Il desiderio “Azzeccato” (Seconda Versione; due anni dopo)

Seduto sullo sgabello da lavoro della sua catapecchia, con strofinaccio ancora in mano e lume ad olio ossidato sulle ginocchia, gli si para davanti, in tutto il suo sfolgorante splendore, il famoso genio della lampada: indiano, severo, grasso, enorme.

Grato per essere stato liberato, ma non felice di tornare a vedere un mondo che lo irrita, come di prammatica, gli concede un desiderio, uno solo, però. Quindi pensarci bene, ed essere precisi!

Il meglio della vita è l’amore, pensa il fortunato, ma esso non si conquista con i desideri dei geni, sarebbe metodo volgare e triste, artificioso e sinistro. L’amore va ottenuto col corteggiamento e la poesia, pensa e poi afferma il miserabile liberatore.
Il genio mima col volto un flebile segno di assenso, con una quasi impercettibile nota di ammirazione per la filosofia spicciola e la strana rettitudine morale del tale.

La felicità? E che sarebbe di preciso?! Una condizione inumana, con il rischio di finire in uno stato di sottile demenza. Gli scemi del villaggio sono felici!

Superpoteri? Equivale a morire! Come ogni profonda metamorfosi. Ha senso allontanarsi tanto da quello che si è? Non è lo stesso che chiedere d’esser soppressi?
Il genio prende le misure al liberatore: è modesto e pezzente, il tipo, ma non privo di ingegno, pensa.

Immortalità? Non fa per noi! Che tedio vivere in perpetuo! Specula l’affilato tapino, massaggiandosi il mento.
Lo stesso valga per voler recuperare una persona cara. Che egoismo! Chi resuscita ottiene l’unica “gioia” di morire due volte, quando una basta e avanza! La vita ha i suoi ritmi, meglio non toccare nulla!
È saggio il pidocchioso! Fa tra sé e sé il genio punjabi.

Scienza infusa? Intelligenza? A che pro? Si ottiene solo d’esser disprezzati da tutti i saccenti mentecatti del pianeta, e per di più con la consapevolezza di saperne più di loro.

La salute? Avrebbe certo senso, se non fosse che accontentarsi di trascinasi sempre in splendida forma per un quotidiano incerto e magari miserabile, come lo è il presente, è una bella beffa! Una beffa alla quale non ci si abitua mai.
Speriamo che si spicci, pensa il genio ormai impaziente.

Si guarda attorno, il posto dove vive è proprio squallido, c’è da dirlo. Non rimane che la buona e vecchia ricchezza da chiedere! È quello che urge e manca a grida, lì dov’è.
È deciso! Mette tutti d’accordo: ti fa apparire più saggio e intelligente di quello che sei in realtà, ti fa essere amato assai, dà consolazione per le personali magagne, ti mette nello stato il più possibile vicino alla felicità, senza per questo renderti un lobotomizzato, e nella sua modestia, può comprare quel po’ di salute che la scienza può garantire.
Alla buonora! Pensa il genio con il ghigno di un falso sorriso orientale.

“Ma siccome son curioso oltre che avido uomo, posso dirlo, di disordinata cultura e letture, non voglio soldi in banca, mi annoia l’idea, mio caro e generoso genio che tutto puoi!” Ci pensa su un po’ e se ne esce: “Voglio possedere tutti gli oggetti smarriti e di valore superiore al mille dollari in corso attuale, e sotto i due chili di peso; voglio tutto ciò che la storia umana ha perso.”
Ci pensa su ancora e rettifica: “venti chili!” Con due chili quante cose potrebbero apparire? Non ne ha idea, ma meglio essere prudenti e chiedere di più che di meno. Ci pensa su ancora: “Facciamo duecento chili!”
Il mago sbuffa un po’ spazientito: “Deciso?”
“Sarebbe forse meglio di più?” chiede come stesse ancora ponderando tra sé e sé, ma in effetti sperando di avere qualche indizio sulla quantità di oggetti che apparirebbero a casa sua.
Il mago non aiuta, non vuol saperne nulla.

L’avidità preme, di sicuro basterebbe per vivere bene avere già solo tutti i gioielli di fidanzamento smarriti, lo sa, ma… già che ci siamo… Deciso! Vada per i duecento chili!

Ed ecco che immediatamente una montagna, una montagna di roba inizia a riempire il luogo, una montagna sonante d’oro in monete, una cascata di trilli e scampanellii, gioielli e pietre colorate e bellissime di ogni epoca, strani ammennicoli, cose mai viste, meraviglie, mirabilie.
La pioggia diventa una grandinata, in un trillo di pietre, di tutti i colori, che non s’arresta, pietre ancora più grosse, producono tonfi sul mobilio, rompono i vetri; i preziosi arrivano alle ginocchia, e fanno male quando cadono in testa. Iniziano a precipitare cronografi, lingotti, pugnali e spade, le cui lame antiche tagliano ancora, candelieri che si conficcano come frecce nei muri, persino corone appuntite e sibilanti.

Il poveraccio ride e grida al contempo, è strabiliato e impaurito, la valanga non si ferma, iniziano a piovere oggetti pesanti, con tonfi rumorosi, la casa si riempie, crepita, scricchiola, rimbomba, esplode in un boato! Il poveraccio è stato schiacciato e soffocato dalla sua richiesta, ferito e lacerato, tumefatto e bitorzoluto, giace senza vita, sommerso da un monte di oggetti preziosi.

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