Il “ladro dell’acqua” e “l’ora di vetro”: il Tempo e le sue voci

Il pezzo di seguito nasce da una semplice osservazione.
Noi in Italia le chiamiamo “clessidre”, voce comune dal greco antico, ma in inglese, l’antico strumento di misura del tempo composto da una particolare doppia ampolla di vetro ribaltabile stretta al centro dove può passare della sabbia è chiamato hourglass (ora di vetro), l’altro termine è assai raro.

Il fatto è piuttosto sorprendente perché di solito i vocaboli antichi tecnici, latini e greci, sono stati recepiti dalle lingue nordiche e sono ricalcati più o meno esattamente nella forma e nel senso.
E in effetti il corrispettivo di clessidra in inglese c’è: clepsydra; ma, come detto, è molto poco usato.

Clessidra, dal greco kleptein (come in “cleptomane”) “rubare” e hydor-idro (come in “idrologico”, etc.) “acqua”, vale “ladro dell’acqua”, e propriamente si riferisce a un meccanismo di misurazione del tempo che, con lo stesso principio dell’altro, impiegava acqua, e non sabbia. Quella che noi comunemente si indica con tale voce, andrebbe più correttamente chiamata clepsamia (àmmos in greco è sabbia)

In inglese il termine clepsydra si riferisce tecnicamente allo strumento ad acqua, ed ecco perché è più esotico. L’hourglass è, invece, voce comune composta di due parti facilmente riconoscibili, la seconda l’abbiamo già vista, è imparentata con la nostra “glassa”, ed indica il “bulbo vitreo”, vagamente doppio conico, e dotato della stretta apertura, tipico dello strumento, la prima, invece, condivide la stessa radice della nostra parola che traduce: ora (hour).

Ora, diffuso in praticamente ogni lingua (spagnolo hora,  francese heure, etc.) dal latino hòra e similmente dal greco, viene dalla divisione prima dell’anno greco, che originariamente constava di tre periodi, e vale una di suddette stagioni e così ogni lasso di tempo misurato. Oros, “anno”, potrebbe essere relativo ad un altro lemma già trattato, “Oriente”, che rimonta al “limitare”, “porre confini”, anche esso, appunto si diceva “oros”. E così, hour in inglese si fa rimontare al proto indeuropeo *yor-a-, da una radice *yer- da cui viene pure year, anno.

E year dal protogermanico *jeram e da cui le altre lingue nordiche con le loro varianti (tedesco jahr, anticamente jar, danese aar, etc.), dal proto indeuropeo *yer-o-, con radice *yer-  appunto arriva fino al greco già visto e da una radice ultima *ei- relativa al “fare”.

L’italiano anno, passando per il latino, ci giunge, con la stessa radice di “sol-enne”, dalla radice am- o an-, del sanscrito am-ati (tempo), comune a time, dall’antico inglese tima che si riferisce a un “limitato spazio di tempo” dal proto germanico *timon- (in svedese “ora d’orologio” si dice timme) e dal proto indeuropeo *di-mon-, di radice *da- di “tagliare”, “dividere”, che condivide in lingua inglese con tide (corrente) e che è la stessa del tedesco zeit a cui si riallaccia anche tempo, dal greco tem-no (separare, dividere).  

Il concetto di tempo, in effetti, ha soventi riferimenti alla sua misurazione e separazione in momenti di lunghezza determinati (cosa altro farne? Se non misurarlo separandolo); anche il nostro orologio, non è che un composto di “ora” e il solito “logos”, vale “computo dell’ora”, ossia di quel pezzo di tempo di riferimento.
Il effetti orologio è parola piuttosto antica, presente in una forma antiquata anche nella Divina Commedia, dove si parla di “oriuoli” (all’epoca riferendosi proprio all’ultimo ritrovato meccanico della tecnica, con pesi e rotelle, che iniziava a diffondersi e non alle clessidre e simili); più anticamente ancora faceva “orivolo”, dal latino barbarico horariolum con il quale ci si riferiva ad ogni marchingegno di misura temporale, compresi quelli da cui siamo partiti ad acqua e sabbia. La parola ha corrispettivi in spagnolo (reloj), francese, etc.  

L’inglese, però, notoriamente ha due termini diversi per indicare l’orologio. Watch rimonta allo stato di “veglia”, “guardia”, da wæccan, con origine comune al latino (e poi italiano) vigilia in senso anche religioso di stare svegli per la notte.
Clock, invece, anticamente clokke, dal latino medievale clocca, “campana” e probabilmente dal celtico (antico irlandese, clocc, gallese, cloch) a meno che non siano essi a derivare pure dal latino e non viceversa, fa riferimento al rumore emesso sovente da simili, e specie in passato, ingombranti marchingegni.

Rimane da vedere una particolarità.
Giorno
dal latino jòrnum, e da diurnum, è relativo a dìes, da cui poi la forma rimasta in italiano, ma in disuso “dì” (come in “buondì”, etc.) si riferiva, pare, al chiarore della luce mattutina. Dies, invece viene dalla radice sanscrita div, di “brillare”, da cui discende anche “divino” da radice proto indeuropea *dyeu- pure di “brillare”.

Per quanto possa apparire sorprendente (e alcuni non la pensano così), non sembra che la voce latina, e italiana in disuso, sia comune all’inglese day, nonostante la forte somiglianza, dato che esso si considera relativo a una iniziale germanica d- di origini misteriose. Secondo alcuni sarebbe da riferire al sanscrito dah, “bruciare”, che forma alcuni dei lemmi in lingue straniere per riferirsi all’estate.

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