Il Gigante in Periferia

Nel minuscolo regno bizantino di Re Androdoco I e II, detto il Fenomeno, non accadeva molto, anzi non accadeva praticamente mai niente da decenni, quindi sia la Corte che il popolo vivevano di incredibili esagerazioni, se non di storie inventate di sana pianta. 

A principio del lungo stato di isolamento, si infioravano le storie del passato e si era sviluppata una certa pompa e autocelebrazione del locale, dell’autoctono e del casareccio, il che avviene un po’ ovunque, ma progressivamente la pompa era degenerata nel delirio, le “decorazioni” erano sempre più inverosimili e frequenti, tutti erano costretti a rincarare le dosi pur di creare un qualche effetto retorico.

Ognuno inventava, era pressoché costretto a inventare, storie su se stesso, e fingeva di credere a quelle degli altri, col tacito patto che anche le sue sarebbero state pubblicamente riconosciute come valide. Col tempo questo contratto mai scritto, mai detto, segreto, era stato forse completamente dimenticato e tutti parevano credere per davvero a quello che ascoltavano e, quel che è peggio, anche a quello che affermavano.

Il villaggio in cui vivevano non era solo piacevole alla vista, con un’architettura interessante e tranquillo, era il più bello dell’orbe, il mercato cittadino era la più splendida cornice della Terra, le tradizioni le più antiche e perfette, gli abitanti i più coraggiosi, i cori i più splendidi, la cucina la più sana e saporita, la letteratura magnifica, anche se quest’ultima, va detto, non inquietava molto le anime dei più. Ad ogni modo! Ciascun abitante eccelleva a livello internazionale in qualcosa, ma non avrebbe desiderato mai di vivere altrove.

Così non è meraviglia che il giorno in cui un enorme gigante apparve nei pressi e si stabilì su una piccola oasi in periferia, la notizia mise tutti in subbuglio e i commenti si sprecavano.

Il gigante era un soggetto molto schivo e altrettanto pacifico. Il Re del posto, con i cento guerrieri più feroci e coraggiosi dell’orbe si era recato a investigare le sue intenzioni e quello aveva risposto “sì” e “no” a tutte le domande, ma aveva lasciato chiaro che non avrebbe creato noie, avrebbe gradito non averne, e che non avrebbe mai messo piede in città; cercava solo un posto isolato dove vivere e dimenticare il caos delle metropoli che aveva dovuto frequentare per lavoro in passato.

Il Re fu soddisfatto rassicurò i sudditi, riportò quanto detto dal colosso, dipingendolo ancor più colosso di quanto già fosse (ciò era aspettato), e aggiungendo che era venuto nei pressi per la gran bellezza del posto e da amante dell’architettura. Applausi!

Il popolo fu soddisfatto; nella piazza, immediatamente, si sparse la voce che fosse un gran artista internazionale in cerca del bello, forse dalla Russia, forse dalla Francia, un paese dal nome in femminile comunque.

Il re andò avanti e lo descrisse come un tipo schietto e taciturno.

Per la piazza serpeggiò subito che era una persona davvero maleducata, l’essere più maleducato che fosse mai vissuto.

Il re concluse di non preoccuparsi, perché lui gli aveva intimato di starsene per i fatti propri, e non mettere mai piede in città.

Applausi di nuovo ma qui la popolazione si divise. Alcuni avevano sentito dire che il Re aveva coraggiosamente affrontato la bestia investendolo con minacce e divieti per scongiurare un’invasione di giganti, quello non era che l’esploratore di una razza dannata; altri presero di petto il fatto che il gigante non avesse supplicato il re di poter visitare quel gioiello di città! “Ma chi crede di essere questo rozzo avventuriero, per disdegnare così il posto più superlativo del mondo? La nostra splendida cornice? I nostri bar e l’anice nel caffè?”    

Assurdamente, entrambe le versioni si assestarono come ufficiali e coesistettero: quella che paventava il pericolo di un’invasione, e quella del rozzo disinteresse per il magnifico posto e i suoi splendidi costumi. Del pari il gigante era un gran artista amante del bello e un rozzo mercenario sanguinario in fuga dal suo truculento passato.
Stessero come stessero le cose, era intollerabile non agire e non dargli una bella lezione!

Tutti i guerrieri del regno si prepararono per sfidarlo. Si prepararono per giorni e giorni, lucidarono le armi, fecero progetti, scesero in piazza a farsi vedere pronti per settimane, infine uno alla volta decisero di andare, in solitaria.

