Il Mendicante di Gran Via

A Gran Via, a Madrid, dinanzi al Mc Donald’s sostava sempre un mendicante. Doveva essere afgano, kazako, armeno o qualcosa del genere, ma parlava bene lo spagnolo. Diceva sempre le stesse frasi, chiedeva venti centesimi per poter tirare a campare e aggiungeva uno strano orpello che non capivo del tutto: “fate l’elemosina a un re”. Passando di lì tutti i giorni lo avrò ascoltato mille volte e dovevo averci fatto il callo, posto che non mi chiedevo più se il titolo autoattribuitosi avesse un qualche fondamento, anche fantasioso, o fosse del tutto privo di senso. Un giorno mi trovavo con venti centesimi tra le dita e glieli lanciai senza dire nulla, né rallentare il passo. Stranamente, a quanto avevo visto non lo faceva mai, lui ringraziò, dicendo: “il sovrano ti ringrazia, signore”. Al che mi incuriosii, forse infastidii pure un poco, dato che tra i due quello che aveva fatto qualcosa per l’altro ero io che venivo sminuito nella sua fantasiosa attribuzione di titoli, rispetto a quello che riservava per se. Mi girai e gli chiesi perché mai sostenesse sempre di essere un re, e quale sarebbe stato questo suo ipotetico regno. Il mendicante sorridendo si tirò su con fare fiero e disse di essere il re più sfortunato del mondo, poiché aveva il regno più vasto, ma anche più inutile. Non ci vedevo chiaro, ero curioso, davvero aveva un regno questo tipo? “Quanto vasto?” chiesi, e “dove si trova?”. Quello serafico mi disse che il suo regno era smisurato, tanto grande che non sapeva neppure lui esattamente dove finisse, e nessuno aveva saputo dirglielo. Lui non poteva andarci, non aveva i mezzi per verificare, ma era ricchissimo. Immaginai che l’opzione migliore dopo quella, in assoluto privilegiata da me, di essere dinanzi a un cantastorie del tutto pazzo, fosse un esilio o qualcosa del genere. Gli diedi corda, ma lui mi smentì. Non era stato cacciato, era ancora suo il regno e di nessun altro. Iniziò a raccontare in modo posato. Ebbene dava il caso che fosse divenuto re, come sempre dovrebbe verificarsi, per diretta intercessione divina. “Dio è grande! Ognuno lo chiama in un modo, ma egli è uno e insegna a suoi figli quello che loro debbono sapere. A volte lo fa in modo beffardo. A me concedendomi il regno che tanto bramavo”. Non lo interruppi affermando di non essere per nulla un credente, parlava in un tono buffo e molto divertente oltre che intrigante, lo lasciai proseguire. Risultava che lui, di nobili natali, ma povero in canna, avesse in cuor suo un solo desiderio: quello di divenire ricco e tornare ad avere un feudo o, meglio ancora, un regno. Così tanto e così intensamente lo desiderava, che un bel giorno gli fece visita, a casa sua, Dio in persona, mascherato da anziano mendicante, il quale, dopo avergli detto che le sue brame erano così intense e ripetitive da averlo fatto decidere a risolvere la questione personalmente, e dopo averlo ascoltato, gli concesse un desiderio che si sarebbe preso cura di avverare. Lui ovviamente non credeva a nulla di quanto gli stava capitando, e iniziò a dileggiare il vecchio, che lo guardava bonario e sorridente. “Un regno mi vuoi dare? Ovunque voglia? Vasto quanto io voglia?”, “Sì”, rispondeva l’altro, “Il regno che vuoi, vasto quanto vuoi”. Anzi l’anziano gli fece anche delle proposte concrete, di luoghi della zona o anche più distanti, luoghi da sogno, o vaste pianure desolate, dimostrando anche una eccellente e stupefacente competenza astro geografica. Parlava di lune, raccolti, fertilità, orogenesi, conformazioni e dettagli tellurici e minerari, con una tale dovizia di particolari e, per quanto potesse riconoscere lui, una esattezza e competenza, stupefacenti. Davvero pareva che quei posti non solo li conoscesse, ma li avesse addirittura fatti lui in persona. Il vecchio era pacato, ma aveva un che di autoritario, lo invitò ad uscire di casa e fare quattro passi e lui, nonostante il caldo, non se la sentì di rifiutare. Iniziarono a dirigersi verso un luogo isolato e aperto. “E potresti darmi anche tutta la terra se te la chiedessi?” andava chiedendo lui in tono vagamente scherzoso e provocatorio, e il vecchio mendicante rispondeva: “se ti aggrada!”