Il Gran Squisitiere del Mondo: ovvero l’essere che tutti bramano mangiare

Alla cuspide dell’immane e violenta piramide alimentare, erto sullo spillo del suo fulcro vertiginoso d’astronave, come una sfolgorante statua divina d’oro zecchino, ci son io, in tutta la mia solitaria ed impareggiabile squisitezza, prezioso e concupito, pieno di orgoglio e del mio squisito me stesso.

Sotto di me ogni bestia del mondo a bocca spalancata desidera divorarmi e far di me cacciagione. Miliardi di specie e miliardi di miliardi di creature fameliche mi fissano e mi braccano.
Tutti mi amano, quindi, a modo loro; sono troppo buono, troppo appetitoso per poter resistermi.
Ecco i primati, che si battono il petto muscoloso per il desiderio di affondare i loro affilati denti a sciabola sul mio corpo roseo e tondo, come su un maturo e dolce melone pieno di succo e semi; e sotto i felini, ruggenti e rabbiosi,  i loro attenti e gelidi occhi da fiere non mi lasciano un momento, vorrebbero bere il mio sangue di viola, con le loro lingue di carta vetrata, dilaniarmi con gli artigli e masticare le mie morbide ossa, come fossero fresco marzapane.

Tutte le creature mi bramano, nessuna esclusa, chi sa cuocere, vorrebbe cucinarmi, ecco gli uomini, coi loro forni e fornelli, discussioni e bisticci. Chi preferisce il forno a legna, e mettermi in teglia, affinché la mia dorata sugna lacchi la mia epidermide come miele, rendendola croccante e lucida come un vetro di ambra dal sapore impareggiabile, magari di alloro e timo; chi vorrebbe bollirmi, e chi in acqua, chi al vapore, per non perdere i preziosi minerali, gli oli essenziali che il mio corpo squisito, sì, squisito, emana. La carne è un burro, si stacca dall’osso. E ancora chi trita, chi mi condisce, chi mi farebbe a pasticcio, chi a tortino, chi a flan, chi a crostata o sufflè, e chi perfino vorrebbe distillarmi umori e palpebre con tanto di ciglia d’ebano.
I giapponesi mi affetterebbero come sushi e servirebbero in cilindro nella mia alga naturale, gli spagnoli mi invecchierebbero come prosciutto, gli islandesi non sanno cucinare, ma non devono preoccuparsi: sono squisito comunque.
La mia buccia è come pesca, ogni arto già speziato a dovere, incantevole per la narice, pepe, cardamomo, sogni di Damasco, perique e Latakia, brezze orientali, noce moscata, vigna, sentori di madreperla, porto e sherry, menta e salvia, innumerevoli i miei retrogusti…
Commovente per il palato, ogni mio boccone muove tutti a pianto e a deliquio, dalla mia carcassa l’evodia si spande anche mentre vivo, le mie lacrime sono aromatiche, il mio sudore balsamico come aceto di Modena, la mia bava una crema pasticcera.
Sono squisito e lo so! Squisito. Che posso farci, se tutti mi desiderano e vorrebbero mangiarmi? Che goduria tanta importanza! Mi giro e rigiro nudo, mi ungo e mi osservo, mi sollazzo a prepararmi per i morsi e godo con me stesso.
Devo nascondermi costantemente, però, tutelarmi forzosamente da tutte queste attenzioni, sono sempre solo con me stesso, nella penombra, acquattato tutto il tempo, preservando il mio stesso privilegio appetitoso, assaporando con l’immaginazione come sarà conferire tanto piacere ad un palato privilegiato.
Contemplo ogni mio centimetro, nel piacere e nell’orgasmo di sapere ciò che suscito in tutti. Sono buono, sono buono da mangiare, che goduria, so di pane, so di crosta e di costoso vino da meditazione, di cantina importante, di filetto pregiato, ma molto meglio! Il boccone del prete del mio deretano accenderebbe la rissa tra commensali.  

