Il Gran Ricevimento alla Città della Tristezza

Ormai ce l’ho fatta, sono diventato una celebrità! Posso tornare alla mia città natale con lo stendardo issato, il vento in poppa: Nobel in Fisica Nucleare Letteraria, Premio per la Pace del Terrore.

L’equilibrio del terrore paga; sempre detto e finalmente anche tutti gli altri si sono convinti. Basta armare tutti i contendenti in modo così letale che un attacco diventi assolutamente impensabile e una nervosa, sospettosa pace regnerà sovrana. Finalmente!

Sempre di pace si tratta, ci sta da accontentarsi!

Eh sì, ho cercato per anni ed anni di vita di essere accolto nell’empireo dei sarcofagi dell’alta società mummificata della Città della Tristezza, l’esclusione mi faceva male quando ci vivevo, e dopo un secolo, un secolo buono ad essere precisi, ci sono! Proprio ora che non me ne frega più nulla, tutti mi vogliono iniziare a scheletriche e sinistre logge massoniche, sono ambito, fioccano gli inviti i galà…

Il merito è mio, non c’è che dire! Ma voglio essere onesto, non sarei arrivato dove sono senza i miei studi all’estero, sono essi che mi hanno conferito le occasioni necessarie per poter essere apprezzato nel mondo. Solo fuori hanno capito il mio potenziale distruttivo.

Se nasci nella Città della Tristezza, non cambierai mai status nella Città della Tristezza. Si sa. Beh, forse a meno che non ti dedichi al giuoco dello sferoide bicolore, che crea alte benemerenze e ti rende una sorta di eroe cittadino, anche se sei di bassa estrazione o, peggio ancora, uno studioso… ma non era per me, che sono gracilino e tisico da sempre, ipertrofico solo nel lessico.

Mi diagnosticarono da bimbo una forma tumorale lessicale, avevo una perniciosa escrescenza nera di lessico che si accumulava e mi premeva la amigdala e, se non siringavo l’umore lemmatico ogni mese, rischiavo di impazzire.

Iniziai come misantropologo. All’inizio ero prono alla sconfitta e alla rassegnazione, invece poi trovai in me uno strano coraggio e forze nascoste; fuggii nonostante i problemi di salute, la necessità dell’insulina sociopatica ogni due giorni.

Se vai all’estero e ci rimani per anni, la visione a raggi sinusoidali interrotti e onde paranoidi dei villici autoctoni, non riesce più a riconoscerti come l’insignificante essere che erano abituati a vedere e che tiranneggiavano; le tue proporzioni si ingigantiscono, scali il monte Ida e l’Olimpo sovrapposti nelle loro menti febbrili e malferme come un titano dinanzi a licenziati e atterriti Dei Minorati. Reagiscono alla tua statura immane, come poveri buoi spaventati dalla falsa minaccia d’un ombra vana.

Insomma, io ho studiato ad Oxford, c’è da precisare, a Oxford, Lafayette County, nel Mississippi, è comunque qualcosa che nessuno può ignorare ed ha il suo peso qui. Parlo dodici lingue, tutte male!

Le mie pubblicazioni hanno fatto il giro del mondo, sono state considerate così ignobili, abiette e pericolose, da aver avuto l’onore di essere trattate da due progetti congiunti del Pentagono e del Cremlino. Entrambi sono giunti alla conclusione che leggere la flatulente logorrea antisociale e misantropa che m’esce dall’ano occipitale, è così pericoloso che i miei scritti tossici potevano essere usati per nuovi ordigni all’idrogeno. Sviluppammo insieme i progetti delle armi, furono immediatamente inserite nella lista ONU di quelle non convenzionali e vietate, mentre a me furono assegnati vari premi, già da subito.

Assieme alle onorificenze, i governi di USA e Russia decisero di omaggiarmi con una villa in periferia e terreno corrispondente: milleottocento chilometri, ripeto, mille e ottocento chi-lo-me-tri di diametro orbitanti sulla fascia di Kuiper. Mi hanno anche calorosamente invitato a vivere lì e non farmi vedere troppo spesso in giro a dare conferenze e ciarle varie. Troppo rischioso! Mi pagano per scrivere, nel mio delirio, armi di distruzione di massa per entrambi.

