negata!

La verità è che i religiosi, vogliono e combattono proprio per avere e sottomettere un gregge di pecore! Ridurre gli esseri umani a ciò! Il gregge gli si sta assottigliando credo: solo gli stupidi ancora danno credito alle loro fandonie ormai, solo i sentimentali si fanno guidare dalle loro descrizioni del mondo, solo gli inerti li considerano validi punti di riferimento, ma bisogna comunque tenere la guardia alta.

Alcune frasi, alcune situazioni presentate come “sagge parole”, acute o profonde riflessioni, se non spacciate spudoratamente come “divine e perfette, indiscutibili descrizioni dell’essere umano”, sono del tutto assurde, erronee, oggettivamente sbagliate.

Su tutte, brilla come delirante e falsissima la storia del “pastore” (il buon pastore) che sarebbe disposto a perdere la sua vita per una pecora del proprio gregge, smarritasi. Non ha alcun senso! La pastorizia è da sempre una mera attività commerciale, e il gregge una risorsa economica e patrimoniale. Dà: produzione di beni, latte, carne, cuccioli, lana etc. Nulla altro!

Un pastore esegue il suo lavoro per prendere dalle pecore i mezzi per il sostentamento, e nient’altro. Non alleva pecore per amore! Non ha alcun senso né per Polifemo (noto pastore brutale), né per qualunque altro svolga questa attività, in qualunque luogo della terra, per cattivo o buono che voglia definirsi, sacrificare la sua vita (assumere il rischio concreto di perderla) per una delle sue pecore. Quelle povere bestie non hanno importanza di per loro stesse, neppure esisterebbero se il pastore non avesse l’esigenza di possederne.

Il paragone in questione, essendo così clamorosamente ed evidentemente erroneo e fuori asse col mondo, forse un valore ce lo ha davvero.

Esso non è che una farsesca presa in giro approntata dinanzi agli occhi dei credenti per dominarli ed essere sicuri di dominarli. Un racconto così assurdo, stupido, evidentemente inverosimile, che nell’atto rituale della sua programmata narrazione, ratifica e conferma, proprio nella plateale affermazione dell’assurdo, la descrizione della società umana come gregge.

Quello che succede durante la sua ripetizione è che il prevosto di turno si rassicura, nella sua lettura e nella ancor più sfacciata spiegazione di quelle parole, del suo incrollabile potere e del ruolo che ha, dicendo: “Vedete che siete pecore? Vedete che siete stupidi come pecore? Vi sto dicendo che un pastore è disposto a sacrificare la sua vita per le pecore di cui è proprietario. Lo sto dicendo in modo chiaro, a gran voce, lentamente, parlo solo io, davanti a voi gonzi attenti e muti. Dico una menzogna! È così evidente che sia una gran stupidaggine quello che dico, che rende evidente solo che voi, col vostro comportamento passivo e remissivo, non siete diversi da un branco di pecore! Il fatto che nessuno si alzi e dica qui, ora, che il pastore le pecore le usa, sfrutta, mangia, munge, tosa, e che tali pecore hanno importanza solo in quanto possono essere munte, tosate, mangiate, vendute, etc, è la conferma che anche voi siete pecore che noi, infatti, mungiamo tosiamo, guidiamo, etc.”.

La verità, anche se presente senza veli e davanti agli occhi di tutti, è nascosta da una strana suggestione che fa accettare al fedele (acritico per definizione) l’assurdo di figure inesistenti, evidentemente prive di riscontro e di senso, oltre che, oggigiorno, antiquate, vetuste, sporche, piuttosto triviali.

Il fedele è il gregge munto dai suoi pastori, e lo accetta remissivo come una pecora, senza discutere, il fedele è la pecora, ma per non esserlo dovrebbe semplicemente smentire egli stesso questo fatto, dovrebbe alzarsi, e ribattere: io no! Non mi sento, non mi sono mai sentito e non sono una pecora! Non sono né una pecorella mite e dolce, né una incauta e pavida, né una pecora timida, né una stupida, né parte di un gregge. Tanto mai crederò nella surreale “bontà” di un “pastore” che da millenni, munge, tosa, usa, vende, uccide, dispone come vuole del suo gregge in modo parassitario e infame. 

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