. Infine aggiunse: “qui tutto è mio, posso darti il regno che vuoi, posso darti anche un regno illimitato, sconfinato, o meglio ancora, infinito, se lo vuoi. Unico limite non ti concederò mai l’universo nella sua interezza.” Certo quello di avere un regno smisuratamente “vasto”, no, meglio detto, “infinito”, pareva veramente un qualcosa di grandioso e perciò, al contempo, pareva anche una menzogna bella e buona o una sparata tracotante che non aveva il minimo senso. D’altra parte, perché chiedere meno quando si può avere di più e si è già sicuri che, vada come vada, non si otterrà null’altro che un’insolazione seguendo quel vecchio demente? Iniziava così a maturare l’idea di farsi un po’ beffe di lui chiedendogli il massimo che offriva, per vedere come si sarebbe districato. Lo avrebbe deriso e schernito un po’, e infine sarebbero andati a bere insieme, che di certo doveva essere il fine che il vecchio cercava di ottenere con tutte quelle storie. Mentre pensava tutto questo erano, senza rendersene conto, giunti alla sommità di un piccolo colle brullo che dominava borgo e vallata, una vista magnifica. Il mio interlocutore si decise: “allora dammi un regno infinito”, disse. Il vecchio, senza discutere, tirò fuori da una bisaccia, e il mendicante fece lo stesso con me imitandone le mosse, una specie di tubo, un cilindro vuoto di alabastro, molto bello, ma senza nessun tipo di decorazione o fregio, perfettamente liscio, di una trentina di centimetri e un diametro di approssimativamente quattro, forato come una cannuccia e dello spessore di qualche millimetro. Era un bell’oggetto, stupendo nella sua semplicità, l’anziano lo maneggiava con cura, ed era perfetto, impeccabile. “Questo”, gli disse il vecchio, “sarà il tuo scettro, ed anche il modo per sapere quale è il tuo regno”. Il mendicante, che all’epoca era giovane, rimase molto perplesso, mi disse, non capiva cosa volesse dire. L’anziano senza attendere domande proseguì dicendo che lui aveva scelto, tra tutte le opzioni a disposizione, e a causa della sua smisurata avidità, la più magniloquente, ma anche la più fatua. Il suo regno sarebbe stato la porzione di spazio all’interno del tubo di alabastro, quando tenuto in alto dalla sua mano su quel colle orientandolo esattamente da oriente a ponente. E ciò da ora in avanti, fino alla fine della sua vita e per tutti i prolungamenti del tubo in ambedue le direzioni fino alla fine dell’universo. Il suo regno era vastissimo, sconfinato, un tubo di pochi centimetri che attraversava altri mondi, lontani tanto che se si fosse messo in viaggio nel cielo in quello stesso momento non sarebbe arrivato a vederli prima della fine dei tempi. Il suo regno traversava pianeti e sfere celesti ricche d’oro e gemme, ma lui non avrebbe mai saputo trovarle e meno che mai agguantarle. Una parte di infinito è anche essa infinita, il suo regno era altrettanto infinito come era infinito quello di Dio, ma angusto come era angusta e sciocca la mente di chi lo aveva chiesto in dono. Il vecchio se ne andò lasciando il giovane perplesso e scoraggiato, non si fece mai più vedere. Lui dapprima impazzì pensando a quanto sarebbe stato ricco, se avesse trovato un modo per acciuffare tutto quanto era contenuto nella infinita porzione di spazio che gli era stata assegnata. Cercò tutti i metodi per calcolare su quali stelle si proiettavano i suoi possedimenti, quali in movimento attraversavano la sua traiettoria, le avrebbe considerate sue anche se per un tempo limitato. Preso da delirio iniziò a forgiare per sé i titoli più strampalati e altisonanti, e a chiacchierare e raccontare a chiunque la strana storia, fino a che tutti non risero di lui e non fu scacciato per essere divenuto un ubriacone presuntuoso e molesto, oltre che uno scroccone. Iniziò a vagare per la terra tutta, imparandone le lingue, e vivendo di elemosine. Ma poi dal suo incontro con Dio fu in grado di prendere il vero dono e comprese il senso dell’insegnamento che gli era stato regalato. Da allora non chiedeva mai troppo, si contentava di una moneta di valore medio concessa da generosi passanti, come me, per vivere.

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