Oggi però, faccio un’eccezione! Tocca la mia piccola rivincita sul natio suolo, ora tutti ci tengono a conoscermi, frequentarmi, quei cadaveri del mio terribile passato speso tra suture e Cicatrene.

Sono elegantissimo. Bello come il sole. La mia barba da dottore luminare arriva all’ombelico, ho oltre cento anni dopo tutto!

Appena il treno si ferma e smette di fare rumore, la banda cittadina di fiati funerari mi accoglie con un fracasso all’ottone squassante e tremendo, da marcia funebre, i piatti crasciano facendo pensare che il cielo si aprirà e scenderà il tentacolo vendicativo del loro torvo e venerato Dio Cthulhu a schiacciarli tutti. Pare un film anni cinquanta, in bianco e nero.

Il paggio in divisa scura prende la valigie. “Garcon!” Gli grido senza che ce ne sia bisogno, autoritario e con cipiglio severo, sfoggiando l’unica parola che so di francese e che non può nuocere a nessuno neanche se la scrivo. Il francese ha scarse capacità fissili, come ormai tutti sanno.

C’è il sindaco calvo col testone cicatrizzato, in carica da oltre un secolo, il vicesindaco color salmastro, gli assessori lunatici schierati in doppio petto. Quella alla cultura, ex bella donna in setticemia, olivastra da raggi uva, si congratula. Si sente mia pari, la guardo accigliato e razzista. Non ci provassero a paragonarsi!

Gonfio come il cadavere di una balena arenata, morta piena di metano, l’assessore alle politiche mortuarie ed ex compagno di Liceo Scettifico si sente in diritto e in dovere di parlare e prendersi confidenze. Lo zittisco subito! Non sono qui per essere cortese e per ascoltare, sono qui per essere malvagiamente omaggiato, ascoltato ed avere la mia meritata rivincita sui villici tutti!

Si chinano rispettosamente dinanzi alla mia odiosa e sapiente spocchia; d’altra parte, intimidatorie, sul mio petto pullulano e rifulgono sfavillanti croci, auree placche svedesi a raggiera, fasce di raso, la mia teutonica medaglia da collo abbaglia gli occhi pressoché privi di luce, bianchi e lattiginosi dei politici, che digrignano la loro dentatura con le labbra violacee mangiate dal tempo, reagendo come vampiri dinanzi al crocefisso.

Si chinano ancora. “E vorrei vedere!” dico tra me e me: “sono un genio!” Ci manca solo che pure adesso mi tocchi risentire tutte le scemenze di una vita, ancora una volta, sempre le stesse, da oltre un secolo! Oggi parlo io e faccio come mi pare!

Per inorgoglirmi penso alla mia felicità e al mio successo, alla mia casa e veranda con divanetto a dondolo sulla fascia di Kuiper, al silenzio cosmico, a me seduto che sparo agli asteroidi più vicini con la doppietta a lemmi nucleari, frantumandoli botta a botta come piattelli e mi rilasso.

Respiro, sono l’unico che può farlo. L’aria appesta, sa d’ammoniaca e zolfo. Di certo però non allento la spocchia e la sfrontataggine, nonostante il puzzo.

Ci si reca in pompa magna, con la banda tutta in tiro, al lussuoso Tetro Teatro De Paris, ove giace anche il caffè cittadino per le occasioni importanti, decorato a funerale, festoni bianchi e neri; lo aprono saltuariamente, erano quattro anni che era chiuso, fa l’assessore. Non sono interessato!

Lì, ecco, c’è… chiunque! Tutti! Sono tutti lì. Entro, scatta l’applauso! Ex amici, ex fidanzate, ex amanti, ex professori, ex compagni di scuola, ex datori di lavoro non remunerato, ex nemici, ex genitori, ex parenti, ex schiavisti. Gridano: “W w le tue armi a redazione nucleare” e cose del genere. Sono spettri, ma ne sanno! Si sono informati! Che gentili!

