IL FARO DELLA CIVILTÀ

Oggi un post diverso. Siamo qui col maggior esperto mondiale della nostra storia cittadina, il Prof. Enrico Catafratto, autore di molti libri, tra cui “il Faro della Civiltà” , il quale ha amabilmente accettato di condurci in una ricognizione di quel mondo ormai dimenticato in cui, secondo alcuni, è stato raggiunto il più alto grado della civilizzazione umana.

Lasciamo senza indugi la parola al professore.

Pochi conoscono, o meglio solo io conosco, in dettaglio la società della popolazione che abitava la nostra amata e antichissima città millenni fa, oggi così corrotta come la vediamo, ma un tempo faro del mondo.

Non esagero se dico che da qui si sono sviluppati comportamenti e oggetti che hanno illuminato e condizionato tutti i popoli più di quanto abbiano fatto urbe quali Atene, Roma, ambigue e sopravvalutatissime a mio modo di vedere. Molti dei nostri gesti quotidiani, per quanto ormai corrotti, portano il segno dei nostri padri, resistono inconsapevolmente in noi dalle origini.

Innanzitutto la nostra civiltà oggi ci pare, nello stato di corruttela attuale, molto chiusa, la nostra mentalità poco adusa alla novità e al cambiamento, ma questa fortuna è solo un pallido ricordo della benedetta ed ermetica chiusura mentale dei nostri ancestri. E così molti altri aspetti della nostra vita non sono che un resto, un residuo infimo e fievole del nostro passato splendore.

Ma facciamo una carrellata di comportamenti sociali dei nostri avi, così che l’ignaro possa farsi un’idea, e vedere quanto in basso è scivolata la nostra civiltà e quante e quali siano le differenze con l’attualità.

Oggi, un mondo rammollito, ci dice che siamo “prepotenti”, “cafoni”, “dispotici”, “aggressivi”, “ignoranti”, e usa queste parole come fossero offensive, ma badiamo bene! Il nostro antenato basava, saggiamente, le relazioni umane esclusivamente sulla forza fisica. I cittadini di allora, non usavano affatto il ragionamento, e non complicavano tutto con istituzioni e governo. Se avessero minimamente usato la ragione avrebbero potuto controbattere agli ateniesi che l’uso della stessa è una perdita di tempo, già che esiste un modo così semplice di risolversi la vita quale l’uso della forza. …Non usando la ragione questa obiezione non fu mai formulata. A dirla tutta non vennero mai in contatto con altre popolazioni, dato che avevano la buona abitudine di non tollerare estranei e di ucciderli.

Era benvisto e anzi obbligatorio schernire e vessare il più debole, umiliarlo pubblicamente, per lo meno prenderlo a ceffoni, e se del caso, persino ucciderlo. E ciò quando, magari, il soggetto in questione fosse particolarmente piccoletto, rachitico, ripugnante, sgraziato. Specie era pressoché obbligatorio accoppare con un solo colpo dato dall’alto in basso sulla fronte della vittima, come da tradizione, coloro che, oltre a non avere prestanza fisica, erano piuttosto ciarlieri e disinibiti. L’autoctono non parla, non importuna gli altri col suo orrendo e tedioso flatus vocis! Il colpo così eseguito, veniva chiamato “pietra dal cielo”; essendo molto comune indossare pesanti anelli di bronzo, di solito un solo colpo era bastevole a provocare il decesso. Il cadavere veniva poi gettato in una fossa settica, quindi era frequente che l’esecuzione fosse realizzata in un cesso.

Chi non si prestasse al sopruso, ad ostentare arrogante e altera prepotenza, regola aurea per avere una società sana e forte, era a sua volta schernito e, nei casi più estremi, giustiziato da un gruppo di concittadini armati di gladio bronzeo. Essi si alleavano tra loro solo ed esclusivamente per realizzare l’esecuzione, spesso eseguita molto saggiamente alle spalle, e subito dopo si separavano, ma non erano infrequenti alterchi anche mortali tra i cospiratori. L’aggressione proditoria e il tradimento erano molto benvisti, sintomo di carenza di lacciuoli morali inutili e dannosi.

Le esecuzioni erano invero all’ordine del giorno. Veniva ucciso chiunque non appartenesse alla popolazione autoctona, ma anche tutti coloro che, pur facendovi parte, commettevano qualche errore, o palesavano una qualche debolezza.

Ora, nella nostra perenne dissoluzione, siamo abituati a vedere strade piene di gente che passeggia, perde tempo, si diverte e specie si ignora e viene ignorata, un tempo non girava anima viva per la città! Non esisteva neppure il concetto di divertimento, prima tra le bassezze e sentiero per la catastrofe. Chi usciva di casa andava di corsa a lavorare, fino allo sfinimento, ma anche inutilmente, dato che spesso il lavoro di uno veniva vanificato da attacchi di altri. Ciascuno però, una volta in strada, cercava di non incrociarsi con qualcuno più forte di lui e non essere picchiato, oppure, se ricco, usciva con una guarnigione di scorta armata e che seminava sanguinosamente il panico.

Era severamente punito e considerato una offesa, rivolgere la parola ad altri in strada, l’affronto del saluto era punito col duello all’ultimo sangue. Quanto siamo cambiati? Anche oggi, certo è vero, rispetto al resto del mondo resiste in noi una tendenza a non ricambiare il saluto, o a fingere di non vedersi, ma dove sono finiti i semplici e sani costumi d’un tempo nell’era della stramaledetta e corrotta globalizzazione? Ci comportiamo come effeminati celti, come sozzi etruschi, come deboli vichinghi.