Sorteggio, il primo andò; da lontano gli spettatori lo videro intrepido che si avvicinava al galoppo allo steccato dove campeggiava uno smisurato cartello con scritto “non distubare”. Il gigante non sapeva scrivere bene.
Tra i cori, lo videro che si agitava molto, attorno allo steccato, andando su e giù, agitando i pugni, scagliando giavellotti che rimbalzavano sulla pelle spessa come quella di dieci elefanti del bestione ignaro e tutto teso solo a spaccare la legna che aveva portato con sé e con cui stava lavorando su con un’ascia adatta alla sua taglia. Ad ogni “tok” dell’ascia sui tronchi venuti da lontano, il pubblico dalle mura gridava “ooooh”, le donne svenivano e si riprendevano.

Al ritorno, il guerriero fu acclamato come eroe, tra grida e applausi, sospiri femminili e altri svenimenti. Il racconto delle sue gesta insisteva molto sulla crudeltà della bestia, che come monito aveva piantato sulle mura del suo immenso ma rozzo castello, una macabra formula scritta col sangue di cento nemici, sormontata dalle teste delle sue vittime, tra cui quella di un leone montano e persino quella con tanto di zanne di un elefante. Altri sottolineavano le dimensioni dell’ascia e si sorprendevano di come l’eroe fosse sempre riuscito a evitarla. “I colossi sono molto lenti”, si doveva rispondere all’osservazione, mettendo su un’aria esperta. Nonostante le infinite ripetizioni, l’osservazione era nondimeno gradita, anzi obbligatoria, quando si menzionava l’ascia.

Per i giorni successivi uno alla volta molti guerrieri ripeterono le gesta, tutti in modo analogo e con analoghi risultati. Nonostante il gran coraggio e le ormai numerose vittorie morali, il gigante era davvero duro, non mollava, non se ne andava e non tentennava. Era il gigante più forte, feroce, brutale del mondo.

Finché il tredicesimo guerriero scagliò l’ennesimo giavellotto, e quello per la prima volta colpì il colosso alla radice del naso. Il gigante si irrigidì di colpo, lasciò cadere l’ascia, alzò una mano e la tese come a dire “basta, basta”, portò l’altra alla fronte come stesse per morire, si inarcò, strinse gli occhi di fuoco fino a farli divenire fessure, si inarcò ancora ma indietro, a punto di crollare, si attesero tre, quattro, dieci secondi con batticuore, e infine fece uno starnuto che inondò la zona di muco. Esplose un coro di approvazione!

Il guerriero tornò trionfante, fu accolto con corone e arrosti, il re nella splendida cornice della piazza cittadina creò il titolo araldico di Gran Starnutiere del Regno. Pomposamente nominò il primo tra essi, un mantello color muco ricordava alle donne di cosa si trattasse.

Presto tutti vollero lo stesso titolo e miravano al naso, alcuni ci coglievano, altri no, ma non aveva tutta questa importanza, tutti vedevano ad ogni modo il gigante starnutire, anche qui, sia che starnutisse per davvero, sia che non lo facesse, applaudivano l’intrepido cittadino e lo dotavano dell’ambito mantello muchiceleste.

Quando la piazza fu piena di Gran Starnutieri del Regno (in seguito chiamati con maggior pompa e esagerazione “Epistassieri Reali”), i poemi epici erano altrettanto numerosi; erano tutti uguali e tutti ugualmente magnifici, ma nessuno li leggeva, bastava acquistare una copia per educazione, e dare un po’ di importanza pure ai poeti locali, che da questa specifica vicenda avevano ricevuto davvero poco.

Si studiarono nuovi piani su come sconfiggere il mostro una volta per tutte e scongiurare l’invasione, sempre più imminente, ma proprio quando i Gran Geni di Corte avevano messo a punto un piano infallibile, il gigante sparì.
Aveva alla fine ceduto! Era crepato sotto la gragnuola di colpi degli eroi locali, i più splendidi e coraggiosi dell’umana storia, discendenti di Enea stesso, scrissero i poeti locali. Applausi.
Il fatto è che il gigante era allergico agli acari del deserto e non la smetteva di starnutire, aveva quindi deciso di acquistare un lembo di terra in Canada, dopo aver saputo che tal posto esisteva dalla lettera di un parente lontano.

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