La potenza distruttiva del mio lavoro deve aver molto impressionato i selvaggi, se ne parlano con cotale entusiasmo, sono felice di ciò: le mie parole scritte sono così letali che sono oggi conservate solo in due posti segretissimi e sorvegliatissimi al mondo, che persino io ignoro. Racconto.

Le scorie radioattive verdi e luminescenti che colarono dall’applicazione alla fisica atomica dei miei scritti deliranti, erano così corrosive che si dovettero progettare barili nuovi, in titanio vitreo, per contenerle.

La cerimonia è breve ed efficace, devono essersi informati sui miei gusti i tapini. Mi omaggiano con una foto di Enrico Fermi con dedica di suo pugno, la gradisco assai; Fermi è uno dei miei miti, spiego: “Una grande fonte di ispirazione quando dovetti tramutare il lessico scritto in materiale radioattivo instabile”. Lo dico, applausi di nuovo, tentativi di cori da stadio… li stoppo subito! Non li sopporto.

Non mi commuovo ovviamente, anzi scruto accigliato la platea che si sforza di sorridere nonostante le carie, gli ascessi e i punti di sutura in volto. Ci sono proprio tutti, non manca nessuno, tutti morti! Tutti i compagni di scuola di tutte le epoche, almeno mi pare. Possibile che non se ne sia andato nessuno da qua? Salvato uno?

Poi ripenso a come fu difficile l’evasione: il tunnel sotto al canale fognario che finisce scolando nella pessima, puzzolente, sentina della marina, la terra argillosa sedimentata e fossile che non si spaccava al piccone e al motopico, le copiose ossa di dinosauro che ostruivano il passaggio, io che uscivo tutte le sere lercio e sfinito per avanzare di solo pochi metri… E capisco che un’impresa del genere non è per tutti, specie per dei morti cronici.

Guardali! Sono tutti morti, pure i bimbi, che bruttini, inquietanti, li hanno ammazzati da subito. Tutti completamente deceduti, dondolano come zombie, oscillano lentamente, gemono tetri. Io sono l’unico vivo e ultracentenario, arzillo e vispo come non mai, ma tanto sono l’unico che se ne accorge, perché i morti non sanno esattamente di essere morti, forse pensano, sognano di essere vivi, e i vivi pure pensano di essere vivi, ma loro lo sono davvero.

Faccio un breve discorso: “Cari compagni e camerati dai grigi colori, sono qui per celebrare la mia immensa bravura e genialità come si conviene. Sono il migliore! Ho visto i natali qui nella Città della Tristezza, sono vissuto anche io tra esecuzioni, impiccagioni, tenaglie roventi sui seni, frustate e sale, asce e Crack, eroina e abuso di alcol, repressione sessuale, cilici, eppure ne sono uscito! Voi no! Una volta fuori è stato facile, miei ulcerati, avere successo, ho semplicemente trovato un modo di rimanere vivo isolando la malattia mentale e fisica del vivere ed espellendola dal corpo senza morire. Oggi sono immortale. E per giunta essendo anche il migliore! Grazie!”

Scrosci di applausi, sentitissimi a giudicare dall’entusiasmo, sebbene un po’ attutiti: il marciume suona strano quando batte su altro marciume. Dai costosi vestiti corrotti e tarlati si levano polveri e spore tossiche, tossisco. Non li capirò mai! Che ci avranno da essere tanto ruffiani, ormai…!?

Mi spiccio e concludo. Finalmente il buffet! Come è consono che sia. Faccio lo splendido, non mi lancio su di esso come un maiale e come mio solito, come feci al Pentagono la prima volta e pure a Stoccolma e Oslo per il Nobel, divorando sfoglie salate e pesce crudo, m’atteggio a quello che sa applicare le buone maniere.

“Un’acquavite?” chiedo cortese con accento inglese e un sorriso falsissimo a una ex compagna dell’asilo un po’ demente: “Una vernaccia, magari? Orzata con ghiaccio?”. Alzo il calice con la grappa verde assenzio in segno di saluto alla popolazione, si sentono gemiti e rantoli di morte in risposta, lo scolo, non sa di nulla, è come acqua.