Di quando in quando mi piacerebbe mostrarmi, ma son costretto a vivere celato, e non posso addentrarmi nei topazi del placido mare azzurro d’estate, sotto il sole color della mia chioma d’angelo; l’afa mi strugge come un candito, emetto resine e feromoni che invitano al godimento, e ogni pesce si gira e vorrebbe assalirmi; ecco lo squalo, la balena, orche e orde di delfini, eserciti di merluzzi, ogni granchio salta sul fondale di smeraldi e ametista per afferrarmi, ogni tonno inizia la sua corsa infaticabile, e così le foche, i trichechi, elefanti marini, persino le lente meduse, le pavide coccinelle e le testuggini, tartarughe e cannoli, si avvicinano come possono, e come pure il plancton riesce a fare a modo suo; chiunque cerca di afferrarmi, acchiapparmi, pizzicarmi, punzecchiarmi, succhiarmi, tritarmi, maciullarmi; i coralli, per immobili che siano, si colorano più intensi, si attivano e ribollono per avere un po’ più dell’acqua dove sono stato in infusione come un pregiatissimo tea della regina.
Verdi e gialli, chiari e scuri, calamari pallidi e mille fiamme di squama, diamanti e perle, diafane e opalescenti cristalli d’acqua e spuma di mare, gli oceani celebrano la mia apparizione tumultuosamente.
Sì, sono squisito, sono la creatura più succulenta e squisita al mondo, e ne meno vanto; crudo o cotto, a bagno o a bagnomaria, nel calderone del selvaggio, a fettine come un carpaccio, col limone o au naturel, divorato sul posto, in savana o foresta, dall’orso o dal ghepardo, dal lupo o dal cane comune, sono comunque il più squisito. In composta o marmellata, squagliato o spalmato, in guazzetto, a dadini o a tocchetti, squisito resto!
Dove si presenta l’ambrosia? Ogni insetto di me va matto, non resiste, non ragiona: mi si posa sulla gota ed inizia a digerire quel che può del mio elisir. Ogni ragno affonda sulla mia prelibatezza, ogni baco s’apre e la larva mi si lancia addosso golosamente, gli scarafaggi non sono più timidi, si arrampicano come piccole malachiti, per divorarmi pure loro.
Devo celarmi, devo tutelarmi, per i campi le formiche a legioni d’ardesia mi assalirebbero, finendo il loro pasto prima ancora di potermi immagazzinare nel sottosuolo. Le cicale, le mantidi, le rane e gli anfibi, sono ghiotti di me.
Ognuno vorrebbe un pezzetto e nasconderne un altro tra le radici, nei frigo, in soffitta o dentro al tronco. Lo stomaco del coccodrillo, lo sento che brontola affamato anche se ha già mangiato, quando compaio all’orizzonte, il boa vorrebbe infilarmisi addosso come un guanto, l’occhio del falco, quello dell’avvoltoio, perfino il gabbiano, non mi perdono mai.
E gradevole ed erbaceo come sono, moscato e fungino, perfino gli erbivori impazziscono alla mia vista, mucche e cavalli, si pentono del fieno, si lanciano in corse disperate per acciuffarmi, perché sono io, quello che sta allo zenit della pira alimentare, sono la più grande squisitezza del mondo, con la mia carne che è anche verdura, il mio sangue che è anche miele, magro e sano nella mia pancetta grassoccia, rosolato anche da crudo, condito anche da pulito e tolettato, già pronto, o facile da preparare, con la consistenza in parte morbida, in parte spugnosa, spesso croccante, dolce e piccante, acido e succoso, non occorrono salse, sono perfetto nel mio stesso brodo, acconciato col mio lardello, fungo da aperitivo, da analcolico, da pranzo veloce, o da cena sontuosa, dipende dal commensale, dipende dalla sua voracità e dalla sua dentatura, dal ritmo della masticatura, ma metto tutti d’accordo. Invitarmi a cena per essere la cena è un successo garantito, dal cervello all’unghia incarnita sono del pari succulento. Se ci fosse un titolo per quel che rappresento, forse gli uomini mi chiamerebbero “Gran Squisitiere”, o “Vostra Squisitissima e Maestosa Maestà Squisita”, o altro di pomposo che contenga: sopraffino, zecchino, delizio, nettare, e compagnia del genere che venga in mente al dotto e al ghiotto.  
Sotto di me, un abisso e un vortice di bocche spalancare, acquoline, denti e cheliceri, di becchi e tentacoli, zanne e artigli, tube e protuberanze, la mia vita è essere desiderato, ma non so ancora decidere chi debba avere il privilegio di saggiarmi e cibarsi di me.

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