Il Danno Romantico: l’Ecologia

In occasione della Giornata della Terra, repetita iuvant. 

Se ho una profondissima antipatia per il concetto “classico” di Dio o divinità, che fa più danni dei beni che promette, sento un odio davvero profondo per le odierne “divinità laiche” e prima tra tutte l’ecologia e questa idea stupidissima di un essere umano “perturbatore” di un ordine “naturale” che funzionerebbe splendidamente, se lui non lo toccasse.

Questa grandissima idiozia, a cui si deve aderire con il tipico assetto mentale del fanatico ottuso, proprio del tipo religioso, non è nemmeno (opinione personale) figlia diretta di quello psicotico nevrastenico e narcisista di Francesco da Assisi, che abbracciava la Terra, come prima di lui migliaia di altri pazzoidi sconosciuti del deserto si cibavano di locuste vestiti di sacco, ma del più recente movimento di pensiero, dal punto di vista concettuale il più stupido e babbeo della storia occidentale: il Romanticismo.

Il romantico “ammira” estasiato, come fosse un immane spettacolo teatrale approntato per una sua insipida redenzione, la potenza della Natura, la adora tremando, ne trae spunti di lagna lunare; dell’umano ammira solo le macerie e i cimiteri, e si sente colpevole di ogni intromissione che la sporca o deturpa. Gode quando la Madre Terra si riprende ciò che le era stato sottratto, o la nave affonda.  

Mi posiziono dall’altra parte dello spettro, ma non voglio solo che i giardini abbiano siepi geometriche perfette, come non vedo nelle Piramidi che immani inni di ingiustizia e dolore. Per me non solo l’uomo è necessariamente (schiavo) parte integrante della c.d. “Natura” qualunque cosa faccia, così come è “secondo Natura” ogni suo parto mentale, comportamento e atteggiamento, scoperta scientifica -critica facile, questa-, ma questo concetto è anche completamente vuoto di contenuto.

Anche ammesso però che si sappia tracciare un senso preciso nella dicotomia naturale-artificiale nata nella modernità, e darle forma e oggetto, magari: ciò che viene detto “incontaminato” (appunto: sole, mare, spiagge, monti, laghi, foreste), io non sento alcun interesse, ammirazione, rispetto, devozione per tutto questo.
Per me è del tutto necessario e benefico che l’uomo usi tutto ciò che ha attorno a suo piacimento e come più gli faccia comodo, trasformandolo in quello che preferisca secondo le sue esigenze e volontà.

Se fosse possibile direi al sole quando sorgere e quando tramontare. Ovvero, rallenterei o accelererei rotazione ed ellissi, inclinerei l’eclittica del pianeta a mio comodo, lo avvicinerei o distanzierei dagli altri, certo farei esplodere ogni meteorite che lo minacciasse.

Su certe scelte magari agirei esattamente come anche gli ecologisti vogliono, mi piace il mare pulito perché serve pulito all’uomo, per farci il bagno, e popolare le spiagge di idioti che fanno finta di “amarlo” mentre lo insozzano di oli solari, ipocriti come l’amante del gatto castrato, del cane al guinzaglio o non al guinzaglio, ma in appartamento; magari potrei volere foreste inviolate, ma solo affinché, come in una enorme Disneyland, ci si trovi un po’ del brivido ancestrale dello smarrimento e dell’impotenza. Proprio come nelle montagne russe si prova, per finta, la sensazione spaventosa fino al brivido di cadere, e nel film horror di essere uccisi.

Un gioco! L’impotenza dovrebbe divenire una simulazione, un gioco, ecco lo scopo. I bambini si inseguono simulando che uno di loro sia il lupo, ma la pelle di quello vero pende alla parete.

Se per me fosse, certe specie animali sarebbero sterminate completamente, estinte, e se non lo fossero sarebbe solo perché farlo nuocerebbe all’uomo in ultima istanza; che me ne frega della zanzara, del serpente letale, della medusa. Si vuole varietà? E sia! Perché il parco giochi è bello con cosine che fanno spavento con cui gingillarsi e fingere di essere in pericolo. Fingere! Non c’è nulla di attraente nell’impotenza. Niente! E non c’è neppure alcun diritto ad esistere.

Ma il lato più seccante di tutto questo è la gran ipocrisia e fallacia delle posizioni ecologiche per cui si deve intervenire, sì, ma solo per “rimediare ad errore umano”.
Se il pianeta si freddasse autonomamente, invece di scaldarsi a causa di emissioni umane (appunto, da ridurre) saremmo chiamati a “bruciare più combustibili fossili” e inquinare di più? Perché farebbe comodo a noi e pur di mantenere un clima in cui prosperare?
O trattandosi di un cambiamento indipendente dall’attività umana non sarebbe lecito toccare nulla? Dovremmo accettarne disciplinatamente ogni catastrofica conseguenza?
Un meteorite come quello dei dinosauri non andrebbe ostacolato? Di certo è un oggetto naturale.
E via discorrendo.
Come in ogni posizione religiosa (aborto, matrimonio, famiglia, cambi di sesso, decenza, etc.) con l’ecologia non si sa cosa si voglia esattamente; ci si scontra con una realtà che la contraddice, perché essa non si sforza di descrivere lo stato delle cose, ma prende solo partito in modo acritico: Natura, sì! W la “Natura”.

Ma siccome io non mi sento colpevole di essere nato (nucleo di colpa cristiano applicato al laicismo), ma in ogni caso, e semmai avesse senso, mi sentirei in diritto ad un bel risarcimento, vista la gran seccatura, per me lo scopo dell’essere umano è di dominare tutto quello che può fino a che può, usarlo, trasformarlo, senza limiti, senza eccezioni, per mezzo del suo intelletto, compiendo scelte e ascoltando, certo, specie il suo senso estetico, e non solo necessità strettamente legate alla sopravvivenza e meno che mai a quel ferrovecchio egoista chiamato “profitto”. Un mare coperto di petrolio è brutto, oltre che dannoso, se non fosse né brutto, né dannoso, lo coprirei di petrolio.

È bella la natura selvaggia? La vogliamo? Sia! Perché così si decide. E non perché tutti i suoi insetti abbiano “un valore” o si debba loro qualcosa, o sia un bene e un diritto che esistano. Non ha valore nemmeno il sole, la galassia, nulla ha valore di per sé, figuriamoci il panda o il pesce spada.

Non c’è altro bene superiore che l’uomo, il suo gusto, criterio, le sue esigenze e benessere. L’unico valore è la felicità dell’unico essere autocosciente che per ora si conosca.

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