Afferro un bignè, la crema è solida, deve avere un mese. Lo mangio, è putrido: uova marce. Mi rifaccio su una focaccina al formaggio, la giro e vedo l’infiorescenza di uno scuro strato di muffa verde grigia. Faccio finta che sia gorgonzola e lo mangio lo stesso.

La gente mi sorride come può. Anche le pizzette sono rafferme e gommose, il formaggio è una tiramolla, i canapè secchi e con gli angoli piegati in su, non so che roba ci abbiano spalmato, ma è così vecchia che s’è ridotta e tesa, crepata, ha curvato il pan carré, e sa tutto uguale: acciuga marcia. Verso il vino: decrepito, filante, color mattone. Completamente maderizzato, che immondizia! L’etichetta dice Barolo Prapò. Criminali! Rovinare un vino del genere! Dom Perignom completamente fermo!

Poveretti, a forza di vivere al loro ritmo, hanno così allentato il da farsi, che per paura di non arrivare preparano le pietanze con troppo anticipo, ed ecco che schifo! Il buffet starà lì da un mese!

Mi prende un po’ di angoscia, odio quel posto e quella gente, ma ci sono cresciuto, con tutte le mie escrescenze tumorali che poi mi hanno reso un celebre Dottor Morte; penso che abbiano voluto fare del loro meglio e che non sia bello il mio atteggiamento, bearmi, vendicarmi, poveri zombie raccapriccianti! Ridere di loro è meschino!

Piglio con due dita un cioccolatino all’anisetta. No! Non ci siamo! Che schifo!

Poi, per puro caso, scorgo tra la moltitudine quella tipa del liceo, quella, ricordate, che chiese all’amica sua davanti a me perché mai avesse invitato uno sfigato vivo e vegeto come il sottoscritto alla festa del suo diciottesimo funerale, con tutti i begli zombie calciasfere che c’erano al Liceo dei Morti all’epoca, oltre un secolo fa.

Eh, no! Mi indurisco di nuovo, questa gente merita questo ed altro! Bastonate e staffili, anzi, meriterebbe un assaggio del potere distruttivo H del mio lessico atomico. Sto quasi per scrivere qualcosa alla lavagna… che poi sarebbero davvero cazzi loro! Scoppia tutto, se mi ci metto, mica no! Afferro il gessetto.

Per fortuna, mi viene voglia istantanea di andare in bagno e farmelo succhiare, ma ci ripenso, mi calmo, sono davvero troppo decomposte tutte le ex liceali per pratiche del genere. Sono proprio un porco! E nonostante ormai, da vivo senza vita qual sono, il sesso non esiste più… sto tanto, tanto meglio. Sono un professore, io! Non bado alle quisquiglie erogene, a meno che non ci sia del risentimento di mezzo, una segretaria porca, una assistente in camice porca. Cose così!

Inizio a lagnarmi della qualità del catering. Faccio puntualizzazioni sulle ricette del Martini, il vermut è stantio, le uova millenarie, il gin non ha profumo, i polli sono crudi, spennati sì, ma ancora si muovono. Bisogna ucciderli prima di servirli anche se unti e in rosmarino, cari miei! L’insalata è quasi liquida per la decomposizione, la fonte imperale ha frutta tutta bacata, l’arrosto ha larve e vermi, castagne coi tarli, falene e mosconi spiccano il volo dal vassoio di tordi e beccacce; si suppone che nella cucina falso chic, che piace solo a loro cafoni di provincia, si debbano rosolare in padella i datteri avvolti nel bacon e non gli scarafaggi. La birra è scaduta, quella in bottiglia, dico; perché la spina puzza proprio che non si può sentire ed è acida come vetriolo.

Vado avanti per una buona mezzora, rompendo i coglioni come e dove posso; dovunque mi giro ho spunti per prendermela con qualcosa o qualcuno. Tutti annuiscono imbarazzati. Se lo meritano! Parlo della Svezia, li metto in difficoltà col confronto. A me la Svezia fa cagare, ma loro non lo sanno. “Là non ammazzano la gente in piazza e sì che sono vichinghi”, dico per farli vergognare. Solo loro sono rimasti così indietro. E via discettando. Imbarazzo.