Un pallido ricordo della nostra suprema e inclita ostilità al prossimo è rimasto in quel sedimento che è il tifo da stadio. Piccoli segni di un passato glorioso, insufficienti a far risorgere la nostra civiltà scomparsa. Anche un tempo era uso organizzare competizioni prive di altro scopo che quello di potersi picchiare, accoltellare, insultare.

Una nota corsa di cavalli sfociava sempre in una vigorosa lotta che portava a una sacrosanta strage e carneficina. All’inizio si organizzava una sola corsa l’anno, nel mese che noi chiameremmo agosto (detto sia di passaggio, loro non conoscevano tali arzigogolati nomi, dividevano l’anno in quattro parti: freddo, molto freddo, si copula e caldo). Col tempo, considerando che le vittime erano troppo poche in una sola giornata, si introdusse una seconda corsa una trentina di giorni prima di quella originaria.

Era assolutamente vietato ogni studio e applicazione intellettuale, non prosperavano inutili arti, nessuno dipingeva, non era conosciuta la scrittura, non la scultura, e neppure al musica. Anzi coloro che manifestavano doti artistiche venivano nel migliore dei casi cacciati dal borgo, ostracizzati a sassate e qualora all’inclinazione artistica si unisse anche una certa effeminatezza, venivano castrati e poi uccisi.

Si seguivano i ritmi della natura, senza ipocrisie. Le donne venivano tutte stuprate all’età di tredici anni, spesso anche prima, dato che la precocità era un vanto per i genitori, che spesso erano loro stessi a copulare per primi con le figlie. Oggi per fortuna qualcuno resiste alla barbarie imperante, pagando minorenni per avere sesso. Ma cosa è successo alla nostra civiltà? Bisogna addirittura pagare per esercitare quello che è palesemente un diritto.

La vita di una donna passava in un santo silenzio, non le era permesso di aprire bocca, come invece avviene oggi, sommo dei mali, e veniva picchiata regolarmente e in modo pesante.

Si narra che ci fossero eccezioni, in particolare una leggenda, non del tutto accreditata, riferisce di una mostruosa matrona di dimensioni spropositate, alta oltre due metri e del peso di oltre centoventi chili che avrebbe esercitato lei la violenza sugli uomini, picchiandone e pestandone a sangue molti, uccidendone una dozzina buona, e costringendoli alla copula.

Nessuno sorrideva, e tantomeno rideva. In un uomo ciò era visto come segno di debolezza, in una donna di frivolezza imperdonabile. Non c’è nulla di peggio di una donna che sorride! Lo dice anche il Poeta: “’l vituperato riso…”, ma non ricordo bene… Oggi tutti ridono come scemi, e se ne vantano anche. Al tempo sarebbero stati giustamente assassinati e dati in pasto ai porci. Abitudine che s’è persa, quella di nutrire i maiali con carne di cittadino e che presso la popolazione antica aveva anche un qualcosa di simbolico, dato che tutti si sentivano di mangiare il debole, e quindi di dominarlo completamente, dopotutto il porco, bestia simbolica, si era nutrito di lui.

Questo veniva chiamato “cannibalismo di secondo grado”, quello diretto o di primo grado si realizzava raramente, e solo per la ragione opposta di nutrirsi e così assimilare le caratteristiche del defunto, e quindi aveva luogo solo quando il mangiato fosse stato in vita persona particolarmente aspra, dura, anche di comprendonio, forte, insensibile, tarpana, etc.

Le esecuzioni pubbliche erano realizzate non solo sulla piazza principale, ma in tutte quelle che formavano l’agglomerato urbano; al tempo i luoghi del borgo non erano dedicati a figure amene ed ingenue quali “il popolo”, “la repubblica”, etc. ma alle varie tecniche di esecuzione che vi erano inscenate.

Piazza del rogo, piazza garrota, piazza della tortura, e così via. Senza dimenticare il famoso vicolo degli stupri, oggi dedicato alle pisciate estemporanee di indecenti ubriaconi, ma dove era tradizione portare le incaute fanciulle incontrate per strada a tarda sera, quando era proibito uscire di casa, per violentarle e picchiarle.

Lo splendore e l’importanza della nostra antica civiltà è così immane e significativo che praticamente tutte le tecniche e sistemi di tortura che vennero poi usati nei secoli a venire in tutto il mondo erano già stati inventati lì. Uno studioso di pregio, per quanto a me inferiore, immagina e motiva una connessione tra le pratiche della Inquisizione e la nostra antica civiltà. La Chiesa avrebbe rinvenuto documentazione che poi fu tenuta segreta e riutilizzata.

Per dirne solo qualcuna, era frequente usare il cavallo di legno per rompere il bacino del condannato, e così rinchiudere malcapitati in una vergine di bronzo, ingiustamente chiamata “di Norimberga”. Quanti falsi storici girano! E quanti artefatti splendidi sono attribuiti erroneamente ad altre popolazioni!

Per oggi interrompiamo qui l’interessantissima conferenza del Prof. Catafratto, sommo conoscitore di storia cittadina, e speriamo che possa tornare con noi in altre occasioni.

Grazie Professore!

(Non risponde)

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