Il contrario del mito!

Siamo stati impostati mentalmente a vederla così: nascere è un dono, anzi è IL dono, frutto dell’infinito amore di un ente supremo della cui esistenza però non siamo e non saremo mai certi. Egli, per lo più, si nasconde.

Per una colpa ancestrale -e non personale- siamo stati condannati tutti a sperimentare la sofferenza, in diversa quantità, ma tutti! Il “peccato” (origine della colpa) è frutto della intrinseca propensione al male di una irrintracciabile capostipite femmina, che da lì in poi partorirà con dolore, e del suo compagno maschio.

Detta sofferenza dobbiamo accettarla come giusta punizione per il nostro comportamento (dell’antenato e quindi della specie) e siamo qui chiamati a dimostrare individualmente di essere degni di essere salvati e di passare così da una tribolante vita fisica e di pochi decenni, a una felicissima vita spirituale, eterna, per di più.

La salvezza è possibile non solo in virtù del nostro comportamento personale, che comunque potrebbe farti segregare in una prigione eterna anche essa per la realizzazione di un male pur sempre limitato (alla faccia della proporzionalità), ma ha come condicio sine qua non che sia sceso sulla terra il figlio dell’ente superiore che ci ha creato e ci giudicherà, e che egli si sia sacrificato per noi.

Il padre, che è padre comune anche a noi, manda il figlio in un posto e un’epoca determinate della storia di un essere che ha decine di migliaia di anni, e lui sceglie liberamente il sacrificio. Egli però non è nostro fratello, ma rimane un Dio. Sarà torturato ed ucciso, e solo così, con questa barbara esecuzione, l’umanità “si riscatta”. Tutti i nati prima di ciò sono condannati in eterno.

La sofferenza comunque rimane nella storia e ha un senso e uno scopo determinato di cui solo l’ente supremo conosce l’arcano e che noi dobbiamo accettare, colpevolizzandoci e affidandoci con speranza e umiltà al mistero.

Tutto ciò è poi interpretato e sistematizzato da persone che gestiscono una organizzazione religiosa con sede a Roma e che sostiene di avere un “filo diretto” con Dio e ne interpretano pertanto il linguaggio e il volere. Ci sono poi decine e decine di “chapters” indipendenti e alternative, ciascuna della quali pure sostiene di saperne più degli altri. Tutto ciò anche nel 2013.

Le cose oggi potrebbero vedersi in tutt’altro modo, molto meno delirante e barbaro, e anche meno astrusamente complicato; una visione che interpreti i fatti che conosciamo per quello che sono, e fornisca un punto di vista maggiormente plausibile di quello di un amore che fa soffrire e spinge gli uomini a voler soffrire.

Nascere è, in fin dei conti, una sorta di “disgrazia necessaria”. È una “disgrazia”, e non semplicemente un privilegio, dato che la nascita implica di per se un certo inevitabile quantitativo di sofferenza nel nato. Il considerare la vita semplicemente come un bene è solo il frutto dell’istinto di conservazione, che ci fa attaccare ad essa e “piacercela”, ma non certo del ragionamento. Chi ragiona va oltre l’istinto.

È “necessaria” dato che l’evoluzione ha conformato una specie che ha un istinto riproduttivo invincibile e quindi “vuole” o “deve” persistere: non c’è scelta in effetti, la specie è stata conformata così dalla “natura”.

La sofferenza non ha alcun senso oltre le dinamiche funzionali alla vita (avvisare su malfunzionamenti del corpo, per esempio), cioè non ha alcun senso “metafisico”. Ma ad ogni modo il fatto che esista e sia preposta proprio lei, questo meccanismo orrendo, a stimolare il vivente all’esistenza (la paura di morire è una forma di sofferenza anche essa, ovviamente) rafforzerebbe semmai la riflessione metafisica secondo cui oggettivamente il vivere sarebbe da vedersi per lo più, e fino ad ora, come un male.

Il perché e per come si sia giunti fino a qui e così non è dato per il momento sapere completamente e non deve preoccuparci e darci panico. Quello che deve preoccupare la specie umana è limitare al minimo la sofferenza (che comunque sarà presente in ciascuno) e fomentare gli stati positivi della vita di tutti, già che ce ne solo pure e abbiamo gli strumenti per comprendere ciò e per agire di conseguenza. Dove non possiamo agire non dobbiamo preoccuparci: non c’è nulla da fare!

In tale ottica, bisogna usare la razionalità, già che l’evoluzione l’ha sviluppata come nostra “arma” per sussistere meglio, e così evitare che nasca gente oltre lo stretto necessario, e soprattutto in modo incontrollato tanto da non garantire a tutti gli abitanti del pianeta di essere persone felici e sane.

Questa è la nostra vera salvezza! E ci distinguerebbe, dopo tanti e tanti millenni, dalle altre specie del pianeta, che, poverine, ciecamente si riproducono sfruttano senza criterio le risorse disponibili condannandosi spesso a fini orrende ancorché prevedibili da esseri intelligenti come noi. Dobbiamo oggi rifiutarci di continuare a comportarci come una blatta farebbe!

Quello che esiste dopo la vita fisica non è un problema che possa angosciarci, dato che non abbiamo per ora strumenti per saperlo. Se questa vita terrena è l’unica cosa che conosciamo, quindi l’unica importante e a cui attaccarci, non la spendiamo in modo insensato e aggressivo, facendo soffrire noi stessi e gli altri, cerchiamo, invece, di sfruttarla al meglio! Raggiungendo ed aggiungendo al piacere fisico anche una piacevole sensazione di soddisfazione morale.

Non potrebbe essere mai comunque un atteggiamento censurabile quello di aver lottato per estinguere la sofferenza dal mondo e per farlo non servono giaculatorie e litanie, ma studio serio e applicazione di precetti concreti e di alto valore umano e umanistico.

Resta il fatto che, proprio per la missione necessaria e prima fra tutte di lottare sempre contro la sofferenza di ogni essere vivente, una volta nata, una persona va amata e rispettata da tutti gli appartenenti all’umanità, come vincolo di specie, al di là di ogni sua mancanza o deficienza fisica o mentale. L’umanità deve essere unita, coesa e stretta contro ogni male.

Il questionarci in merito alle nostre origini, è un atteggiamento sano, e che ha portato alla scoperta dell’evoluzionismo e di tanto altro; il sostituire il conosciuto con fantasie indimostrabili è da arroganti (non è arrogante la scienza, invece!) e impostori, dato che l’atteggiamento corretto è riconoscere i propri limiti e non sostituirli con dei feticci.

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