Mentecatti!

Sono tutti sbronzi ormai, non hanno mai retto l’alcool, ma da quando gli stanno marcendo gli intestini… guarda che schifo, la maggior parte di loro ha budella che pendono, o fuoriescono da orifizi e spacchi vari, tra le cosce, grumi di sangue sui vestiti, i capelli. Specie le donne sono ripugnanti. Me le ricordavo meglio!

Faccio perdere le mie tracce e torno a piedi, da solo alla stazione. Non è difficile andarmene senza essere fermato, la maggior parte degli zombie sono ciechi e sordi, di me percepivano solo la mia fragrante colonia francese anticadavere.

Non si vede un’anima, come sempre succede a Natale, sono solo per le vie. I tacchi dei miei stivaletti francesi di estremo lusso echeggiano e rimbombano secchi e solitari tra le pareti di pietra, battendo sui ciottoli sferici del centro, le lampade a petrolio stendono dipinta sui muri, la mia ombra, e popolano l’aria scura di innocui spettri tremolanti.

Ecco un lupo mannaro pisciare su una chiesa; ringhia, estraggo di un centimetro la spada del mio bastone animato. Non sono affatto pericolosi i lupi di qua, ma mi piace pensare di saper trafiggere al cuore creature della notte con la mia lama d’argento. Mi sono allenato per anni, ma non lo ho mai fatto. E sì che sono uno stimato Dottor Morte! Mi aggiusto monocolo e cilindro, ritocco il nodo al cravattino immacolato e proseguo.

Non prenderò il treno stavolta. Quella era stata solo una farsa per calarmi nella parte di un venerabile professore ultracentenario e laico in mantella nera. Mi aspetta il mio autista, la porta della navetta è aperta, salgo sulla rampa, il raggio traente mi solleva; all’interno il mio maggiordomo mi porge subito il mio solito Martini cocktail sul vassoio cesellato, è appena preparato, freddo. È una scheggia l’uomo! Come mi vede sul raggio rosso, armeggia e prima che la botola si chiuda sotto di me, ha già il vassoio proteso.

Bevo un sorso. Ottimo, come al solito. Gli dedico un segno di approvazione e lui risponde con un cenno di intesa e soddisfazione, marcato da un elegante movimento del sopracciglio destro.

Ah! Finalmente casa! Mi frego le mani contento. “Mi hanno servito pennette alla vodka!” dico disorientato e in cerca di comprensione. Tutti hanno i brividi e si raccapricciano. Che attori siamo!

Guardo in basso, dal pavimento di cristallo del disco fermo in aria, i lumini della Città della Tristezza, le lampade a petrolio per le vie, l’ampio quartiere del cimitero popolare, la piazza umida di pianto e le impiccagioni, le gabbie con la gente scorticata e arsa, le chiese con le gogne, le decapitazioni e il cannibalismo rituale.

Mi sento in salvo, tolgo la marsina stretta, le medaglie, le fasce di seta, ripongo tutto in quattro e quattr’otto e mi rimetto la mia tuta spaziale bianca in un baleno, mentre i motori si scaldano. Che potenza quei motori! E che gentile Putin a lasciarmi un prototipo per raggiungere casa in meno di un’oretta.

Il maggiordomo spolvera l’argenteria, l’autista e Capitano di Vascello si diverte ad accelerare a folle i reattori spingendoli al limite. Senti che roba! La mia segretaria con gli occhiali in celluloide, annotata l’agenda, lecca la matita tenendo aperte le labbra rosso fuoco, non c’è niente da fare, solo scrivere bombe all’idrogeno in cinese e cirillico per tutta la prossima settimana.

“Andiamo su!” faccio io, divertito, ma fingendo insofferenza e di essere scocciato. Ridiamo tutti. Si parte per Kuiper, volta verso il mio bel sasso di ghiaccio a -223,15 C°, la casa vittoriana da signore, il porticato col divano a dondolo e la doppietta sempre carica lì vicino, nel buio deserto interstellare, ai confini del sistema solare. Il posto abitato più lontano dalla patria Città della Tristezza.

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