Il fumetto come forma d’arte (e de-genere narrativo decostruttivista)

Come (eccelso tra l’altro) scrittore e intellettuale nichilista-maschilista-edonista, non sono mai stato troppo vicino al fumetto, lo vedevo come negazione pigra della negazione attiva della negazione della scrittura, ma chiedo venia. È più complicata di così! Vediamo di coerentizzare la problematica!

Il fumetto quale forma d’arte è in primis e chiaramente sussunzione dell’assoluto (ma anche, badare bene, dell’“assolto” e dell’assolo) integrata alla richiesta sociale di reificazione di un non-luogo e non-tempo (a procedere). Ovverosia di un generico “non-senso”, sequela in un de-grado postvettoriale storico che regredisca anche a de-genere narrativo (fin qui, decostruttivismo, diremmo: classico) in cui però non interagisce -giammai!- la coscienza, ma si esplica e schiude (graficamente: fiorisce) un effimero, ma raffinato, ermetismo plumbeo -simbologia scontata e “anfibia” dell’inchiostro e del carboncino-, che in qualche modo non solo ratifica, ma si riallaccia pure –e concretamente, stavolta- alle impostazioni tralatizie squisitamente greche: quelle del pathos (per intenderci, sì, ma…) permeato da ciò che poi diverrà anche la weltanschauung diremmo catottrica dei secoli a venire (e specie proprio di quel pangermanesimo wagneriano: musica e fumetto insieme! Caleidoscopico) dove non è concesso se non il tradere di stampo squisitamente romano, pompeiano (per la precisione), addirittura “brevi manu” e d’anfiteatro (pensiamo all’atellana osca teriomorfa), ma nella sua più fertile attualizzazione alfabetica, che si ubica nel “senso inconscio” della pagina a monte: a-litera.
È nelle aporie e apostasie fittizie in cui si gioca la semantica e la semeiotica aforistica dell’opera appena stilata dal contendente di un futuro incerto come un entimema, incerto perché non attualizzante l’ipotetico (appunto si diceva: “post”-vettoriale), ma ipostatizzante lo stocastico, laddove si dipana il nodo gordiano del disegno.
Il fumetto è la causa perorata dal demone dell’eros nel suo irrisolto (ma anche irrisorio, irrisoluto e irrisolutivo) “metronomo sociale edipeo”, il cui ticchettio scandisce la flebile voce di un pubblico fetale e latente –e anche fetente e letale- vocio incerto, infantile, enervato nel suo contenzioso più puro -e al contempo, come sempre, più sordido- ancestrale.
I disegni della cava Cro Magnon, un porno illustratore di Ercolano, un fossile trilobitico, la chitarra capuana, ci riconducono univocamente all’asfissia e afasia a idrocarburi della cellulosa, la “clorofilla”, in una sorta di “insufficienza a-renale organizzata” e voluta, non inevitabile, ma addirittura pre-te-sa: siamo dinanzi all’insufficientismo manieristico come corrente pura, di diritto, ri-ordinato a contrargomento (e quindi contraltare “laico-presule”) precipuamente socio-valutativo.
Ecco! Se il fumetto non fosse affatto tutto quanto esposto, quale valore dirimente potrebbe avere oggi? Facile la risposta a questo punto! Sarebbe come trollare la peristalsi frastica, non solo larvatamente scettica del simbolismo, ma in qualche modo anche obliterante il ciclo vitale permeato dall’immanente superomista.

Ecco perché non amavo e amo il fumetto!  

(Visited 190 times, 1 visits today)